giovedì 21 giugno 2012

C'era una volta la storia locale, recensione del diario di Camillo Pavan (1982-1986)


C'era una volta la storia locale. 
Alcune pagine del diario di Camillo Pavan (1982-1986)
Vent’anni dopo. Com’era capitato ai Tre moschettieri, anche «Venetica» ritrova a una generazione di distanza alcuni dei suoi personaggi delle origini. Camillo Pavan vi era stato cooptato nel 1986, attraverso una Nota a margine di Livio Vanzetto che ne aveva recensito e discusso l’opera prima, Drio el Sil (1). Era la stagione della storia locale e degli intellettuali di paese, ovvero della prima leva di giovani acculturati e politicamente motivati che l’università di massa e il 68 avevano disseminato nelle campagne venete. Rappresentavano all’epoca una presenza inquietante: un tempo li si sarebbe definiti “spostati”, sospesi com’erano tra integrazione e rivolta.
Perciò aver trovato nella Biblioteca comunale di Treviso il diario che Camillo Pavan scrisse quando la storia locale era – dentro e fuori di lui – allo stato nascente è stata una piacevole sorpresa. La sua lettura ha fatto recuperare sensazioni, pensieri e motivazioni che in parte giacevano semisepolte nella memoria. Ne proponiamo alcune pagine, selezionate all’interno di un testo che ne contiene cinque volte tanto, con un’avvertenza: se gli storici locali si sentivano ai margini della storiografia ufficiale, Camillo Pavan rappresenta il margine dei margini. Non certo dal punto di vista delle competenze e dei risultati raggiunti, ma dal punto di vista sociologico ed esistenziale. Più di altri in lui è presente un orgoglioso individualismo, un bisogno di indipendenza che è quasi fisico. Ma che è anche un tratto politico. Se ne intuirà qualche risvolto, inestricabilmente pubblico e privato, nelle pagine che seguono. E già il titolo che l’autore gli ha dato – Scrivere o lavorare? Aritmie, tachicardie, fibrillazioni (Diario 1982-86) – è abbastanza rivelatore.
Ancor di più si potrebbe sapere leggendo gli altri testi che lo stesso autore ha depositato presso la biblioteca della sua città, a costituire un piccolo archivio personale che non è, però, documento solo di una traiettoria individuale. Per quando periferica, infatti, l’egostoria di Camillo Pavan coincide largamente con quella del “movimento”. C’è una preistoria, che per il nostro coincide con i sette anni (1956-1962) [*] passati in seminario a verificare una presunta vocazione – rievocati in un frammento autobiografico dal titolo I pericoli della carne – e con quelli (1962-1982) della navigazione procellosa attraverso le scuole, i lavori, il ’68 e la militanza politica nei gruppi anarchici. C’è poi la fase della scoperta e dell’innamoramento per la ricerca – di cui s’è già detto e di cui ritroveremo un estratto – alla quale segue quella del consolidamento, del benessere, persino del profitto. Sono gli anni in cui, dopo essersi improvvisato storico, Pavan si inventa editore e venditore dei propri libri. Gira le sagre e le piazze con il suo banchetto, salta tutte le mediazioni per raggiungere il pubblico, mette via i soldi che gli servono a pagarsi la casa, e intanto confeziona prodotti accattivanti, come un recuperante di storie vecchie racimolate non più solo nei pubblici archivi, ma nei depositi della memoria collettiva, dalla viva voce dei testimoni, e negli archivi domestici che gli vengono aperti. Con i libri sul Sile e sul radicchio mette a frutto un sapere che gli deriva dalla propria storia personale, dalla mai interrotta frequentazione attiva dei campi, dalla famiglia di contadini “da sempre” in riva al fiume, dal fascino che esercitano su di lui i barcari, col loro nomadismo circolare di gente in perenne movimento e pur sempre a casa propria (2).
Poi, negli anni novanta, si avventura in un territorio vasto e già molto battuto, quello degli studi sulla Grande Guerra, nel quale però riesce a ritagliarsi un angolo che gli è congeniale, dando un contributo non solo di divulgazione, ma anche di innovazione: intraprende una ricerca di lungo corso sui civili profughi e sui soldati prigionieri dopo Caporetto, condotta soprattutto attraverso le scritture popolari e le ormai rare testimonianze orali, che partorisce quattro libri in dieci anni (3) e, in parallelo, un secondo “diario di bordo” il cui titolo, scritto per ultimo, non potrà che essere La guerra è finita. Le mie battaglie fra Caporetto e Piave. Diario (agosto 1993-marzo 2005). E in più, come corollario, la raccolta della Corrispondenza con lettori, collaboratori e possibili finanziatori dal 1996 al 2001. Siamo così all’ultima fase, quella discendente, del disincanto, della stanchezza, dello snamoramento. Neppure gli attestati di stima, gli incoraggiamenti e gli inviti a non abbandonare riescono a fargli cambiare idea.
Come Cincinnato dopo la guerra – una brutta bestia anche a studiarla, scrive Camillo a metà del viaggio: comincia piccola piccola e poi cresce a dismisura fino a fagocitarti – Pavan torna sul suo campo, negli 834 metri quadri di terra che gli aveva lasciato il padre e da cui era partito venticinque anni prima. E lì l’ho trovato, ai primi di agosto, quando gli ho chiesto di poter pubblicare alcuni brani del diario, che riporto qui sotto esattamente come si trova nell’originale, segnalando solo i tagli con tre puntini tra parentesi quadre.
Note
Livio Vanzetto, Intellettuali di paese Drio el Sil e nei dintorni, «Venetica», n.6, luglio-dicembre 1986, pp. 152-160.
2 Camillo Pavan, Drio el Sil. Storia vita e lavoro in riva al fiume a S. Angelo e CanizzanoTreviso, 1985; Id., Sile. Alla scoperta di un fiume. Immagini, storia, itinerariTreviso, 1989; Id., I paesi e la città in riva al Sile. Un secolo di storia del fiume in 142 cartolineTreviso, 1991; Id., Raici. Storia, realtà e prospettive del radicchio rosso di TrevisoTreviso, 1992.
Id., Grande Guerra e popolazione civile. Vol 1. Caporetto. Storia, testimonianze, itinerariTreviso, 1997; I prigionieri italiani dopo CaporettoTreviso, 2001; In fuga dai tedeschi. L’invasione del 1917 nel racconto dei testimoniTreviso, 2004; Id., L’ultimo anno della prima guerra. Il 1918 nel racconto dei testimoni friulani e veneti, Treviso, 2004.

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[*] Quattro anni (1956-1960). Ndr





Il prof. Alessandro Casellato accenna alla figura di Camillo Pavan durante un convegno a Vicenza sul viaggio di Mussolini nelle Venezie (1938)
Camillo Pavan abita a Santa Maria del Sile, quartiere di Treviso, in via Monte Cengio 35

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