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sabato 6 aprile 2013

Igor Principe, 2001 - Recensione "Caporetto" di C. Pavan

LA GRANDE GUERRA Nella disfatta dell'esercito italiano, travolto
dagli austriaci, vennero tragicamente coinvolte anche
le popolazioni civili dei territori prossimi alle zone d'operazioni
 


FU CAPORETTO
PER OGNI FAMIGLIA
DEL VENETO
 



Il libro di Camillo Pavan è molto
ricco di documenti e fotografie
di IGOR PRINCIPE

"Sì: anche se ormai gli echi della grande guerra tacevano da tempo e anche se l'erba ricopriva le trincee, noi continuavamo a subire i danni di quel conflitto. Limitare il concetto di "vittime di guerra" ai soli morti e feriti non esaurisce la lista effettiva delle perdite subite da una società. Quante distruzioni nella cultura, quanta devastazione nella nostra consapevolezza, quanto impoverimento, quanto sciupio nella nostra vita intellettuale! E questo per generazioni e generazioni, per anni e anni". Un grido disperato.
Ad ascoltarlo con orecchio attento, sembra provenire dalla voce di uno dei soldati che spesero i loro giorni migliori nelle trincee che solcarono l'Europa durante il conflitto del 1914-18. E' invece il pensiero - dettato dal ricordo - di un grande giornalista, ultimo esponente con pochissimi altri di quella generazione di cronisti di guerra che ha provato l'amaro ma suadente sapore della prima linea, che ha consumato le suole di centinaia di scarpe e i tasti delle macchine da scrivere portatili.
Parliamo del polacco Ryszard Kapuscinszky, le cui parole, annotate in un taccuino di appunti, non si riferiscono a quei quattro anni di tragedie passati alla storia con il nome di "Grande Guerra", bensì all'altro e ben più tragico conflitto, la Seconda Guerra Mondiale, che lo scrittore ha vissuto e osservato con gli occhi di un bambino di sette anni. Pure, sembrano tagliate a misura per gli scenari della guerra precedente, che nella storia d'Italia può essere sintetizzata con due nomi: Caporetto, ovvero la disfatta e Piave, l'inizio della rinascita. Al primo di quei due capitoli è dedicato il libro di cui ci occupiamo in questo articolo.
Lo ha scritto il giornalista Camillo Pavan, che al pari del citato collega polacco ha camminato, nell'arco di quattro anni, per chilometri e chilometri nei luoghi che furono teatro di quella tragedia, ha compulsato documenti ufficiali, ha sentito la viva voce di uomini e donne che vissero quel cruciale episodio pur senza indossare l'uniforme dei fanti. Da questo lavoro è nato Caporetto. Storia, testimonianze, itinerari, (pp. 472, L.60.000. Camillo Pavan editore, Treviso, 1997). Un testo che, oltre ad essere una miniera di informazioni e di immagini (ben 374), è fondamentale per comprendere i molteplici scenari legati a una guerra. Scenari che non si limitano ai soli campi di battaglia ma si estendono alla vita quotidiana, stravolta dalla tipica schizofrenia dei momenti bellici. Un tema spesso dimenticato dalle cronache degli inviati e dai libri degli storici, concentrati rispettivamente sul serrato incedere degli eventi e sulle cause politiche ed economiche dei conflitti. Un tema tuttavia fondamentale, che racconta una storia parallela a quella "ufficiale" ma non meno importante né meno bella.
Pavan, s'è detto, ha concentrato la sua indagine sulle popolazioni civili che abitavano paesi e città dislocati sul fronte austro-italiano, che con quello franco-tedesco è stato il palcoscenico principale della Grande Guerra. Popoli che, pur non avendo tutti ascoltato da vicino il sibilo delle pallottole o il tuono delle granate, ne hanno provato gli effetti sulla vita di
Una colonna di profughi in fuga dopo l'invasione
delle truppe austro-ungariche
tutti i giorni. Primo tra tutti, la modifica - chiamiamola così - del proprio status sociale: da civili, cittadini di una nazione si sono scoperti, nel volgere di poche ore, profughi e apolidi. Quel conflitto, insomma, ha dato il "la" ad un drammatico fenomeno che tuttora permane e di cui l'Italia ha forse, tra i Paesi europei, la maggior percezione.
Oggi vediamo approdare sulle nostre coste gommoni gravidi di disperati, in fuga da zone in cui fino a poco tempo addietro ha imperversato una guerra e dove, adesso, se ne subiscono gli strascichi. Allora - e durante i conflitti che sono seguiti a quello cominciato nel 1914 - non erano spietati scafisti a condurre i profughi lontano dalle loro case, ma carretti di legno trainati a mano o da qualche animale. O, più semplicemente, le malandate scarpe di quegli sfortunati. Il Novecento è stato molte cose: il secolo breve, quello dei totalitarismi, quello della bomba atomica, quello dell'uomo sulla luna.
"E' stato anche - scrive Pavan - il secolo dei profughi". Il fenomeno delle migrazioni forzate, vecchio quanto l'uomo, ha conosciuto con la Prima Guerra Mondiale una decisiva accelerazione. Con la mirabile precisione di un contabile, l'autore riporta i dati che seguono. Sul fronte occidentale, un milione di persone devono abbandonare il Belgio, in seguito all'avanzata dell'esercito tedesco nell'agosto del 1914, per dirigersi in Olanda e in Francia. L'inarrestabile avanzata tedesca costringe però anche i francesi ad abbandonare le loro case per cercare riparo altrove.
Il 2 settembre dello stesso anno il governo lascia Parigi - ormai assediata dalle truppe del Kaiser, giunte a 80 chilometri dalla capitale - e si trasferisce a Bordeaux. Con esso, due milioni tra parigini e francesi del nord si trasferiscono forzatamente in luoghi del Paese non interessati - meglio, non ancora - dal conflitto. Non dissimile il quadro sul fronte orientale. L'esercito russo costringe alla fuga circa settecentomila galiziani e un imprecisato numero di prussiani dell'est. Nei Balcani, prima migliaia di Serbi, quindi altrettanti Romeni cedono il passo agli avanzanti eserciti degli Imperi Centrali.
E ancora: due milioni di Armeni sono l'obiettivo di una colossale deportazione che il governo dell'Impero Ottomano ha in animo di effettuare per risolvere definitivamente l'annosa questione con quel popolo. Un quarto del quale riesce a fuggire; la maggioranza, invece, viene "trasferita" in Siria e in Mesopotamia, luoghi che circa un milione di Armeni non riuscirà a raggiungere, terminato da sevizie e da malattie. Il fronte austro-italiano è invece teatro di un'escalation che dalle centosettantamila unità, che gli scontri iniziali tra i due eserciti spingono verso le zone interne dei rispettivi paesi, arriverà al mezzo milione di fuggiaschi coinvolti nella tragica rotta di Caporetto. Risultato: cinque milioni di civili, di "non combattenti" lasciano le loro case, e il cuore della loro esistenza, grazie ad una guerra che ha interessato complessivamente cinquanta milioni di soldati. Le ragioni dell'accelerazione dei fenomeni migratori sono da individuare nel mutamento della filosofia bellica strettamente correlato al conflitto in discorso. A differenza del passato, quando una singola battaglia era in grado di risolvere una guerra, in quella del 1914-18 si affermano nelle menti degli strateghi la tecnica dello sfondamento prima, e quella del logoramento poi. Il comando concentra le forze in un preciso settore del fronte, spreme l'artiglieria fino all'ultima risorsa, manda all'assalto la fanteria facendo uccidere migliaia di soldati. Col risultato di non sfondare alcunché.
Si passa quindi alla seconda tecnica: sottoporre il nemico a continui getti di fuoco e aggressioni umane, sì da logorarne la capacità di resistere. La carneficina di Verdun ha insegnato che azioni di questo tipo logorano chi le mette in atto. Ma lasciando da parte le 
Un rifugio per profughi improvvisato dall'esercito
italiano nei pressi di Pordenone
considerazioni strategiche, va sottolineato che l'impiego prolungato degli eserciti nelle zone di guerra costringe inevitabilmente chi quelle zone abita a lasciarle in balìa di chi si fronteggia. Che, inoltre, lo fa utilizzando un arsenale ben più distruttivo di quelli in uso nelle guerre combattute sino alla fine dell'Ottocento.
Cannoni molto più potenti, granate, mitragliatrici, carri armati, bombardamenti aerei: le armi della Grande Guerra non uccidono più soltanto chi sta sul campo di battaglia, ma anche le persone che abitano nelle sue adiacenze. Che, per salvarsi la vita, abbracciano la tremenda condizione di profughi. La vicenda dei quali "si risolse in una storia di iniquità sociali e, in conseguenza del loro innesto innaturale in un contesto straniero, anche in una vicenda di disparità etniche culturali e linguistiche - scrive Pavan -.
I profughi vissero sospesi in una continua incertezza tra passato e futuro, assillati con continuamente dall'ansia, dalla speranza e dal pensiero costantemente rivolto per un verso al periodo prebellico e per un altro all'ignoto che solo la fine della guerra avrebbe svelato. I profughi - prosegue l'autore - dovettero adattarsi alle esigenze imposte dalla "nuova vita", furono costretti perciò ad ogni genere di privazioni. La loro vita era dominata dalla pazienza e dal coraggio, dalla coesistenza in condizioni di vita ardue, da una lotta che ebbe per unico obiettivo la mera sopravvivenza".
Così, interi paesi vengono privati - prima ancora che delle loro bellezze architettoniche e artistiche - dei loro cittadini, e cioè della loro anima. A Gorizia nel 1910 abitano trentamila persone; nel 1916, un decimo di esse attende l'arrivo delle truppe italiane, e l'anno successivo un centinaio di civili rimane nelle loro case mentre giunge in città l'esercito austro-tedesco. A Trieste, che sempre nel '10 conta duecentotrentamila abitanti, la guerra dimezza la popolazione.
Fredde cifre, che però fanno luce su quel che la Grande Guerra ha significato per chi abitava nei pressi della frontiera orientale tra Italia e Impero asburgico. La loro fuga è dapprincipio disordinata: si cerca rifugio presso parenti, amici, semplici conoscenti; si fa di tutto, in particolare, per non allontanarsi dalla propria casa, dai poderi, dalle proprietà che si è dovuti lasciare su ordine delle autorità militari.
Il loro esodo si rivela però di intralcio alla truppe dirette al fronte: i fienili, per esempio, che devono essere lasciati a disposizione dell'esercito, sono invece occupati da civili in fuga. Questo e altri numerosi inconvenienti determinano la decisione dei comandi militari di spostare i fuggiaschi all'interno e del territorio dell'Impero e di quello italiano. C'è chi non fa troppi chilometri, fermandosi in Carniola, in Stiria e in Carinzia. Ma c'è anche chi è costretto a salire su un treno ed è mandato a costruirsi una nuova vita in regioni fisicamente, e soprattutto spiritualmente, lontane da quelle natie.
Migliaia di austriaci di confine e di sloveni si ritrovano catapultati in Boemia, in Moravia, a Vienna, in Ungheria; migliaia di giuliani devono ripartire daccapo a Torino, Livorno, Firenze, Napoli, addirittura a Ventotene, l'isola pontina che durante il Ventennio ospiterà illustri dissidenti e perseguitati politici. Tuttavia si cercano soluzioni diverse, che il governo austriaco trova costruendo le cosiddette "città di legno", primo esempio nella storia di quello che siamo soliti chiamare "campo profughi". Agglomerati di baracche sorgono un po' dovunque arrivino civili provenienti da zone di guerra, affinché questi vi possano trovare un minimo riparo. Minimo davvero: vi si patisce la fame e la propensione ad ammalarsi sale a livelli esponenziali, decimando indifferentemente migliaia di adulti e bambini.
"Perciò la gente accettava molto malvolentieri di esservi mandata - racconta l'autore - e, se era costretta a viverci, nascondeva i propri cari ai medici, perché non si fidava di essi. Il ricordo di questi duri tempi e delle morti così frequenti nei campi profughi è tuttora vivo 
Tolmino (provincia di Gorizia) dopo
la dodicesima battaglia dell'Isonzo
nella tradizione orale di tutti i paesi lungo il confine italo-sloveno dai quali i profughi provenivano". La Grande Guerra, inoltre, ha partorito un embrione di quegli orribili fenomeni che, pochi decenni più tardi, passeranno alla storia con il nome di lager e di gulag. Si ha notizia, infatti, che gli invisi al potere politico di Vienna, definiti "sospettati politici", siano stati destinati a due "campi profughi" scelti, quello di austriaco di Katzenau e quello ungherese di Tapiosuly.
In quest'ultimo, in particolare, sono stati rinchiusi alcuni italiani irredentisti, membri della società segreta Giovane Fiume. Cosa vi sia accaduto e come essi siano stati trattati, tuttavia, non è dato sapere; certo, è facile immaginarlo. Non c'è bisogno di immaginazione, invece, nel leggere le testimonianze che - come s'è anticipato - Pavan ha raccolto da ex profughi. Sono racconti toccanti, che costituiscono il cuore del suo lavoro e che con la forza devastante del racconto spiegano cosa abbia significato abbandonare tutto per scappare dalla guerra. Maria Leban, classe 1910, di Gabrje, narra dell'arrivo di un uomo che fa squillare una tromba e intima la fuga a lei a ai suoi familiari: "Noi non ci siamo portati via niente, siamo partiti così come eravamo vestiti.
La prima notte da profughi l'abbiamo passata nel bosco: poi siamo arrivati in un paese su nella montagna, sopra Tolmino (…). Vi siamo rimasti un mese e anche di più, finché abbiamo dovuto lasciare anche quel posto e siamo andati a prendere il treno a Podbrdo, camminando a piedi attraverso la montagna". E sempre a Tolmino è nata, nel 1907, Amalia Kanalec, che ricorda la madre ammalata di tifo: "(…) venne dapprima portata all'ospedale di Gorizia, poi, siccome anche lì c'era il pericolo perché era vicino al fronte, venne trasportata in un ospedale della Cecoslovacchia, non so in che città. Rimase via per un anno e mezzo e noi non sapevamo nulla di nostra madre, non sapevamo nemmeno dove fosse quest'ospedale".
Il passaggio dei tedeschi, ancora a Tolmino, è fissato indelebile nella memoria di Ivan Leban, classe 1906: "La nostra casa era completamente rovinata, non potevamo neanche entrarci dentro; c'era solo una trave al suo posto. I soldati avevano portato via e bruciato tutto, quindi mio padre ha dovuto trovare il legname per ricostruire tutto di nuovo. Dapprima preparavamo una stanza e appena quella era finita vi andavamo dentro, e così abbiamo fatto con tutta la casa, finché abbiamo potuto chiamare tutto il resto della famiglia". Emozionanti fotografie di una faccia dimenticata, s'è detto, del poliedro Grande Guerra. Che, in quanto evento bellico, avrebbe dovuto essere una breve parentesi, un'eccezione tra le normali regole della vita quotidiana.
Un'eccezione che, tuttavia, è durata tre anni e ha coinvolto le popolazioni civili come mai era accaduto prima. I contadini innanzitutto, che hanno rappresentato il novanta percento dei caduti in battaglia. Sradicati dai loro campi e mandati al fronte, hanno lasciato a casa le mogli ad occuparsi non più soltanto dei figli ma anche degli anziani e dei terreni, da mandare avanti con il duro lavoro fisico. E poi gli operai, mobilitati a pieno ritmo nell'industria bellica, sottoposti a orari di fabbrica insostenibili e privi, in ragione dello stato di emergenza, di ogni tutela sindacale. L'intera società europea, insomma, è immersa in una guerra pervasiva e totale, che raggiunge anche coloro che non assistono in prima persona al passaggio delle colonne di soldati dirette al fronte. Ma chi li ha visti passare, in molti casi, ha come dovuto seguirli in un viaggio talvolta senza fine, in battaglie sui generis contro la fame e l'ostilità di genti straniere. Una guerra da combattere lontano da casa, per tentare a tutti i costi di farvi ritorno.

Recensione pubblicata sul n. 51 - gennaio 2001 della rivista online

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giovedì 21 giugno 2012

Sergio Chiti - Recensione "I prigionieri italiani dopo Caporetto, C. Pavan 2001 - Rivista STORIA in Network

prigionieri italiani nella grande guerra prima guerra mondiale - prigionieri di guerra
IL LIBRO IN PRIMO PIANO - Trecentomila uomini catturati
dagli austro-ungarici dopo la tragica rotta
del nostro esercito durante la Prima Guerra Mondiale
 


"I PRIGIONIERI ITALIANI
DOPO CAPORETTO"
 


Di questi 300.000 ne sono morti 100.000. Di fame, di malattia,
di dolore. E di umiliazione.
La seconda opera di Camillo Pavan sulla storica sconfitta

La copertina del libro di Pavan
di SERGIO CHITI

Caporetto non è, nella nostra lingua, solo il nome di una città; è divenuto sinonimo di disastro, disfatta, di qualcosa di più e peggio della semplice sconfitta. Nell'immaginario Caporetto si materializza in tragiche immagini di armate in rotta, di soldati sbandati, che vagano, privi di ordini e in preda al panico.
Insomma, Caporetto è l'evento militare che segnò il punto tragico della Grande Guerra e dal quale, però, partì poi la riscossa, fino a giungere al glorioso 4 novembre 1918… tutto vero. Però non fu solo questo.
A ricordarci che la guerra non è fatta solo di schemi tattici, di strategie, di grandi battaglie, ma è fatta anche da mille sofferenze dimenticate, che non entrano nell'epica ufficiale, torna Camillo Pavan, col suo bellissimo libro I prigionieri italiani dopo Caporetto, corredato dall'elenco e la carta dei campi di prigionia, compilati a cura di Alberto Burato. Abbiamo detto che Pavan "torna", perché già ci aveva dato (edita nel 1997) un'altra interessante opera sull'argomento, Grande Guerra e popolazione civile, vol. 1, Caporetto. Storia, testimonianze, itinerari.
In questa nuova fatica di Pavan i protagonisti sono quei 300.000 soldati che caddero prigionieri nei giorni della disfatta di Caporetto. Attraverso le pagine del libro li seguiamo nell'ora della resa, nelle penose e interminabili marce di trasferimento verso i campi di concentramento e infine nella realtà quotidiana della prigionia, realtà sempre drammatica, spesso tragica.
E' un libro importante perché viene a coprire una grave falla della storiografia del trascorso secolo; solo Giovanna Procacci, nel suo Soldati e prigionieri nella Grande Guerra, con una raccolta di lettere inedite (edito nel 1993 da Editori Riuniti di Roma) iniziava a togliere dall'oblio della cosiddetta storia minore del primo conflitto mondiale tante tormentate vicende, consumate non sulla gloria del campo di battaglia, ma nell'angoscia dell'esilio, della lontananza dagli affetti e da una Patria matrigna, che chiedeva ai propri figli di esser pronti a dare la vita, ma poco o nulla faceva per difenderli. Camillo Pavan riprende e approfondisce l'indagine, concentrandola sui prigionieri di Caporetto; il suo libro, ricco di documentazioni e di immagini, si legge d'un fiato, non solo perché scritto con uno stile sciolto e gradevole, ma anche perché ad ogni pagina apriamo gli occhi su realtà sconcertanti e sconosciute e spesso la lettura ci coinvolge fino a commuoverci. Con un lavoro di paziente raccolta, l'autore attinge a diari, lettere, testimonianze dirette. E se possiamo leggere le pagine riflessive e ben scritte del capitano medico Michele Daniele, o del tenente Persio Falchi, non mancano le vivide testimonianze del granatiere Giuseppe Giuriati, che tenne un diario, ricco di frasi spesso disordinate e sgrammaticate, che ci porta direttamente in una realtà di durezza, di abbandono, di fame. E non abbiamo citato che pochissimi, tra i molti uomini, dal semplice soldato all'alto ufficiale, i ricordi dei quali costituiscono la più immediata e commovente ossatura del libro.
Pavan non ha la pretesa di fare un'analisi delle ragioni della gravissima sconfitta di Caporetto; non è il suo scopo, come dicevamo, e sull'argomento specifico esistono già fiumi di letteratura. Ma proprio dalla ricchezza di testimonianze dirette e non filtrare dalla
Prigionieri italiani ammassati dopo la cattura
storiografia ufficiale emerge un quadro significativo. Lasciamo la parola all'autore: "Non si può dimenticare che fin dall'inizio della battaglia, a spettacolari e noti episodi di resa senza combattere si affiancarono, meno noti ma non meno numerosi (il corsivo è dell'autore di questo articolo), episodi di tenace resistenza. In fondovalle sinistra Isonzo nella prima linea di Gabrje, ad esempio, due compagnie italiane restarono sul posto venendo letteralmente piallate dall'avanzata di quattro battaglioni della 12° divisione slesiana del gen. Lequis. Senza contare la resistenza sul crinale Vodil-Mrzli-M.Nero, una lotta senza speranza perché dopo poche ore gli italiani si trovarono con gli austro-tedeschi alle spalle e il ponte di Caporetto inagibile perché fatto saltare. Strenua resistenza ci fu anche sul Rombon, sul Cukla, sugli accessi alle valli Resia e Raccolana. E poi i mille piccoli e grandi, noti e meno noti episodi avvenuti durante la ritirata… "
Proprio il già citato granatiere Giuseppe Giuriati riporta nel suo diario una testimonianza dell'ultima confusa battaglia: "… allora il colonnello Spinucci è rimasto morto, il comandante di compagnia ferito e diversi granatieri morti e feriti. Ora prende il comando un altro e si cambia fronte e ora si fa tutti un altro attacco. Ma inutili sforzi, ora ci perdiamo di collegamento, chi gira di qua chi gira di là. All'alba ci vediamo circondati, abbiamo fatto un altro attacco con unaspirante (allievo ufficiale, ndr), misti con fanteria. Si sente dire che hanno fatto saltare il ponte sul Tagliamento e allora essendo ormai circondati da tanto tempo, ci è toccato abbassare le armi. Oggi siamo ai 30 ottobre 1917. Addio Italia. Famiglia arrivederci. Ora mi trovo nelle mani dei germanici!"
Questa testimonianza è importante, come molte altre riportate nel libro di Pavan (quelle di Sisto Tacconi, del capitano Attico Dadone, del tenente Giulio Bazini, del fante Mario Tarallo, per non citarne che alcune) perché Caporetto non fu solo una sconfitta, seppur gravissima. Fu, da subito, la corsa alla falsificazione, allo scarico di responsabilità. Se biasimevole fu il panico che prese alcuni reparti (ben pochi, per altro), che si arresero senza sparare un colpo, non meno vergognoso fu il panico che prese i vertici militari, preoccupatissimi di salvare la propria faccia. Fin qui, non ci sarebbe nulla di strano, in un'antica vocazione ad anteporre carriera e posto di lavoro a qualsiasi altro valore. Ma la falsificazione ebbe una conseguenza crudelissima, che apprendiamo dal libro di Pavan. Spieghiamoci: la prima versione ufficiale sul disastro di Caporetto addebitava quasi intieramente alla truppa la colpa di essersi arresa senza accennare resistenza; in poche parole, era stata la viltà dei soldati a rendere possibile la travolgente avanzata nemica. Versione debole, poco realistica, anche per le grandi dimensioni della disfatta, salvo che si volesse pensare che su quel fronte, per uno strano caso della sorte, fossero schierati solo codardi e fedifraghi. Ma era una versione comoda, perché copriva mille mancanze di comandanti improvvidi, errori marchiani, sottovalutazioni del nemico; ed era anche una versione per nulla strana in un ambiente, quale quello militare di allora, in cui il semplice soldato era considerato poco più che un numero, una delle gocce che dovevano formare quelle ondate d'urto destinate solo all'assalto e al sacrificio. Fu una mentalità di questo genere, per fare un esempio, che causò le centinaia di migliaia di morti nel terribile carnaio delle battaglie dell'Isonzo.
Ebbene, accettata la tranquillizzante spiegazione della disfatta di Caporetto dovuta ad una truppa vile e incline alla diserzione, nulla vi era di strano nel fatto che l'Italia non fornì alcun aiuto alimentare a quei suoi figli, prigionieri del nemico. Mentre i prigionieri francesi e inglesi ricevevano dai rispettivi governi gli aiuti tramite la Croce Rossa, la sorte degli italiani fu nerissima, né Austro - Ungheresi e Germanici, a loro volta ridotti alla fame, avevano di che nutrire quei prigionieri.
Nulla di strano, dicevamo. Del resto, a ricordarci in quale considerazione fosse tenuto il soldato e con quale rudezza estrema fosse intesa la disciplina, Pavan ci riporta un ottimo
La lunga marcia verso i campi di prigionia
esempio, la circolare num. 3525 del 28 settembre 1915, con la quale il generalissimo Cadorna, comandante supremo, ricordava che "ognuno deve sapere che chi tenti ignominiosamente di arrendersi o di retrocedere, sarà raggiunto - prima che si infami - dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti o da quello dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe, sempre quando non sia stato freddato prima da quello dell'ufficiale".
Con queste premesse, con questi livelli di umanità, facilmente si arrivava alla conclusione che era "meglio che crepassero di fame, quei vigliacchi di Caporetto", anche come monito per tutti: disertare non conveniva, se non si veniva uccisi dai propri commilitoni o ufficiali, si finiva prigionieri e affamati. E la fame, già patita nei lunghi viaggi verso i campi, diviene la compagna ossessiva di una prigionia resa ancora più dura dalla sensazione di essere soli, dimenticati da una patria ingrata. La fame strema i corpi e le coscienze, i rapporti umani si sfalsano, la dignità, la solidarietà, il rispetto, l'amicizia, divengono parole vuote, di fronte alla lotta per sopravvivere, alle dispute per suddividersi le miserrime razioni fornite da carcerieri a loro volta affamati.
La fame ricorre di continuo nei diari riportati alla luce dall'autore, non è "un argomento", ma diviene ben presto "l'argomento". La fame condiziona giorno per giorno la vita dei prigionieri. Il capitano Gaetano Tassinari, prigioniero in Germania, a Schwarmstedt, scrive al primo ministro Orlando una lettera che sarà bloccata dalla censura: "… ogni istanza diretta ad ottenere un vitto meno scarso non ha ottenuto alcun esito: le autorità tedesche rispondono che non possono dar di più ai prigionieri ed esortano gli ufficiali a rivolgersi alla madre patria… tali condizioni di vita, poste a confronto con quelle dei prigionieri Francesi, Russi, Inglesi e Belgi, i quali dai loro governi ricevono abbondante vitto e vestiario, costituiscono uno stridente contrasto… (da eliminare) ad evitare che la tensione degli animi, cagionata dalle sofferenze, possa offendere il decoro del nostro paese…"
Ma se il capitano Tassinari si preoccupava ancora del decoro, altre voci ci portano a conoscere una realtà ben più drammatica, dove ormai si parla solo di sopravvivenza. Sisto Tacconi, internato a Rasttat-Russenlager: "… la fame continuata non ci faceva pensare più che al mangiare, al mangiare, al mangiare; si parlava di questo, si pensava questo, si ricordava questo; si viveva per una misera scodella di sbobba da maiali che veniva data due volte al giorno e per un tozzo di pane nero dal peso di 350 grammi…". La pagnotta andava divisa tra cinque persone e troviamo la descrizione del ritoper tagliare le cinque fette, stando ben attenti a non perdere neppure una briciola di un "pane" composto perlopiù da patate, acqua e ghiande, con aggiunta di legno e paglia.
La fame fa escogitare un macabro espediente: nascondere il più possibile i cadaveri dei commilitoni, per poter usufruire per qualche giorno anche delle razioni che sarebbero spettate ai morti: "… spesso questi morti non vengono denunciati subito: per poter fruire della loro razione di rancio, i compagni li tengono nascosti, ficcati sotto i pagliericci, finché il processo di decomposizione non rende insopportabile la loro presenza…"
La disfatta, i patimenti, le privazioni, la fame spingono il tenente Falchi a riportare nel suo diario una citazione dell'Apocalisse: "E in quei giorni gli uomini cercheranno la morte, e non la troveranno; e desidereranno di morire, e la morte fuggirà da loro".
Ma la morte non fuggì: centomila di quegli infelici morirono nei campi di prigionia, il
Una foto scattata in un lager austriaco
quintuplo dei prigionieri delle altre nazioni, che non dimenticavano i loro figli in disgrazia. Le cause principali di morte furono due: la tubercolosi e la fame. Ma in quest'ultimo caso si annotava pudicamente nei registri una morte per "odem", edema, perché la morte "per fame" ufficialmente non poteva esistere. Quanto alla tubercolosi, nota l'autore, "è difficile non identificare in questa tubercolosi di massa il processo finale di mesi e mesi di stenti, aggiunti al clima rigido dell'Europa centro settentrionale, affrontato senza le più elementari protezioni…"
Ma prima di entrare nel girone infernale dei lager, ci narra Camillo Pavan, i prigionieri, che già avevano vissuto l'angoscia della resa, sperimentano i diversi comportamenti, ora vili, ora di splendida solidarietà umana, delle diverse popolazioni che incontrano sul lungo cammino verso i campi di concentramento. La fruttivendola di Gorizia che, fiutato il cambio del vento, rifiuta di dare qualche aiuto "a voi italiani", contrasta con la generosità degli abitanti di Lozzo, che cercano in ogni modo di dare conforti a quelle colonne di uomini stanchi e angosciati. E ciò che avviene a Lubiana, dove non pochi abitanti danno cibo ai prigionieri solo in cambio di quel che poco che essi ancora possedevano (una coperta, una mantellina, qualche capo di biancheria), fa scrivere al sergente Pennasilico sul suo diario una vera invettiva contro la città: "Ricordalo Lubiana! Hai denudato infelici affamati sulla via dell'esilio! E questo mentre si avvicina il Natale, mentre le campane delle tue cento chiese chiamano i fedeli alla preghiera, insegnando loro ad amare il prossimo!".
Grazie, dunque, a Camillo Pavan, perché il suo nuovo libro ci permette di leggere un grande evento come Caporetto da un angolo di visuale finora nascosto, prima per voluta falsificazione della storia, persa nell'orgia di retorica risorgimentale (funzionale a tante altre cose… ), poi perché il tempo rischia sempre di seppellire tutti i ricordi. E leggendo il libro facciamo anche omaggio alla memoria di tanti nostri fratelli, morti dimenticati, se non addirittura ingiustamente bollati col marchio di disertori.
E per cercare di capire l'angoscia di quegli uomini, riportiamo ancora dal libro di Pavan un brano del diario del sergente Alessandro Pennasilico, che racconta l'ingresso al campo di concentramento di Milowitz (ora Milovice, nella Repubblica Ceca): "Passiamo accanto a un cimitero, un abbandonato cimitero, senza monumenti, senza recinto. Molte croci di legno, tutte eguali. Domandiamo se quello è il cimitero del paese e ci vien detto che è cimitero dei russi, morti in prigionia. Questa notizia ci rattrista profondamente. Tutte queste croci si sono conficcate nel nostro cuore. E una tristezza ci accompagna, mentre le braccia delle croci affiorano nella neve, chiedendo pietà. Forse morremo anche noi in questo esilio, lontani da tutti, dalla Patria, dalla mamma. Con questi dolorosi pensieri, con questo stato d'animo così angosciato, entriamo (diciassettemila persone) nel recinto del campo di concentramento che è enorme. Sul cancello si legge: K.u.K. Kriegsgefangenenlager Milowitz. Un'immensità di baracche. Nere. Come il nostro umore. Reticolati altissimi, doppi, sentinelle ad ogni passo… "
Leggiamolo questo libro e riflettiamo su cos'è la guerra, scremata da ogni discorso di politica, arte militare, strategia: sofferenza, umiliazione, degrado, morte. Nella sua narrazione, profondamente partecipata, Camillo Pavan ci parla di un'umanità sofferente, in cui spesso prigioniero e carceriere si potrebbero scambiare i ruoli l'uno con l'altro, vittime entrambi di una follia che devastò l'Europa, e che non fu che il prodromo di un'altra follia, ancora più devastante, dopo neppure trent'anni. Sbaglierebbe chi volesse qualificare l'opera di Pavan come "antimilitarista": tutte le definizioni impoveriscono. Noi crediamo che I prigionieri italiani dopo Caporetto si possa piuttosto definire un diario dell'uomo, tragico e splendido a un tempo, una narrazione della miseria umana, non di rado illuminata da sprazzi di fratellanza e di solidarietà, che incredibilmente riescono a sopravvivere anche negli orrori più profondi.
Infine è opportuno segnalare che I prigionieri italiani dopo Caporetto è anche un ottimo supporto per quanti, studiosi, appassionati, desiderassero approfondire gli argomenti trattati, nonché per chi desiderasse rintracciare il luogo di sepoltura di un disperso (e furono migliaia). Il già citato elenco dei campi di concentramento è arricchito dall'elenco delle ambasciate e consolati d'Italia, che potranno dare assistenza a chi voglia condurre ricerche specifiche e localizzate nei vari paesi in cui i prigionieri vissero la loro odissea.
Abbiamo letto questo libro con vivo interesse e lo consigliamo a tutti i nostri lettori; aspettiamo l'amico Camillo Pavan al prossimo appuntamento, nella certezza che vorrà ancora farci partecipi delle sue fatiche di storico acuto e scrupoloso.


RIFERIMENTO:
I prigionieri italiani dopo Caporetto, di Camillo Pavan - Camillo Pavan Editore, Treviso 2001, L. 34.850 
(Chi non trovasse il testo nelle librerie può scrivere a camilpavan@gmail.com)

Sergio Chiti
Storia in Network, n. 61, novembre 2001