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venerdì 20 febbraio 2015

Prigionieri italiani dopo Caporetto / Grande Guerra / Libro sui prigionieri italiani nella prima guerra mondiale / Prigionieri di guerra italiani (Grande Guerra-Prima Guerra Mondiale) - battaglia/ritirata Caporetto

prigionieri grande guerra - prigionieri italiani nella prima guerra mondiale - prigionieri italiani caporetto grande guerra
Camillo Pavan, I prigionieri italiani dopo Caporetto, Con un elenco e una carta dei campi di prigionia a cura di Alberto Burato (2001)
Pagine 175, formato 17 x 24, brossura.

Il tragico destino dei vinti di Caporetto 
"sospinti come mandre" verso l'inferno degli Imperi Centrali.
Dopo interminabili marce forzate ed estenuanti viaggi in treno 
per 300.000 prigionieri italiani si aprono 
le porte dei campi di concentramento austroungarici e tedeschi: i campi della morte.
Seguendo il filo conduttore di numerosi racconti autobiografici 
Pavan ci conduce in presa diretta dentro
 uno degli eventi più dolorosi e meno conosciuti  della storia del XX secolo.

Caporetto 1917 - I prigionieri
(copertina del libro di Pavan)
Indice 

Alcune pagine   

Bibliografia   

Indice dei nomi   

Giudizi e recensioni

Presentazione

Per ordinare       libro  €18,00    ebook  € 7,07



venerdì 26 dicembre 2014

Il clero friulano e veneto durante l'invasione austro-tedesca del 1917 - (Ultimo anno della Grande Guerra/Prima guerra mondiale)

Ritirata di Caporetto, 1917
Dal libro IN FUGA DAI TEDESCHI

Il parroco di Fontane di Villorba al vescovo di Treviso 
[Mons. Andrea Giacinto Longhin] 


Fontane 13 Nov. 1917
Eccell. R.ma
     Con il cuore straziato La annunzio che la chiesa nuova fù requisita ad uso magazzino, che sarà d'essa...
     Sono quì con la mia povera sorella ripiena non di paura ma di terrore, giacché anche a Fontane si svolgerà il combattimento, già tutto è in pronto.
     I registri dell'Archivio ed ogni altra cosa della chiesa è tutto esposto alla rapina degli invasori (…) .
(Archivio Curia TV, b. 51, fasc. Fontane)


Ritirata di Caporetto, 1917
Inizio del capitolo dedicato al comportamento del clero
friulano e veneto nei giorni della ritirata di Caporetto e della
invasione austro-tedesca. (In fuga dai Tedeschi, pp. 138.39)
Arrivano gli invasori (Pag. 139)


«Dicono fenomeno inesplicabile: ma è castigo di Dio: torna in campo sotto altra forma l’angelo sterminatore (...)» 1.
Con questa citazione biblica il 30 ottobre 1917 mons. [Luigi] Pellizzo, friulano di Faedis e vescovo di Padova, descriveva in una lettera al papa il ciclone che da qualche giorno stava flagellando la sua terra e che stava per abbattersi sul resto del Friuli e del Veneto 2.
Mentre le autorità militari cercavano di salvare il salvabile e quelle politiche nazionali, superata la crisi di governo 3, faticavano a prendere coscienza della situazione, Pellizzo aveva ben chiaro cosa stesse succedendo, grazie alla capillare rete di parroci della sua vasta diocesi4, ai buoni rapporti con le alte sfere militari, alla sua provenienza geografica. Il quadro che ne traeva era a tinte fosche: gli italiani — in piena crisi — non si sarebbero fermati che sul Po (forse...), Brescia e Milano erano in pericolo 5.
“È il soffio della divina vendetta 6” per il comportamento dell’esercito italiano in genere e per quello degli ufficiali in particolare, che “converrebbe avessero meno mense, meno donne, meno odio ed avversione al prete”7.
La causa del disastro, dunque, per il vescovo patavino (e per il clero in genere) era chiara.
Ma come comportarsi, con gli invasori alle porte? Partire o restare?

Parola d'ordine: restare.

Tanto la classe politica locale, nel suo complesso, si volatilizzò, tanto il clero — pur con singoli casi di abbandono della propria sede, primo fra tutti il vescovo di Udine, [Antonio Anastasio] Rossi — restò fedele alla direttiva che dal Vaticano giungeva alla base; tremenda nella sua semplicità: rimanere al proprio posto. “... È volere dell’augusto pontefice che, anche nel caso di una invasione, tutti gli ecclesiastici, vescovi e sacerdoti, rimangano al loro posto, per compiere con la dovuta abnegazione il proprio dovere ed infondere agli altri la calma tanto necessaria in sì dolorose circostanze” 8.
Restare al proprio posto, assieme ai parrocchiani; perché se loro fossero stati costretti dagli eventi ad abbandonare il paese, anche il clero avrebbe dovuto seguirli nella “dura sorte”.
Parola d’ordine, peraltro, fatta propria dalla chiesa cattolica fin dall'inizio del conflitto. “È dovere di ogni sacerdote stare sempre accanto ai propri fedeli”, scriveva nel 1915 al clero il vescovo di Gorizia, [Francesco Borgia] Sedej, nell'imminenza dell’attacco italiano 9. [...]

segue

giovedì 21 marzo 2013

Marina Rossi, 2002 - Recensione "I prigionieri italiani dopo Caporetto"


Un libro di Camillo Pavan spiega il dopo Caporetto

Il viaggio dei prigionieri italiani nel nascente mondo dei lager

Marina Rossi, Il Piccolo -Trieste
19 giugno 2002
Camillo Pavan, singolare figura di editore ricco di interessi culturali, con una particolare predisposizione per la ricerca storica, già autore del corposo libro «Grande guerra e popolazione civile, volume 1 Caporetto », realizzato insieme a qualificati studiosi sloveni, ha voluto questa volta addentrarsi in un capitolo inedito riguardante il vasto e doloroso tema della prigionia dei militari italiani caduti in mano austriaca, nell'autunno del '17, dopo la rotta di Caporetto «Prigionieri italiani dopo Caporetto» (Pavan editore).
Avvalendosi di una ricca documentazione cartacea e visiva, proveniente da archivi pubblici e privati italiani, austriaci e sloveni, (tra cui il Kriegsarchiv di Vienna, il museo centrale del Risorgimento di Roma, la fototeca del museo di storia contemporanea di Lubiana, dei musei provinciali di Gorizia, della sezione fotocinematografica del comando supremo  e dell'archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano), l'autore si sofferma ad analizzare i destini dei vinti di Caporetto, dal momento della cattura, all'internamento nei campi allestiti in Friuli, durante le marce estenuanti o nei lunghi viaggi compiuti in treno verso i lager dell'Austria e della Germania. 
Udine, Codroipo, Cividale, Villasantina, la Val di Resia, i bacini dell'Isonzo e della Sava, i territori mistilingui abitati da italiani e sloveni, divenuti, un anno dopo, aree di confine tra il regno d'Italia e il nuovo stato Jugoslavo, segnarono le tappe di tragedie e sofferenze che confermano le tesi enunciate da Giovanna Procacci  nel suo volume dedicato ai prigionieri dell'esercito italiano, anche in territori così vicini a noi, soprattutto per quanto riguarda l'atteggiamento punitivo assunto dal comando supremo verso i militari italiani arresisi al nemico. 
Dal Pavan apprendiamo che il campo di concentramento di Cividale, già utilizzato dal regio esercito italiano per rinchiudere gli austriaci  diviene, agli inizi di novembre del 1917, luogo di tormenti per gli italiani, colpiti addirittura dall'aviazione del loro stesso esercito. «Un rumore assordante, vetri infranti, la baracca si scuote, il tempo appena di fuggire e una seconda bomba la manda in aria in un rovinio di legno e di schegge. Che strazio vedersi colpiti dai propri fratelli! E il fante pensava: "Che i fratelli vengano a punirci perché siamo prigionieri?"».
Nel Friuli rioccupato dagli austro-germanici i militari italiani laceri e affamati devono far i conti con l'ostilità della popolazione civile, poco prodiga di aiuti, sia perché a sua volta logorata e ridotta a una vita di stenti a causa della guerra, sia perché più propensa a sostenere le ragioni dell'Austria o comunque non necessariamente disposta a appoggiare la causa italiana.
Alla fine del lungo viaggo, per quei trecentomila prigionieri si sarebbero spalancate le porte dei campi di concentramento degli imperi centrali.
Le foto inedite di corpi ischeletriti dalla fame, confermano nella particolare prospettiva della ricerca del Pavan, un altro dato interpretativo ormai recepito da molti storici, che individua proprio nei campi di prigionia della grande guerra, la   prima guerra di massa nella storia dell'umanità,  l'avvio di quel sistema concentrazionario, applicato poi su vasta scala dal nazismo.
Marina Rossi
Il Piccolo, Trieste - Mercoledì 19 giugno 2002


Prof.ssa Marina Rossi, 2002


giovedì 26 aprile 2012

Alcune pagine - Prigionieri italiani Grande Guerra - Prima guerra mondiale/ Prigionieri di guerra italiani (Grande Guerra-Prima Guerra Mondiale) / Libro sui prigionieri della prima guerra mondiale - Dopo Caporetto


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I PRIGIONIERI ITALIANI DOPO CAPORETTO
Alcune pagine

IV di copertina

Elenco dei campi - una pagina

campo di prigionia in Cecoslovacchia, prima guerra mondiale - grande guerra
Milowitz's List: una pagina della lista dei prigionieri italiani morti a Milowitz (Milovice)
proveniente dall'Archivio storico del Distretto Militare di Padova.
(Segnalazione di Giuseppe Carbini ad Alberto Burato)

Carta dei campi (cm. 50 x 32)
Pag. 46
Dopo la sosta per la notte a Udine, nella città devastata dai saccheggi, il giorno successivo riprende il cammino.
 
«Alle ore 10 venne l’ordine di partire. — A piedi per Cividale, poi si proseguirà per Caporetto, Tolmino, S. Lucia. —
Tutti fummo presi da uno sconforto tale che il sentimento di ribellione ci sconvolse. Ma ribellione contro chi? Automi eravamo diventati, nient’altro che automi (…) .
Partimmo con poche sentinelle, imbucando l’ampia strada per Cividale (…) . Nei dintorni della città incontrammo due morti: soldati nostri di fanteria (…) . Più avanti, lungo il fosso laterale della strada altri due soldati nostri sdraiati, immobili. Sembravano morti ed erano invece ubriachi fradici. Non davano segni di vita. Due sentinelle tedesche si avvicinarono per farli alzare; non si mossero nemmeno alle spinte ed allora cominciarono a percuoterli con il calcio del fucile» 7.
 
14 novembre 1917, Longarone. Il racconto del capitano medico Michele Daniele.
 
«E’ l’alba di un altro giorno triste. Visito la città. Sembra sia stata messa a ferro ed a fuoco.
Case con porte sconquassate, finestre con vetri a pezzi, magazzini e botteghe saccheggiati (…) prigionieri italiani in cerca di alimenti; soldati austriaci avvinazzati, intenti a trascinare mucche e maiali sgozzati (…).
I nostri, a frotte, vagano per ogni dove in cerca di cibi; girano, rigirano, entrano in ogni luogo, in ogni vano (…) . Gironzano per gli orti in cerca di radici, di erbaggi, di frutta cadute, di patate non ancora disotterrate, e scavano, scavano fino a che riescono a procurarsi qualche alimento! Si fermano nei cantoni, nei cortili, nei giardini, bivaccano in capannelli; accendono fuochi e improvvisano cucine (…) . Molti sono taciturni e tristi, ma altri se la prendono in santa pace e ridono con gli austriaci, i quali menano presso a poco la stessa vita, con la differenza che essi di viveri ne hanno, perché li hanno requisiti con la forza, e sono quindi meno parchi, specie nell’impastare farine e friggere frittelle in una nuova sorta di padelle: catini smaltati!
E’ un quadro speciale, bizzarro, fantastico, mai supposto, mai immaginato, mai visto! (…) » 8.
 
 
 
 
 
7       Tacconi, pp. 64-76.
8       Daniele, pp. 30-31

Pagina 108
Pag. 108
“Fame continua … fame, orrenda fame”
 
Fra i molti aspetti della vita all'interno dei campi  di concentramento ci limitiamo ad approfondire quello della fame, sempre con l’aiuto delle memorie e dei diari di chi visse in prima persona l’esperienza.
 
«I medici raccontano che dopo Caporetto gli italiani morivano come le mosche, per denutrizione. Dalle autopsie praticate trovarono che tutto il grasso era scomparso dalle fibre muscolari e dal corpo. Il cuore era rattrappito come un pezzo di cuoio (…)» 10.
 
La fame, che era stata una compagna immancabile già nel viaggio verso la prigionia sia per i soldati sia per gli ufficiali, nel lager diventa la causa primaria di morte, diretta o indiretta. Ma questa volta solo, o quasi, per i soldati. Le cause di morte dei circa 550 ufficiali periti in prigionia furono in genere le conseguenze delle ferite riportate prima della cattura o complicazioni polmonari.
Riguardo ai soldati la CIV, ad onor del vero, parla di oltre il 50% di deceduti in prigionia a causa della tubercolosi 11. Ma se si pensa che i prigionieri erano tutti uomini giovani, è difficile non identificare in questa tubercolosi di massa il processo finale di mesi e mesi di stenti, aggiunti al clima rigido dell'Europa centro settentrionale affrontato senza la più elementare protezione. La parola “fame” «non doveva essere pronunciata nel Campo; si diceva che le morti avvenivano per esaurimento, ma guai a chi avesse detto che avvenivano per fame» 12. E anche nella registrazione delle cause di morte, come vedremo a Milowitz, il vocabolo veniva pudicamente escluso: si preferiva usare il termine ödem, edema.  Oppure i responsabili dei campi parlavano di un'altra malattia  che «hanno voluto astutamente nascondere in un termine nuovo “Gefangenenpsychosis” che potrebbe essere tradotto in italiano con la parola “Prigionite”, o meglio ancora — per esprimersi chiaramente — “Malattia della fame”» 13
 
                 
 
10            Procacci, p. 217.
11            CIV, (Commissione d'Inchiesta sulle Violazioni del diritto delle genti) p. 26.
12            Preliminari, p. 133.
13                         Masucci (…), p. 27.