lunedì 18 giugno 2012

Battaglia di Caporetto, l'uso del gas - Una testimonianza - [Gas asfissianti - Prima guerra mondiale / Grande guerra]


Una vampata di benzina bollente 
che ti entra nella gola  
Testimonianza di Ivo Ivančič raccolta da Camillo Pavan

Tutto il fronte di Plezzo fu sottoposto a bombardamento con il gas, quella volta, mediante il tiro di normali granate a gas, di cui nella mia collezione conservo vari esemplari. Ma questo bombardamento “generico” non diede grandi risultati. Quello che invece ebbe un effetto determinante per le sorti della battaglia fu il lancio di mille proiettili effettuato dagli spiazzi pianeggianti di terreno riparati da scarpate, che si trovano poco più avanti del villaggio di Vodenca, provenendo dall’Isonzo. Le mille granate contenenti gas erano poste dentro a dei tubi, una specie di mortai che in tedesco si chiamano Gaswerfer e furono lanciate contemporaneamente per mezzo di un contatto elettrico in direzione delle trincee italiane che si trovavano a circa cinquecento metri di distanza in località Naklo. 
Una volta effettuata la rottura del fronte i tedeschi lasciarono i tubi sul posto. Mirko Fuljac, un vecchio recuperante qui di Plezzo, che è stato quello che mi ha insegnato ad aprire le mie prime dieci-quindici bombe e che adesso è morto, mi raccontava che tanti anni prima che io lo conoscessi aveva trovato queste centinaia di tubi. Li aveva raccolti e portati a vendere, ma ci aveva guadagnato poco, perché erano di semplice ferro. Non riusciva però a spiegarsi cosa ci facessero in quel posto tutti quei tubi. Adesso sì che lo sappiamo!
Ogni tubo conteneva una granata cal. 180 caricata a gas. Io ne ho recuperate due di queste granate: una era ormai vuota, perché a contatto con il terreno la base si era corrosa e il gas era fuoriuscito, l’altra invece era ancora piena.
Eravamo in tre amici quando abbiamo trovato questa bomba nella zona di Naklo: io, Anton Kauc, che adesso è morto, e Dvsan Klavora. Sapevamo per certo che era ancora carica, perché è come con una bombola da cucina che a prenderla in mano si sente muovere il gas che c’è dentro. Il problema era: come fare per aprirla vista la pericolosità del contenuto? 
Ci abbiamo messo due anni, prima di trovare una soluzione. Ne parlavamo quando ci si incontrava in osteria a bere un bicchiere, se ne parlava nelle sere d’inverno… Finché un giorno — era verso il 1980 — ci decidemmo di passare all’azione.
Caricammo un fucile con una pallottola di mitragliatrice pesante Breda da 8 mm, della seconda guerra mondiale (trovata sempre qui in zona, lasciata dagli italiani quando si ritirarono dopo l'8 Settembre). Portammo la bomba in un luogo che noi sapevamo essere assolutamente non frequentato, su in montagna, uno di quei posti in cui in tutto l’anno passerà si e no una persona. La mettemmo per terra e vi avvicinammo la canna del fucile, a non più di due cm. Poi collegammo il grilletto a una lunga cordicella che facemmo girare attorno a un lato della granata in modo da poterci mettere dalla parte opposta a quella della fuoriuscita del gas. Ci allontanammo a più di cinquanta metri e tirammo la cordicella. Partì il colpo. La potente pallottola forò la corazza della granata e il gas uscì sibilando per la pressione, formando una nuvola di colore bianco (simile alla nebbia e solo leggerissimamente tendente al giallo) che si espanse per circa 25 metri.
Passato un po’ di tempo, quando ormai non si vedeva più traccia di gas proposi ai miei amici di andare a controllare la granata. Dvsan non si fidava di venire, allora andammo solo io e Anton Kauc. Ci avvicinammo lentamente, con prudenza, pochi centimetri alla volta, annusando l’aria in modo da fermarci al primo odore sospetto. E quando fummo a circa sei-sette metri dalla bomba sentimmo tutti e due contemporaneamente un qualcosa che ci bruciava alla gola e ci impediva di respirare; scappammo indietro di gran corsa.
Eppure gas non se ne vedeva, anche se evidentemente qualcosa era ri-masto. Era come in una stanza in cui si è smesso di fumare da ore, ma l'ambiente continua a essere impregnato di fumo.
Dopo un altro po’ di tempo, pur rendendomi conto che la cosa era pericolosa, dissi all’amico: «Aidi, greva se nkret…», che nel nostro dialetto vuol dire: «Dai, dai… andiamo ancora una volta». Anton però aveva preso troppa paura. «No», mi disse, «io non vengo più».
Ma io sono fatto così, volevo provare ancora! Mi avvicinai di nuovo alla granata, da solo, sempre annusando l’aria, passo dopo passo. «Non c’è niente», dicevo fra di me mentre mi avvicinavo al punto in cui prima avevo sentito il gas, e avanzai un altro po’. «Non c’è ancora niente», mi dissi, e feci un altro mezzo passo in avanti. Forse in quel momento il vento cambiò direzione, non lo so: in un istante mi trovai dentro al gas, sentii come fosse una vampata di benzina bollente che ti entra nella gola e che dentro prende fuoco. «Ah, non riesco più a respirare!».
Mi girai, feci appena in tempo a fare pochi passi di corsa e, finito l’ossigeno, caddi a terra. Sentivo i miei due amici che commentavano: «E’ spacciato, ormai è finito…».
Ma dopo un po’ riuscii a riprendermi e mi misi a tossire, scatarrare, buttare fuori muco per il naso. Ci vollero dieci minuti prima che riuscissi a respirare quasi normalmente. Dopo due ore ancora mi bruciava un po’ in gola e solo il giorno dopo non ebbi più alcun problema. Adesso posso confermare che è vero quello che hanno scritto certi libri italiani: che questi soldati su cui è stato lanciato il gas sono morti buttando fuori sangue e pezzi di polmone 1. E’ vero, sono sicuro che è vero, perché io l’ho provato, questo gas.
Perché tu possa renderti conto di quanto potente fosse quel gas ti dico anche un’altra cosa. Quando abbiamo fatto esplodere la granata era una giornata di estate avanzata, forse fine agosto, forse i primi di settembre, però nel bosco le foglie erano ancora belle verdi. Ma quando dopo qualche giorno siamo ritornati sul posto, le foglie, nel raggio di cinquanta metri dall’esplosione, erano tutte bruciate, avevano il colore del legno di questa credenza; e non solo le foglie erano bruciate, tutto era bruciato, anche l’erba si era seccata. Dopo cinquanta metri la vegetazione cominciava ad essere un po’ meno bruciata, ma i segni del gas si vedevano ancora fino a 250 metri dalla granata. E tutto questo con una sola granata.
Era il gas fosgene 2, l’ho visto scritto anche in un documento militare italiano risalente al tempo della guerra 3. Io però non sono un esperto di chimica, non posso neppure dire se sapesse di mandorle, o di caffé o di pastasciutta! Io non ho sentito nessun odore 4. Posso solo dirti che sono l’ultimo uomo ancora in vita che ha provato quel gas!
Ma lasciamo perdere le discussioni su che tipo di gas fosse. Quello che so con certezza è che ti prende alla gola e che se avessi fatto un solo respiro completo, uno solo, sarei morto. Perché quando c’è questa nebbia bianca non occorre altro: basta un respiro e sei morto. Quando l’ho provato io non c’era più la nebbia bianca, non c’era più niente, eppure per poco morivo. E quella volta i tedeschi hanno lanciato mille bombe, che sono esplose prima di toccare terra, provocando una gran nuvola, carica di gas. Poi il gas, essendo più pesante dell’aria, è sceso al suolo, è entrato nelle trincee, nelle baracche, nelle caverne, dappertutto.
Ed è bastato un solo respiro a quei soldati italiani, per morire.


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Note

1 Il testimone non ha saputo indicarmi a quale autore si riferisse, né io sono riuscito ad individuarlo. Le parole di Ivancic ricordano quelle che si leggono nella traduzione italiana di Fritz Weber, Dal Monte Nero a Caporetto, 1a edizione italiana, Mursia, 1967, p. 382. «Qua, là, dappertutto, questa nebbia orrenda, bastava aspirarla una volta perché i polmoni ne venissero corrosi, una sola boccata e la vita se ne andava a brani sanguinolenti». Oppure di Walther Schaumann - Peter Schubert, 1990, Isonzo, là dove morirono …, Ghedina e Tassotti, Bassano del Grappa, Vicenza, p. 220: «Fra le masse dei cadaveri sedevano alcuni intossicati dai gas che sputavano sangue da sotto il becco delle loro maschere…».
2 Secondo Attilio Izzo, Guerra chimica e difesa antigas, Seconda edizione aggiornata e aumentata, Hoepli, Milano, 1935, p. 21, a Plezzo «gli aggressivi adoperati furono il difosgene e la difenilcloroarsina. I colpiti (circa 500-600 uomini) morirono istantaneamente». Si trattava del V battaglione, 87° rgt., Brg. Friuli. (Relazione Ufficiale Italiana, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio storico, 1967, L'esercito italiano nella Grande Guerra, vol. IV/3, schizzo 3).
Sia fosgene che difosgene, attaccando le vie respiratorie, sono classificati fra gli «aggressivi soffocanti» ed entrambi hanno un elevatissimo indice di tossicità. Il difosgene ha il “vantaggio” di essere stabile a contatto con il ferro e di poter perciò essere caricato direttamente sui proiettili, come constatato nelle granate recuperate da Ivančič, mentre l'acido cianidrico «non lo si può impiegare allo stato liquido» nelle bombe di ferro. (Izzo, op. cit., p. 52) Il difosgene inoltre «non è facilmente decomposto dall'acqua» (Id., p. 50), fattore quest'ultimo che gli attaccanti, visto l'ambiente fisico e le condizioni atmosferiche in cui avrebbero dovuto impiegare il gas devono aver tenuto ben presente.
La difenilcloroarsina, i cui proiettili erano contrassegnati dai tedeschi con una croce blu, è classificata fra gli «aggressivi sternutatori», anche se ha una sua intrinseca tossicità. È fortemente «stimolante delle mucose del naso, della gola, degli occhi e delle vie respiratorie». Id., pag. 71.
3   Si riferisce a una fotocopia in suo possesso, purtroppo senza indicazioni bibliografiche.
4 È una risposta a mie sollecitazioni relativamente a quanto scritto da Giovani Comisso,Giorni di guerra, 3a edizione riveduta, Longanesi, Milano, 1960, p. 127) e da Mario Silvestri, 1984, Caporetto, Una battaglia e un enigma, (Oscar Bestsellers, Mondadori, 1995), p. 180, il quale, sulla base proprio dell'affermazione di Comisso sull'odore tipico dell'acido cianidrico (mandorle amare), e di quelle di Weber, (op. cit., pagine 380 e 383), afferma che il gas lanciato a Plezzo non era fosgene bensì acido cianidrico. L'acido cianidrico (o prussico) però, pur essendo uno dei composti più tossici che si conoscano, se usato da solo «a motivo della sua grande volatilità… ha dato in guerra scarsi risultati». (Izzo, op. cit., p. 51)

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PS
Ivo Ivančič (1937, Plezzo/Bovec) è proprietario di una collezione-museo di reperti bellici da lui raccolti sui campi di battaglia del settore Rombon-Plezzo.
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© Camillo Pavan 1997. Dal libro Grande Guerra e popolazione civile, vol. 1 - Caporetto. 

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