venerdì 20 febbraio 2015

Prigionieri italiani dopo Caporetto / Grande Guerra / Libro sui prigionieri italiani nella prima guerra mondiale / Prigionieri di guerra italiani (Grande Guerra-Prima Guerra Mondiale) - battaglia/ritirata Caporetto

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Camillo Pavan, I prigionieri italiani dopo Caporetto, Con un elenco e una carta dei campi di prigionia a cura di Alberto Burato (2001)
Pagine 175, formato 17 x 24, brossura.

Il tragico destino dei vinti di Caporetto 
"sospinti come mandre" verso l'inferno degli Imperi Centrali.
Dopo interminabili marce forzate ed estenuanti viaggi in treno 
per 300.000 prigionieri italiani si aprono 
le porte dei campi di concentramento austroungarici e tedeschi: i campi della morte.
Seguendo il filo conduttore di numerosi racconti autobiografici 
Pavan ci conduce in presa diretta dentro
 uno degli eventi più dolorosi e meno conosciuti  della storia del XX secolo.

Caporetto 1917 - I prigionieri
(copertina del libro di Pavan)
Indice 

Alcune pagine   

Bibliografia   

Indice dei nomi   

Giudizi e recensioni

Presentazione

Per ordinare       libro  €18,00    ebook  € 7,07



Profughi dopo Caporetto, friulani e veneti in fuga dai tedeschi (1917) - Grande guerra/Prima guerra mondiale

Profughi Grande Guerra-Prima Guerra Mondiale, popolazione civile in fuga:  testimonianze raccolte da
Camillo Pavan, In fuga dai tedeschi. L'invasione del 1917 nel racconto dei testimoni. In appendice: Preti e vescovi dopo Caporetto - (2004) - Pagine 160, formato 17 x 24, brossura.

I protagonisti di questo libro sono donne e uomini qualsiasi,
ma sono gli ultimi ad aver  vissuto in prima persona
quell'evento lontano, straordinario e terribile
che fu l’invasione “tedesca”del Friuli e del Veneto
durante l’ultimo anno della Grande Guerra.

                                          
Ritirata di Caporetto, 1917 -
In copertina: "Mezzi militari
austro-ungarici riportano i profughi
italiani al loro paese". Da
Österreichs Illustrierte Zeitung  
Vienna, 4 novembre 1917
- dopo Caporetto -
(Centro di documentazione storica
sulla Grande Guerra - S. Polo di Piave TV)
Indice    


Per ordinare        libro  € 18,50    ebook   € 7,07


Libro su Caporetto

La battaglia di Caporetto, 24-26 ottobre 1917 - Libro (esaurito) di Camillo Pavan, 1997 - disponibile ebook
Camillo Pavan, Caporetto. Storia testimonianze itinerari. Con la collaborazione di Željko Cimprič (Museo di Caporetto), Drago Sedmak (Museo di Nuova Gorizia), Petra Svoljšak (Istituto di Storia - Accademia delle Scienze e delle Arti, Lubiana). Consulenza e traduzioni dallo sloveno di Giovanna Ferianis Vadnjal. Pagine 471.

Il paesaggio è avvolto nella nebbia e immerso nella più profonda oscurità quando, alle ore 2 del 24 ottobre 1917, si scatena il fuoco di migliaia di cannoni che stanno in agguato fra Plezzo e Tolmino.
Il rumore dei colpi, amplificato dall'eco delle montagne, è talmente terrificante che anche i veterani delle infernali battaglie della Somme e di Verdun esclamano convinti: «Oggi non vorrei proprio essere un italiano!» (Gen. Krafft von Dellmensingen)

Nessuna battaglia era mai stata prevista con tanta precisione e nessuna battaglia fu affrontata con tanta fiducia quanta se ne aveva il 23 ottobre alla vigilia di Caporetto.  (Relazione ufficiale italiana)

Era stato tutto previsto, tranne che gli attaccanti puntassero alla rottura del fronte partendo dal fondovalle. « ... Difendevamo con vigore i sentieri alpestri e trascuravamo le vie maestre.» 
(Gen. Caviglia)

Libro su Caporetto 1917 - 
Battaglia, ritirata - testimonianze
Battaglia di Caporetto, 24 ottobre 1917 - 
Caporetto: Storia, testimonianze,
itinerari - libro di Camillo Pavan. 


Premessa dell'autore




Ebook su Google Libri     € 11,90


sabato 14 febbraio 2015

Libro di Franco Luigi Minoia - «Grande Guerra, L'assalto al Col Basson»: ultimo assalto ottocentesco o primo utilizzo dei gas asfissianti sul fronte italiano?

Col Basson - 
La copertina del ponderoso volume dedicato da
Franco Luigi Minoia alla battaglia del Col Basson
(24 -25 agosto 1915) in cui fu impegnato 

il 115°reggimento di fanteria "Treviso"
(Brigata Treviso)
E' uscito da poco un documentato volume di Franco Luigi Minoia sul sanguinoso assalto al "Fortino Basson" nella notte fra il 24 e il 25 agosto del 1915, a tre mesi dall'entrata in guerra dell'Italia.
Un libro da consigliare a tutti gli studiosi o semplici appassionati della storia della Prima Guerra Mondiale sul fronte italiano.
L'autore, sulla base di una lunga ricerca su quanto dicono (e talvolta non dicono perché artatamente manomessi) i documenti di prima mano conservati nell'Archivio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito Italiano capovolge la versione "mitologica" - riproposta anche di recente - che circonda la battaglia del 24-25 agosto 1915 sugli Altipiani (ultimo assalto di stampo ottocentesco-garibaldino) proponendo invece una cruda e scomoda realtà: "più attendibilmente, [fu la prima battaglia] sul fronte italiano nella quale furono utilizzati, forse in quantità sperimentali, gas asfissianti di nuovo tipo".(Pag. 104).
Un libro denso e nel quale ogni affermazione è supportata da  Minoia con documenti originali, memore della lezione di Voltaire citata nell'esergo: "Se si volesse usare la ragione, anziché la memoria, ed esaminare  più che trascrivere, non si moltiplicherebbero all'infinito i libri e gli errori".
Con questo spirito, che dovrebbe animare ogni studioso di storia, vengono analizzati filologicamente i 59 fonogrammi originali trasmessi in quella tragica giornata, oltre - naturalmente - a tutti gli altri documenti (Ordini d'operazione, ecc.) che permettono d'inquadrare il contesto del fatto d'armi.

Il volume (362 pagine, € 24,40) - con un prezioso elenco aggiornato dei caduti e un'ampia bibliografia e sitografia - è disponibile presso l'editoreIBS, Amazon, etc.

Per contattare l'autore: francominoia/at/libero.it

Franco Luigi Minoia - L'assalto al Col Basson - Indice generale
24-25 agosto 1915, 115° Reggimento di Fanteria (Brigata Treviso)

L'uso dei gas nella prima guerra italiana, fronte italiano - The use of poison gas, WW1 - Italian front

Col Basson - 
Elenco aggiornato dei caduti del 115° reggimento di fanteria "Treviso" nell'assalto al Col Basson 
Grande Guerra/Prima Guerra Mondiale: 24-25.8.1915 - Minoia, pp. 259-288).
Questi i primi 13 nomi dei 344 registrati:
Agostinis Giovanni, 1891; Andreola Nicolantonio, 12.6.1892 Perano CH; Andrighetti Pietro, 9.11.1892, Fonzaso BL; 
Ansaloni Valmiro, 29.11.1894, San Felice sul Panaro MO; Antignani Vincenzo, 7.1.1893 Pomigliano d'Arco NA; 
Antonel Giovanni, 5.11.1893, Piavon TV; Ariis Felice, 3.10.1889, Raveo UD; Artuso Alvise, 20.11.1890, Treviso; 
Artuso Valentino, 24.3.1891, San Zenone degli Ezzelini TV; Baiano Domenico, 25.3.1895 Chiaiano ed Uniti NA;
Balest Felice, 15.2.1890, S. Giustina BL; Ballestrin Prosdocimo, 25.1.1890, Treviso; Balocco Francesco (M.A.V.M.), 30.9.1887, Castelnuovo Belbo AL
[Brigata Treviso

L'uso dei gas nella prima guerra italiana, fronte italiano - The use of poison gas
, WW1 - Italian front  -  
                              

Cimitero di San Lazzaro (Treviso): il ricordo di un trevigiano caduto sul Col Basson

Celio Corazzin, morto sul Basson il 25 agosto 1915, allievo ufficiale, 115. fanteria.
Il suo ricordo al cimitero di Treviso - Foto del 27.6.2017.
L'incisione sulla lapide recita:
Sia ricordato Corazzin Celio All. Uff. 
caduto sul campo di battaglia 
il mattino del 25 agosto 1915
Basson  Alt. di Asiago
---
Conserva un camposanto della PATRIA
le sue ceneri disperse
il cuore dei congiunti la sacra memoria
---
Riviva il suo spirito in Dio

Questa la sua scheda nell'elenco dei caduti del 115° Reggimento Fanteria "Treviso" pubblicato nel libro di F.L. Minoia: 

91 - Corazzin Celio                       A. Uff. 
nato il 11/12/1891 a Arcade (TV), S. Tenente, "Albo d'Oro" volume 26° che lo indica Morto in Vallarsa. Disperso in "Pagine Eroiche".
Allievo Ufficiale nell'azione. (Portabandiera 5. compagnia).
*
Celio Corazzin, diplomato alla scuola di Viticoltura ed Enologia di Conegliano, era uno dei cinque figli di Antonio, segretario comunale di Arcade, e della ex maestra elementare Elisa Busolli. 
(Daniele Ceschin, Giuseppe Corazzin, Cierre ediz. VR, 2001, p. 13)
Due dei suoi fratelli, Giuseppe e Luigi, furono importanti sindacalisti e uomini politici cattolici. Luigi Corazzin, dopo la dittatura fascista, fu anche deputato alla Costituente. 

lunedì 12 gennaio 2015

I figli del peccato

di Camillo Pavan

Prima del Concilio di Trento le disposizioni in materia matrimoniale non erano particolarmente severe. Era abbastanza diffusa, ad esempio, la pratica dei cosiddetti sponsali "de futuro": una coppia conviveva pur non avendo celebrato il matrimonio. Contro tale usanza si scagliò — e siamo nel 1583 — il vescovo vicentino Michele Priuli, che ribadì la validità delle norme tridentine «non ostante qualunque consuetudine ancora immemorabile …»1
Anche a Sant'Angelo il vescovo Luigi Molin, nella visita pastorale del 1597 invitò due "peccatori" ad evitare l'occasione dell'adulterio 2.
In base alle norme del Concilio divennero essenziali, oltre al consenso tra i due contraenti, altri requisiti quali la presenza del parroco degli sposi e di due o tre testimoni. 
Come conseguenza derivò la necessità da parte dei parroci di specificare al momento della registrazione di ogni battesimo, la "legittimità" o meno del matrimonio e quindi del figlio.
A S. Angelo, come nei villaggi vicentini esaminati da Povolo, nel periodo immediatamente successivo al Concilio, la "legittimità" tardò ad essere registrata e solo nel 1584 venne segnato un battesimo che si può con tutta sicurezza ritenere "illegittimo".

«1584. adi 26 agosto
sta battiza Vendramina fiola di D(onn)a Madalena
moier r(elict)a d(el) q(uondam) Andrea Zuchato come
si dice fiola d Tomio Bachin da Mure Compari Pa-
squalini da sta. Lena» 3.

Fu il nuovo parroco Marco Sabbadini a non avere più dubbi al riguardo. Dal 1599 chi non era in regola con le disposizioni conciliari era facilmente individuabile.

«a di 17 marzo 1601
Eustachio nato di no legitimo matrimonio ma figlio di
D(onn)a Mattia Feltrina da Sa(n) Bugeo t de M(es-
ser) Orelio Bologna da Preganzolo come a rifer(i)to il
sotto scritto il quale è Bernardin Besazza, il quale è
stato compare. Fu batezato da me pre Marco Sabba-
dini»


  [... il capitolo segue su ...]

[...] In questo caso, ad esempio, il figlio è di donna Mattia, massara (serva) e non di un singolo padre, ma di tutta la "villa di S. Angelo", di tutto il paese.
Solo quando i figli illegittimi nascevano a casa del nobile Benzoni continuava ad essere registrato il nome di entrambi i genitori. Il peso sociale che la ricca e "foresta" famiglia veneziana aveva nel villaggio, garantiva comunque una dignità a chi viveva nel suo ambito.
Ma la figura dei "concubini" era progressivamente destinata a scomparire per essere sostituita da quella della "ragazza madre" che, capro espiatorio, veniva segnata a dito e cacciata dal paese, portandosi in seno il peso del peccato.

«A di 7 agosto 1616
Domenicha figlia di D.a Menega da S. Salvadore ve-
niva in questa villa per partorire questa figlia di padre
incerto. fu batezata da me pre Marco Sabbadini ret-
tor … Nacque a di ditto»

Rifiutata e cacciata dalla comunità in cui viveva, alla ragazza madre non restava altra soluzione che abbandonare il figlio alla "pietà" del paese, avvolto in pochi stracci, davanti alla porta della chiesa, oppure di depositarlo direttamente sulla "ruota" dei trovatelli, all'ospedale.


Da Drio el Sil: storia vita e lavoro in riva al Sile a S. Angelo e Canizzano, Camillo Pavan, 1986


sabato 10 gennaio 2015

Bataille de Caporetto/Kobarid/Karfreit, l’utilisation du gaz de combat - "Une bouffée d’essence brûlante dans la gorge" - Témoignage de Ivo Ivančič (Traduit par Giorgia Ciondoli)

© Camillo Pavan, 1997 -  Caporetto: storia testimonianze, itinerari


Cette fois-là, tout le front de Plezzo avait été bombardé avec le gaz, en utilisant des grenades à gaz, dont je conserve plusieurs exemplaires dans ma collection. Mais ce bombardement «générique» n'a pas obtenu de très bons résultats. Au contraire, ce qui a produit un effet déterminant par rapport au destin de la bataille, a été le lancement de mille obus des clairières plates, protégées par des escarpement, au-delà du village de Vodenca, en arrivant de l'Isonzo. Les milles grenades contenant le gaz se trouvaient dans des tuyaux, une espèce de mortiers, appelés Gaswerfer en allemand, et ils ont été lancées toutes au même temps, grâce à un contact électrique, en direction des tranchées italiennes situées à cinq cent mètres, en localité Naklo.
Une fois effectuée la rupture du front, les Allemands ont abandonné les tuyaux. Mirko Fuljac, un vieux recuperante* de Plezzo qui m'a appris à ouvrir mes premières dix-quinze bombes et qui désormais est mort, me racontait que plusieurs années avant que je le connaisse, il avait trouvé ces tuyaux. Il les avait pris et il avait essayé de les vendre, mais il n’avait pas gagner beaucoup d'argent parce qu'ils étaient des simple tuyaux en fer. Mais il n'était pas en mesure de comprendre pourquoi tous ces tuyaux étaient là. Maintenant on le sait!
Chaque tuyaux contenait une grenade cal.180 chargée de gaz. J'en ai retrouvé deux de ces grenades: une était déjà vide, parce que la base s'était corrodée au contact du terrain et le gaz en était sorti, alors que l'autre était encore chargée.
Nous étions trois amis quand nous avons trouvé cette bombe dans la zone de Naklo: moi, Anton Kauc, qui est déjà mort, et Dvsan Klavora. Nous savions de façon certaine que la grenade était encore chargée, parce qu’elle est tout comme une bouteille que, si on la secoue, on sent bouger le gaz dedans. Le problème était: comment pouvait-on l'ouvrir, après avoir considéré le caractère dangereux du contenu ?
On y a mis deux années, avant de trouver une solution. On en parlait quand on se rencontrait au bistrot, on en parlait les soirs d’hiver… jusqu’au moment où — c’était vers 1980 — on a décidé de passer à l’action.
On a chargé un fusil avec une balle de mitrailleuse lourde Breda 8 mm de la Seconde Guerre Mondiale (qui avait été trouvée dans cette zone, elle aussi, abandonnée par les Italiens quand ils se sont retirés après le 8 Septembre). On a porté la bombe jusqu'à un endroit qui, on en était sûr, n'était absolument pas fréquenté, haut sur la montagne. C'était un de ces lieux où, pendant toute l’année, passe peut-être une seule personne au maximum. Nous l’avons mise par terre et on a approché le canon du fusil, à environ deux centimètres. Ensuite on a relié la détente à une longue ficelle qu'on a fait tourner autour d'un côté de la grenade, de façon qu'on pouvait se placer de l'autre côté par rapport à la sortie du gaz. On s'est éloigné à plus que cinquante mètres et on a tiré la ficelle. Le coup est parti. La puissante balle a percé la cuirasse de la grenade et le gaz en est sorti en sifflant à cause de la pression. Il a crée un nuage blanc (semblable au brouillard, mais tirant sur le jaune de façon très légère) qui s’est répandu pour vingt-cinq mètres à peu près.
Peu après, quand les traces du gaz avaient désormais disparu, j’ai proposé à mes amis d’aller contrôler la grenade. Dvsan ne se fiait pas à venir et j'y suis allé seul avec Anton Kauc. On s'est approché lentement, prudemment, quelques centimètres à la fois, en flairant l'air afin qu'on pouvait s'arrêter au moindre odeur suspect. Et quand on était à environ six-sept mètres de la bombe, on a senti au même temps quelque chose qui nous empêchait de respirer; nous nous sommes enfuis à toute allure.
Et pourtant on ne voyait pas de gaz, même si quelque chose restait dans l'air, évidemment. C'était comme dans une salle où l’on ne fume plus pendant des heures, mais l'air est encore imprégné de fumée.
Plus tard, même si je me rendais compte qu'il était dangereux, j’ai dit à mon ami : «Aidi, greva se nkret… », qui, dans notre dialecte, signifie : «Vas y, encore une fois ». Mais Anton était trop effrayé. « Non », il m'a dit, « moi, je ne veux plus y aller».
Mais moi je suis fait comme ça, je voulais essayer encore une fois ! Je me suis approché de nouveau, moi seul, toujours en flairant l'air, un pas à la fois. « Il n'y a rien », je me disais en m’approchant au point où j’avais senti le gaz, et j'ai avancé encore un peu. Peut-être le vent a-t-il changé de direction en ce moment-là, je ne sais pas: en un instant je me suis trouvé dans le gaz, j'ai senti dans la gorge comme une bouffée d’essence brûlante qui était en train de prendre feu dedans. « Ah, je ne respire plus!».
Je me suis tourné, j'ai eu tout juste le temps de faire quelque pas en courant et, quand j'ai terminé l'air, je suis tombé à terre. Je pouvais sentir mes amis qui commentaient: «Il est condamné, il est déjà fichu…».
Mais quelque temps après je me suis repris et j'ai commencé a tousser, graillonner, expulser mucus par le nez. J'ai dû attendre dix minutes avant de pouvoir respirer de façon presque normale. Deux heures plus tard la gorge me brûlait encore un peu et seulement le jour après je m’étais complètement remis. Maintenant je peux confirmer ce qu'on peut lire dans certains livres italiens: c'est-à-dire que les soldats sur lesquels ce gaz a été lancé sont morts en crachant sang et morceaux de poumon (1). C'est vrai, j'en suis sûr, parce que moi je l'ai connu, ce gaz.
Afin que tu te rendes compte de la puissance de ce gaz, je vais te raconter une chose encore. Quand on a fait exploser la grenade, c'était vers la fin de l'été, peut-être la fin d’août, peut-être le début de septembre, de toute façon, dans le bois, les feuilles étaient encore vertes. Quelques jours après on y est retourné et les feuilles, dans un rayon de cinquante mètres du lieu de l'explosion, étaient toutes brûlées, elles avaient la même couleur que ce buffet; et non seulement les feuilles étaient brûlées, tout était brûlé, l’herbe aussi avait séché. Après cinquante mètres le végétation était un peu moins brûlée, mais les traces du gaz étaient encore visibles jusqu’à deux cent cinquante mètres de la grenade. Et tout cela avec une seule grenade. C'était le gaz phosgène (2), je l’ai lu dans un document militaire italien qui remontait au temps de la guerre (3). Mais moi je ne suis pas un expert en chimie et je ne suis même pas en mesure de dire s'il avait la même odeur des amandes, du café ou des pâtes! Je n'ai senti aucune odeur (4). Tout ce que je peux te dire c'est que je suis la dernière personne encore vivante qui a respiré ce gaz!
Mais laissons tomber les discussions sur le genre de gaz utilisé. Ce que je sais en toute certitude c'est qu'il atteint la gorge et que si j'avais respiré à pleins poumons, une fois seulement, je serais mort. Quand j'ai respiré le gaz, il n'y avait plus de brouillard blanc, il n'y avait plus rien, et pourtant j'étais près de mourir. Et cette fois-là les Allemand ont lancé mille bombes qui ont explosé avant de toucher le sol, en provoquant un grand nuage, chargé de gaz. Ensuite le gaz, qui est plus lourd que l'air, est descendu au sol, il est entré dans les tranchées, dans les baraques, dans les cavernes, partout.
Et un seul souffle a suffit, à ces soldats italiens, pour mourir.

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* À la fin de la 1ère Guerre Mondiale, le recuperante était un véritable métier qui consistait à recueillir tout matériel de guerre pour le revendre. (n.d.T.)
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Notes

1 Le témoin n’a pas été en mesure de m'indiquer l'auteur dont il parlait, et moi non plus je ne suis pas arrivé à l’identifier. Les mots de Ivancic rappellent ceux qu’on peut lire dans la traduction italienne de Fritz Weber, Dal Monte Nero a Caporetto, 1ère édition italienne,  Mursia, 1967, p. 382. «Qua, là, dappertutto, questa nebbia orrenda, bastava aspirarla una volta perché i polmoni ne venissero corrosi, una sola boccata e la vita se ne andava a brani sanguinolenti»*. Ou encore de Walther Schaumann - Peter Schubert, 1990, Isonzo, là dove morirono …, Ghedina e Tassotti, Bassano del Grappa, Vicenza, p. 220: «Fra le masse dei cadaveri sedevano alcuni intossicati dai gas che sputavano sangue da sotto il becco delle loro maschere…»**.
2 D’après Attilio Izzo, Guerra chimica e difesa antigas, deuxième édition mise à jour et augmentée, Hoepli, Milan, 1935, p. 21, à Plezzo, «gli aggressivi adoperati furono il difosgene e la difenilcloroarsina. I colpiti (circa 500-600 uomini) morirono istantaneamente» ***. C’était le 5èmebtl., 87ème rgt., brigade Friuli. (Relazione Ufficiale Italiana, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio storico, 1967, L'esercito italiano nella Grande Guerra, vol. IV/3, schizzo 3).
Phosgène et diphosgène, sont classés parmi les gaz de combat suffocants, puisqu’ils attaquent les voies respiratoires, et tous les deux ont un indice de toxicité très élevé. L’ « avantage » du diphosgène est sa stabilité au contact du fer, comme ça il est possible de le charger directement sur les balles, comme il est évident des grenades récupérées par Ivancic, tandis que l’acide cyanhydrique « ne peut pas être utilisé à l’état liquide » dans les bombes en fer. (Izzoop. cit., p. 52) En outre, le diphosgène « n’est pas facilement décomposé pas l’eau » (id., p. 50) et cela est un facteur dont les attaquants ont tenu compte, à cause du milieu physique et des conditions atmosphériques dans lesquels ils auraient dû utiliser la gaz.
La déphénylaminechlorarsine, dont les balles étaient marquées par les Allemands avec une croix bleue, est classée parmi les gaz sternutatoires, même si elle a une toxicité intrinsèque. Elle « stimule fortement les muqueuses du nez, de la gorge, des yeux et des voies respiratoires ». (Id., p. 71)
3 Il se réfère à une photocopie de sa collection qui, malheureusement, n’a pas d’indications bibliographiques.
4 Il s’agit d’une réponse à mes sollicitations à propos de l’œuvre de Giovanni Comisso, Giorni di guerra, 3ème édition revue, Longanesi, Milan, 1960, p. 127) et celle de Mario Silvestri, 1984,Caporetto, Una battaglia e un enigma, (Oscar Bestsellers, Mondadori, 1995), p. 180, qui, d’après l’affirmation de Comisso à propos de l’odeur de l’acide cyanhydrique (amandes amères), et des considérations de Weber, (op. cit. pages 380 et 383), affirme que le gaz lancé à Plezzo n’était pas phosgène, mais acide cyanhydrique. Mais l’acide cyanhydrique (ou acide prussique), même s’il est classé parmi les composés les plus toxiques, si utilisé seul, « à cause de sa grande volatilité… n’a donné en guerre que des résultats médiocres ». (Izzoop. cit., p. 51)

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Ça et là, partout, ce brouillard affreux, il fallait le respirer une fois seulement pour qu’il corrodait les poumons, une bouffée seulement et la vie s’en allait en pièces saignants.

 ** Parmi les masses de cadavres étaient assis des intoxiqués par les gaz qui crachaient sang du bec des masques antigaz…

*** Les gaz de combat qui ont été utilisés sont le diphosgène et la déphénylaminechlorarsine. Qui a respiré les gaz (environ 500-600 hommes) est mort à l’instant.


PS
Ivo Ivančič (1937, Bovec/Plezzo/Flitsch) possède une collection-musée de pièces de guerre qu’il a recueilli lui-même sur les champs de bataille du secteur Rombon-Plezzo.

Traduit par Giorgia Ciondoli
(Traduzione di Giorgia Ciondoli)