giovedì 21 giugno 2012

Ugo Pollesel - Recensione "I prigionieri italiani dopo Caporetto", C. Pavan 2001

prigionieri della grande guerra - soldati italiani,  campi di prigionia dell'impero austro-ungarico


Ugo Pollesel, Il Gazzettino, ediz. di Belluno, 24 luglio 2001


Lo storico trevigiano Camillo Pavan ha analizzato nel suo ultimo volume la condizione dei prigionieri italiani dopo la rotta di Caporetto

Una pagina nascosta della Grande Guerra

Le ore della resa, le marce di trasferimento, l’aiuto delle popolazione e le difficoltà nei campi di prigionia  


«Salivamo sulla destra della strada, mentre sulla sinistra discendevano i rinforzi austriaci. Nel buio ci squadravamo a vicenda, e in silenzio. Raramente i combattenti insultano i nemici sfortunati: la simpatia che ispirano dovere e sfortuna fa dimenticare l'odio. Questo triste compito spetta a "quelli dei caffè", italiani e austriaci».  
Le parole sono di Persio Falchi, un ufficiale dei mitraglieri che subito dopo la guerra ricordò nelle proprie memorie i giorni terribili del dopo Caporetto. Quelli in cui, assieme a centinaia di migliaia di commilitoni, fu fatto prigioniero e trascinato fino al campo di prigionia.
E che ora sono riportate, assieme a quelle straordinarie di tanti altri soldati, in «I prigionieri italiani dopo Caporetto», un libro dello storico trevigiano Camillo Pavan (suo anche «Grande Guerra e popolazione civile», vol. 1 , Caporetto, del 1997) appena uscito e che ricostruisce un lato oscuro di quella guerra. E cioè il dramma di quelle migliaia di uomini sbandati, affamati, vessati e umiliati, che furono appunto i soldati italiani caduti nelle mani austro-tedesche dopo la disfatta di Caporetto. Giorni terribili, che investirono anche il Bellunese. Non solo per il famoso episodio che a Longarone vide protagonista l'allora tenente Erwin Rommel, la futura "volpe del deserto", ma anche per il coinvolgimento della popolazione civile in quella tragedia.
Il libro di Pavan è infatti a tutto tondo. Parte dalle ore terribili della resa, quindi della fuga attraverso i borghi veneti sbigottiti, poi delle estenuanti marce di trasferimento, infine della vita nei campi di prigionia. Momenti che vengono ricostruiti fondamentalmente attraverso i diari, le memorie o anche i semplici appunti dei protagonisti.
C'è chi la chiama «storia minore», ma se qualcuno vuole capire davvero cosa fu la Grande Guerra, il peggiore di tutti i conflitti, deve attraversare questi libri, che riportano il dettaglio di quella tragedia. E dai particolari si comprende in realtà il clima, i valori, gli odi e gli amori in cui maturò quella tragedia. Anche perché Pavan non tralascia nulla: i rapporti con i "nemici", quelli con le popolazioni amiche, quelli tra ufficiali e soldati semplici.  
E così emerge come lo strazio e lo spavento della guerra accomunino i combattenti, oltre le rispettive bandiere. Non mancano gli episodi violenti, ma molto più spesso i militari italiani raccontano del rispetto e comunque della comprensione manifestata da chi, fino a pochi giorni prima, era nella trincea di fronte a sparare contro.
A insultare, a schernire, sono semmai «quelli dei bar», che la guerra in realtà ignorano. Dalla fruttivendola di Gorizia che, fiutato il cambio del vento, allontana «voi italiani», al territoriale trentino che insulta al passaggio dei prigionieri.
Significativo anche questo, perché quando i militari italiani attraversano, diretti ai campi di prigionia, le strade del Cadore, già devastate dalla ritirata e dall'avanzata austro-tedesca, ottengono solo commiserazione, conforto e aiuti concreti.
Così come, in questo peregrinare, gli ufficiali italiani vengono spesso intrattenuti amabilmente dai loro colleghi austroungarici o tedeschi, mentre i soldati continuano a camminare. Uno spirito di classe e di appartenenza che, evidentemente, superava ogni diffidenza.  
Ma Pavan va oltre, analizzando anche il trattamento ricevuto nei campi. L'Austria e la Germania morivano di fame, e non avevano certo cibo per chi le aveva combattute. Così, mentre francesi e inglesi venivano nutriti con i viveri inviati dalla madre patria attraverso la Croce rossa, così non avveniva per gli italiani. Meglio soffrissero e morissero di fame, si spiega, affinché non si pensasse che arrendersi conveniva. Questo l'atteggiamento dei vertici militari, indicatore di un rapporto e un rispetto per la truppa che durerà almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, se non oltre.
Così, in un solo anno di prigionia gli italiani morti furono il quintuplo di quelli delle nazioni alleate. Una storia che, nell'orgia retorica scatenata sull'ultima delle guerre risorgimentali italiane, è stata appositamente sepolta.
Ma che ora, nel libro di Pavan, emerge in tutta la sua crudezza.
Ugo Pollesel 
Il Gazzettino, Edizione di Belluno,  Martedì 24 luglio 2001


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