Camillo Pavan, libero ricercatore, scrittore ed editore in proprio, ha pubblicato il suo ultimo lavoro... [Recensione di "In fuga dai Tedeschi", 2004]
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sabato 29 gennaio 2022
mercoledì 10 aprile 2013
Mario Sanson, 2004: recensione "Ultimo anno della prima guerra" di C. Pavan
In sordina, se non quasi
sottobanco, e per giunta in sole 340 copie numerate, è da poco uscito “L’ultimo
anno della prima guerra. Il 1918 nel racconto dei testimoni friulani e veneti”
di Camillo Pavan, che come sempre è editore di se stesso. Un libro esiguo di
pagine (64 e con caratteri tipografici ai limiti del leggibile), ma ricco di
oltre novanta testimoni per un racconto collettivo della guerra vissuta dai
“combattenti senza divisa” di qua e di là del Piave.
Con questo straordinario lavoro di
conservazione a futura memoria, Camillo Pavan chiude il suo ciclo dedicato alla
Grande Guerra, cominciato nel 1997 col poderoso “Caporetto. Storia,
testimonianze, itinerari” e continuato nel 2001 e luglio 2004 rispettivamente
con “I prigionieri italiani dopo Caporetto” e “In fuga dai tedeschi.
L’invasione del 1917 nel racconto dei testimoni”.
“L’ultimo anno della prima guerra”
(…) si caratterizza in particolare per il tema, invero poco esplorato, del
ritorno dei profughi, e per quello, dimenticato o ignorato, dei “recuperanti di
mestiere”.
Ecco
alcune testimonianze (…)
Mario Sanson
L’Azione, Settimanale della diocesi di Vittorio Veneto, 14 novembre 2004
sabato 6 aprile 2013
Igor Principe, 2001 - Recensione "Caporetto" di C. Pavan
LA GRANDE GUERRA Nella disfatta dell'esercito italiano, travolto
dagli austriaci, vennero tragicamente coinvolte anche
le popolazioni civili dei territori prossimi alle zone d'operazioni

FU CAPORETTO
PER OGNI FAMIGLIA
DEL VENETO

dagli austriaci, vennero tragicamente coinvolte anche
le popolazioni civili dei territori prossimi alle zone d'operazioni
FU CAPORETTO
PER OGNI FAMIGLIA
DEL VENETO
| Il libro di Camillo Pavan è molto ricco di documenti e fotografie |
di IGOR PRINCIPE
"Sì: anche se ormai gli echi della grande guerra tacevano da tempo e anche se l'erba ricopriva le trincee, noi continuavamo a subire i danni di quel conflitto. Limitare il concetto di "vittime di guerra" ai soli morti e feriti non esaurisce la lista effettiva delle perdite subite da una società. Quante distruzioni nella cultura, quanta devastazione nella nostra consapevolezza, quanto impoverimento, quanto sciupio nella nostra vita intellettuale! E questo per generazioni e generazioni, per anni e anni". Un grido disperato.
Ad ascoltarlo con orecchio attento, sembra provenire dalla voce di uno dei soldati che spesero i loro giorni migliori nelle trincee che solcarono l'Europa durante il conflitto del 1914-18. E' invece il pensiero - dettato dal ricordo - di un grande giornalista, ultimo esponente con pochissimi altri di quella generazione di cronisti di guerra che ha provato l'amaro ma suadente sapore della prima linea, che ha consumato le suole di centinaia di scarpe e i tasti delle macchine da scrivere portatili.
Parliamo del polacco Ryszard Kapuscinszky, le cui parole, annotate in un taccuino di appunti, non si riferiscono a quei quattro anni di tragedie passati alla storia con il nome di "Grande Guerra", bensì all'altro e ben più tragico conflitto, la Seconda Guerra Mondiale, che lo scrittore ha vissuto e osservato con gli occhi di un bambino di sette anni. Pure, sembrano tagliate a misura per gli scenari della guerra precedente, che nella storia d'Italia può essere sintetizzata con due nomi: Caporetto, ovvero la disfatta e Piave, l'inizio della rinascita. Al primo di quei due capitoli è dedicato il libro di cui ci occupiamo in questo articolo.
Lo ha scritto il giornalista Camillo Pavan, che al pari del citato collega polacco ha camminato, nell'arco di quattro anni, per chilometri e chilometri nei luoghi che furono teatro di quella tragedia, ha compulsato documenti ufficiali, ha sentito la viva voce di uomini e donne che vissero quel cruciale episodio pur senza indossare l'uniforme dei fanti. Da questo lavoro è nato Caporetto. Storia, testimonianze, itinerari, (pp. 472, L.60.000. Camillo Pavan editore, Treviso, 1997). Un testo che, oltre ad essere una miniera di informazioni e di immagini (ben 374), è fondamentale per comprendere i molteplici scenari legati a una guerra. Scenari che non si limitano ai soli campi di battaglia ma si estendono alla vita quotidiana, stravolta dalla tipica schizofrenia dei momenti bellici. Un tema spesso dimenticato dalle cronache degli inviati e dai libri degli storici, concentrati rispettivamente sul serrato incedere degli eventi e sulle cause politiche ed economiche dei conflitti. Un tema tuttavia fondamentale, che racconta una storia parallela a quella "ufficiale" ma non meno importante né meno bella.
Pavan, s'è detto, ha concentrato la sua indagine sulle popolazioni civili che abitavano paesi e città dislocati sul fronte austro-italiano, che con quello franco-tedesco è stato il palcoscenico principale della Grande Guerra. Popoli che, pur non avendo tutti ascoltato da vicino il sibilo delle pallottole o il tuono delle granate, ne hanno provato gli effetti sulla vita di
tutti i giorni. Primo tra tutti, la modifica - chiamiamola così - del proprio status sociale: da civili, cittadini di una nazione si sono scoperti, nel volgere di poche ore, profughi e apolidi. Quel conflitto, insomma, ha dato il "la" ad un drammatico fenomeno che tuttora permane e di cui l'Italia ha forse, tra i Paesi europei, la maggior percezione.
Oggi vediamo approdare sulle nostre coste gommoni gravidi di disperati, in fuga da zone in cui fino a poco tempo addietro ha imperversato una guerra e dove, adesso, se ne subiscono gli strascichi. Allora - e durante i conflitti che sono seguiti a quello cominciato nel 1914 - non erano spietati scafisti a condurre i profughi lontano dalle loro case, ma carretti di legno trainati a mano o da qualche animale. O, più semplicemente, le malandate scarpe di quegli sfortunati. Il Novecento è stato molte cose: il secolo breve, quello dei totalitarismi, quello della bomba atomica, quello dell'uomo sulla luna.
"E' stato anche - scrive Pavan - il secolo dei profughi". Il fenomeno delle migrazioni forzate, vecchio quanto l'uomo, ha conosciuto con la Prima Guerra Mondiale una decisiva accelerazione. Con la mirabile precisione di un contabile, l'autore riporta i dati che seguono. Sul fronte occidentale, un milione di persone devono abbandonare il Belgio, in seguito all'avanzata dell'esercito tedesco nell'agosto del 1914, per dirigersi in Olanda e in Francia. L'inarrestabile avanzata tedesca costringe però anche i francesi ad abbandonare le loro case per cercare riparo altrove.
Il 2 settembre dello stesso anno il governo lascia Parigi - ormai assediata dalle truppe del Kaiser, giunte a 80 chilometri dalla capitale - e si trasferisce a Bordeaux. Con esso, due milioni tra parigini e francesi del nord si trasferiscono forzatamente in luoghi del Paese non interessati - meglio, non ancora - dal conflitto. Non dissimile il quadro sul fronte orientale. L'esercito russo costringe alla fuga circa settecentomila galiziani e un imprecisato numero di prussiani dell'est. Nei Balcani, prima migliaia di Serbi, quindi altrettanti Romeni cedono il passo agli avanzanti eserciti degli Imperi Centrali.
E ancora: due milioni di Armeni sono l'obiettivo di una colossale deportazione che il governo dell'Impero Ottomano ha in animo di effettuare per risolvere definitivamente l'annosa questione con quel popolo. Un quarto del quale riesce a fuggire; la maggioranza, invece, viene "trasferita" in Siria e in Mesopotamia, luoghi che circa un milione di Armeni non riuscirà a raggiungere, terminato da sevizie e da malattie. Il fronte austro-italiano è invece teatro di un'escalation che dalle centosettantamila unità, che gli scontri iniziali tra i due eserciti spingono verso le zone interne dei rispettivi paesi, arriverà al mezzo milione di fuggiaschi coinvolti nella tragica rotta di Caporetto. Risultato: cinque milioni di civili, di "non combattenti" lasciano le loro case, e il cuore della loro esistenza, grazie ad una guerra che ha interessato complessivamente cinquanta milioni di soldati. Le ragioni dell'accelerazione dei fenomeni migratori sono da individuare nel mutamento della filosofia bellica strettamente correlato al conflitto in discorso. A differenza del passato, quando una singola battaglia era in grado di risolvere una guerra, in quella del 1914-18 si affermano nelle menti degli strateghi la tecnica dello sfondamento prima, e quella del logoramento poi. Il comando concentra le forze in un preciso settore del fronte, spreme l'artiglieria fino all'ultima risorsa, manda all'assalto la fanteria facendo uccidere migliaia di soldati. Col risultato di non sfondare alcunché.
Si passa quindi alla seconda tecnica: sottoporre il nemico a continui getti di fuoco e aggressioni umane, sì da logorarne la capacità di resistere. La carneficina di Verdun ha insegnato che azioni di questo tipo logorano chi le mette in atto. Ma lasciando da parte le
considerazioni strategiche, va sottolineato che l'impiego prolungato degli eserciti nelle zone di guerra costringe inevitabilmente chi quelle zone abita a lasciarle in balìa di chi si fronteggia. Che, inoltre, lo fa utilizzando un arsenale ben più distruttivo di quelli in uso nelle guerre combattute sino alla fine dell'Ottocento.
Cannoni molto più potenti, granate, mitragliatrici, carri armati, bombardamenti aerei: le armi della Grande Guerra non uccidono più soltanto chi sta sul campo di battaglia, ma anche le persone che abitano nelle sue adiacenze. Che, per salvarsi la vita, abbracciano la tremenda condizione di profughi. La vicenda dei quali "si risolse in una storia di iniquità sociali e, in conseguenza del loro innesto innaturale in un contesto straniero, anche in una vicenda di disparità etniche culturali e linguistiche - scrive Pavan -.
I profughi vissero sospesi in una continua incertezza tra passato e futuro, assillati con continuamente dall'ansia, dalla speranza e dal pensiero costantemente rivolto per un verso al periodo prebellico e per un altro all'ignoto che solo la fine della guerra avrebbe svelato. I profughi - prosegue l'autore - dovettero adattarsi alle esigenze imposte dalla "nuova vita", furono costretti perciò ad ogni genere di privazioni. La loro vita era dominata dalla pazienza e dal coraggio, dalla coesistenza in condizioni di vita ardue, da una lotta che ebbe per unico obiettivo la mera sopravvivenza".
Così, interi paesi vengono privati - prima ancora che delle loro bellezze architettoniche e artistiche - dei loro cittadini, e cioè della loro anima. A Gorizia nel 1910 abitano trentamila persone; nel 1916, un decimo di esse attende l'arrivo delle truppe italiane, e l'anno successivo un centinaio di civili rimane nelle loro case mentre giunge in città l'esercito austro-tedesco. A Trieste, che sempre nel '10 conta duecentotrentamila abitanti, la guerra dimezza la popolazione.
Fredde cifre, che però fanno luce su quel che la Grande Guerra ha significato per chi abitava nei pressi della frontiera orientale tra Italia e Impero asburgico. La loro fuga è dapprincipio disordinata: si cerca rifugio presso parenti, amici, semplici conoscenti; si fa di tutto, in particolare, per non allontanarsi dalla propria casa, dai poderi, dalle proprietà che si è dovuti lasciare su ordine delle autorità militari.
Il loro esodo si rivela però di intralcio alla truppe dirette al fronte: i fienili, per esempio, che devono essere lasciati a disposizione dell'esercito, sono invece occupati da civili in fuga. Questo e altri numerosi inconvenienti determinano la decisione dei comandi militari di spostare i fuggiaschi all'interno e del territorio dell'Impero e di quello italiano. C'è chi non fa troppi chilometri, fermandosi in Carniola, in Stiria e in Carinzia. Ma c'è anche chi è costretto a salire su un treno ed è mandato a costruirsi una nuova vita in regioni fisicamente, e soprattutto spiritualmente, lontane da quelle natie.
Migliaia di austriaci di confine e di sloveni si ritrovano catapultati in Boemia, in Moravia, a Vienna, in Ungheria; migliaia di giuliani devono ripartire daccapo a Torino, Livorno, Firenze, Napoli, addirittura a Ventotene, l'isola pontina che durante il Ventennio ospiterà illustri dissidenti e perseguitati politici. Tuttavia si cercano soluzioni diverse, che il governo austriaco trova costruendo le cosiddette "città di legno", primo esempio nella storia di quello che siamo soliti chiamare "campo profughi". Agglomerati di baracche sorgono un po' dovunque arrivino civili provenienti da zone di guerra, affinché questi vi possano trovare un minimo riparo. Minimo davvero: vi si patisce la fame e la propensione ad ammalarsi sale a livelli esponenziali, decimando indifferentemente migliaia di adulti e bambini.
"Perciò la gente accettava molto malvolentieri di esservi mandata - racconta l'autore - e, se era costretta a viverci, nascondeva i propri cari ai medici, perché non si fidava di essi. Il ricordo di questi duri tempi e delle morti così frequenti nei campi profughi è tuttora vivo
nella tradizione orale di tutti i paesi lungo il confine italo-sloveno dai quali i profughi provenivano". La Grande Guerra, inoltre, ha partorito un embrione di quegli orribili fenomeni che, pochi decenni più tardi, passeranno alla storia con il nome di lager e di gulag. Si ha notizia, infatti, che gli invisi al potere politico di Vienna, definiti "sospettati politici", siano stati destinati a due "campi profughi" scelti, quello di austriaco di Katzenau e quello ungherese di Tapiosuly.
In quest'ultimo, in particolare, sono stati rinchiusi alcuni italiani irredentisti, membri della società segreta Giovane Fiume. Cosa vi sia accaduto e come essi siano stati trattati, tuttavia, non è dato sapere; certo, è facile immaginarlo. Non c'è bisogno di immaginazione, invece, nel leggere le testimonianze che - come s'è anticipato - Pavan ha raccolto da ex profughi. Sono racconti toccanti, che costituiscono il cuore del suo lavoro e che con la forza devastante del racconto spiegano cosa abbia significato abbandonare tutto per scappare dalla guerra. Maria Leban, classe 1910, di Gabrje, narra dell'arrivo di un uomo che fa squillare una tromba e intima la fuga a lei a ai suoi familiari: "Noi non ci siamo portati via niente, siamo partiti così come eravamo vestiti.
La prima notte da profughi l'abbiamo passata nel bosco: poi siamo arrivati in un paese su nella montagna, sopra Tolmino (…). Vi siamo rimasti un mese e anche di più, finché abbiamo dovuto lasciare anche quel posto e siamo andati a prendere il treno a Podbrdo, camminando a piedi attraverso la montagna". E sempre a Tolmino è nata, nel 1907, Amalia Kanalec, che ricorda la madre ammalata di tifo: "(…) venne dapprima portata all'ospedale di Gorizia, poi, siccome anche lì c'era il pericolo perché era vicino al fronte, venne trasportata in un ospedale della Cecoslovacchia, non so in che città. Rimase via per un anno e mezzo e noi non sapevamo nulla di nostra madre, non sapevamo nemmeno dove fosse quest'ospedale".
Il passaggio dei tedeschi, ancora a Tolmino, è fissato indelebile nella memoria di Ivan Leban, classe 1906: "La nostra casa era completamente rovinata, non potevamo neanche entrarci dentro; c'era solo una trave al suo posto. I soldati avevano portato via e bruciato tutto, quindi mio padre ha dovuto trovare il legname per ricostruire tutto di nuovo. Dapprima preparavamo una stanza e appena quella era finita vi andavamo dentro, e così abbiamo fatto con tutta la casa, finché abbiamo potuto chiamare tutto il resto della famiglia". Emozionanti fotografie di una faccia dimenticata, s'è detto, del poliedro Grande Guerra. Che, in quanto evento bellico, avrebbe dovuto essere una breve parentesi, un'eccezione tra le normali regole della vita quotidiana.
Un'eccezione che, tuttavia, è durata tre anni e ha coinvolto le popolazioni civili come mai era accaduto prima. I contadini innanzitutto, che hanno rappresentato il novanta percento dei caduti in battaglia. Sradicati dai loro campi e mandati al fronte, hanno lasciato a casa le mogli ad occuparsi non più soltanto dei figli ma anche degli anziani e dei terreni, da mandare avanti con il duro lavoro fisico. E poi gli operai, mobilitati a pieno ritmo nell'industria bellica, sottoposti a orari di fabbrica insostenibili e privi, in ragione dello stato di emergenza, di ogni tutela sindacale. L'intera società europea, insomma, è immersa in una guerra pervasiva e totale, che raggiunge anche coloro che non assistono in prima persona al passaggio delle colonne di soldati dirette al fronte. Ma chi li ha visti passare, in molti casi, ha come dovuto seguirli in un viaggio talvolta senza fine, in battaglie sui generis contro la fame e l'ostilità di genti straniere. Una guerra da combattere lontano da casa, per tentare a tutti i costi di farvi ritorno.
Ad ascoltarlo con orecchio attento, sembra provenire dalla voce di uno dei soldati che spesero i loro giorni migliori nelle trincee che solcarono l'Europa durante il conflitto del 1914-18. E' invece il pensiero - dettato dal ricordo - di un grande giornalista, ultimo esponente con pochissimi altri di quella generazione di cronisti di guerra che ha provato l'amaro ma suadente sapore della prima linea, che ha consumato le suole di centinaia di scarpe e i tasti delle macchine da scrivere portatili.
Parliamo del polacco Ryszard Kapuscinszky, le cui parole, annotate in un taccuino di appunti, non si riferiscono a quei quattro anni di tragedie passati alla storia con il nome di "Grande Guerra", bensì all'altro e ben più tragico conflitto, la Seconda Guerra Mondiale, che lo scrittore ha vissuto e osservato con gli occhi di un bambino di sette anni. Pure, sembrano tagliate a misura per gli scenari della guerra precedente, che nella storia d'Italia può essere sintetizzata con due nomi: Caporetto, ovvero la disfatta e Piave, l'inizio della rinascita. Al primo di quei due capitoli è dedicato il libro di cui ci occupiamo in questo articolo.
Lo ha scritto il giornalista Camillo Pavan, che al pari del citato collega polacco ha camminato, nell'arco di quattro anni, per chilometri e chilometri nei luoghi che furono teatro di quella tragedia, ha compulsato documenti ufficiali, ha sentito la viva voce di uomini e donne che vissero quel cruciale episodio pur senza indossare l'uniforme dei fanti. Da questo lavoro è nato Caporetto. Storia, testimonianze, itinerari, (pp. 472, L.60.000. Camillo Pavan editore, Treviso, 1997). Un testo che, oltre ad essere una miniera di informazioni e di immagini (ben 374), è fondamentale per comprendere i molteplici scenari legati a una guerra. Scenari che non si limitano ai soli campi di battaglia ma si estendono alla vita quotidiana, stravolta dalla tipica schizofrenia dei momenti bellici. Un tema spesso dimenticato dalle cronache degli inviati e dai libri degli storici, concentrati rispettivamente sul serrato incedere degli eventi e sulle cause politiche ed economiche dei conflitti. Un tema tuttavia fondamentale, che racconta una storia parallela a quella "ufficiale" ma non meno importante né meno bella.
Pavan, s'è detto, ha concentrato la sua indagine sulle popolazioni civili che abitavano paesi e città dislocati sul fronte austro-italiano, che con quello franco-tedesco è stato il palcoscenico principale della Grande Guerra. Popoli che, pur non avendo tutti ascoltato da vicino il sibilo delle pallottole o il tuono delle granate, ne hanno provato gli effetti sulla vita di
| Una colonna di profughi in fuga dopo l'invasione delle truppe austro-ungariche |
Oggi vediamo approdare sulle nostre coste gommoni gravidi di disperati, in fuga da zone in cui fino a poco tempo addietro ha imperversato una guerra e dove, adesso, se ne subiscono gli strascichi. Allora - e durante i conflitti che sono seguiti a quello cominciato nel 1914 - non erano spietati scafisti a condurre i profughi lontano dalle loro case, ma carretti di legno trainati a mano o da qualche animale. O, più semplicemente, le malandate scarpe di quegli sfortunati. Il Novecento è stato molte cose: il secolo breve, quello dei totalitarismi, quello della bomba atomica, quello dell'uomo sulla luna.
"E' stato anche - scrive Pavan - il secolo dei profughi". Il fenomeno delle migrazioni forzate, vecchio quanto l'uomo, ha conosciuto con la Prima Guerra Mondiale una decisiva accelerazione. Con la mirabile precisione di un contabile, l'autore riporta i dati che seguono. Sul fronte occidentale, un milione di persone devono abbandonare il Belgio, in seguito all'avanzata dell'esercito tedesco nell'agosto del 1914, per dirigersi in Olanda e in Francia. L'inarrestabile avanzata tedesca costringe però anche i francesi ad abbandonare le loro case per cercare riparo altrove.
Il 2 settembre dello stesso anno il governo lascia Parigi - ormai assediata dalle truppe del Kaiser, giunte a 80 chilometri dalla capitale - e si trasferisce a Bordeaux. Con esso, due milioni tra parigini e francesi del nord si trasferiscono forzatamente in luoghi del Paese non interessati - meglio, non ancora - dal conflitto. Non dissimile il quadro sul fronte orientale. L'esercito russo costringe alla fuga circa settecentomila galiziani e un imprecisato numero di prussiani dell'est. Nei Balcani, prima migliaia di Serbi, quindi altrettanti Romeni cedono il passo agli avanzanti eserciti degli Imperi Centrali.
E ancora: due milioni di Armeni sono l'obiettivo di una colossale deportazione che il governo dell'Impero Ottomano ha in animo di effettuare per risolvere definitivamente l'annosa questione con quel popolo. Un quarto del quale riesce a fuggire; la maggioranza, invece, viene "trasferita" in Siria e in Mesopotamia, luoghi che circa un milione di Armeni non riuscirà a raggiungere, terminato da sevizie e da malattie. Il fronte austro-italiano è invece teatro di un'escalation che dalle centosettantamila unità, che gli scontri iniziali tra i due eserciti spingono verso le zone interne dei rispettivi paesi, arriverà al mezzo milione di fuggiaschi coinvolti nella tragica rotta di Caporetto. Risultato: cinque milioni di civili, di "non combattenti" lasciano le loro case, e il cuore della loro esistenza, grazie ad una guerra che ha interessato complessivamente cinquanta milioni di soldati. Le ragioni dell'accelerazione dei fenomeni migratori sono da individuare nel mutamento della filosofia bellica strettamente correlato al conflitto in discorso. A differenza del passato, quando una singola battaglia era in grado di risolvere una guerra, in quella del 1914-18 si affermano nelle menti degli strateghi la tecnica dello sfondamento prima, e quella del logoramento poi. Il comando concentra le forze in un preciso settore del fronte, spreme l'artiglieria fino all'ultima risorsa, manda all'assalto la fanteria facendo uccidere migliaia di soldati. Col risultato di non sfondare alcunché.
Si passa quindi alla seconda tecnica: sottoporre il nemico a continui getti di fuoco e aggressioni umane, sì da logorarne la capacità di resistere. La carneficina di Verdun ha insegnato che azioni di questo tipo logorano chi le mette in atto. Ma lasciando da parte le
| Un rifugio per profughi improvvisato dall'esercito italiano nei pressi di Pordenone |
Cannoni molto più potenti, granate, mitragliatrici, carri armati, bombardamenti aerei: le armi della Grande Guerra non uccidono più soltanto chi sta sul campo di battaglia, ma anche le persone che abitano nelle sue adiacenze. Che, per salvarsi la vita, abbracciano la tremenda condizione di profughi. La vicenda dei quali "si risolse in una storia di iniquità sociali e, in conseguenza del loro innesto innaturale in un contesto straniero, anche in una vicenda di disparità etniche culturali e linguistiche - scrive Pavan -.
I profughi vissero sospesi in una continua incertezza tra passato e futuro, assillati con continuamente dall'ansia, dalla speranza e dal pensiero costantemente rivolto per un verso al periodo prebellico e per un altro all'ignoto che solo la fine della guerra avrebbe svelato. I profughi - prosegue l'autore - dovettero adattarsi alle esigenze imposte dalla "nuova vita", furono costretti perciò ad ogni genere di privazioni. La loro vita era dominata dalla pazienza e dal coraggio, dalla coesistenza in condizioni di vita ardue, da una lotta che ebbe per unico obiettivo la mera sopravvivenza".
Così, interi paesi vengono privati - prima ancora che delle loro bellezze architettoniche e artistiche - dei loro cittadini, e cioè della loro anima. A Gorizia nel 1910 abitano trentamila persone; nel 1916, un decimo di esse attende l'arrivo delle truppe italiane, e l'anno successivo un centinaio di civili rimane nelle loro case mentre giunge in città l'esercito austro-tedesco. A Trieste, che sempre nel '10 conta duecentotrentamila abitanti, la guerra dimezza la popolazione.
Fredde cifre, che però fanno luce su quel che la Grande Guerra ha significato per chi abitava nei pressi della frontiera orientale tra Italia e Impero asburgico. La loro fuga è dapprincipio disordinata: si cerca rifugio presso parenti, amici, semplici conoscenti; si fa di tutto, in particolare, per non allontanarsi dalla propria casa, dai poderi, dalle proprietà che si è dovuti lasciare su ordine delle autorità militari.
Il loro esodo si rivela però di intralcio alla truppe dirette al fronte: i fienili, per esempio, che devono essere lasciati a disposizione dell'esercito, sono invece occupati da civili in fuga. Questo e altri numerosi inconvenienti determinano la decisione dei comandi militari di spostare i fuggiaschi all'interno e del territorio dell'Impero e di quello italiano. C'è chi non fa troppi chilometri, fermandosi in Carniola, in Stiria e in Carinzia. Ma c'è anche chi è costretto a salire su un treno ed è mandato a costruirsi una nuova vita in regioni fisicamente, e soprattutto spiritualmente, lontane da quelle natie.
Migliaia di austriaci di confine e di sloveni si ritrovano catapultati in Boemia, in Moravia, a Vienna, in Ungheria; migliaia di giuliani devono ripartire daccapo a Torino, Livorno, Firenze, Napoli, addirittura a Ventotene, l'isola pontina che durante il Ventennio ospiterà illustri dissidenti e perseguitati politici. Tuttavia si cercano soluzioni diverse, che il governo austriaco trova costruendo le cosiddette "città di legno", primo esempio nella storia di quello che siamo soliti chiamare "campo profughi". Agglomerati di baracche sorgono un po' dovunque arrivino civili provenienti da zone di guerra, affinché questi vi possano trovare un minimo riparo. Minimo davvero: vi si patisce la fame e la propensione ad ammalarsi sale a livelli esponenziali, decimando indifferentemente migliaia di adulti e bambini.
"Perciò la gente accettava molto malvolentieri di esservi mandata - racconta l'autore - e, se era costretta a viverci, nascondeva i propri cari ai medici, perché non si fidava di essi. Il ricordo di questi duri tempi e delle morti così frequenti nei campi profughi è tuttora vivo
| Tolmino (provincia di Gorizia) dopo la dodicesima battaglia dell'Isonzo |
In quest'ultimo, in particolare, sono stati rinchiusi alcuni italiani irredentisti, membri della società segreta Giovane Fiume. Cosa vi sia accaduto e come essi siano stati trattati, tuttavia, non è dato sapere; certo, è facile immaginarlo. Non c'è bisogno di immaginazione, invece, nel leggere le testimonianze che - come s'è anticipato - Pavan ha raccolto da ex profughi. Sono racconti toccanti, che costituiscono il cuore del suo lavoro e che con la forza devastante del racconto spiegano cosa abbia significato abbandonare tutto per scappare dalla guerra. Maria Leban, classe 1910, di Gabrje, narra dell'arrivo di un uomo che fa squillare una tromba e intima la fuga a lei a ai suoi familiari: "Noi non ci siamo portati via niente, siamo partiti così come eravamo vestiti.
La prima notte da profughi l'abbiamo passata nel bosco: poi siamo arrivati in un paese su nella montagna, sopra Tolmino (…). Vi siamo rimasti un mese e anche di più, finché abbiamo dovuto lasciare anche quel posto e siamo andati a prendere il treno a Podbrdo, camminando a piedi attraverso la montagna". E sempre a Tolmino è nata, nel 1907, Amalia Kanalec, che ricorda la madre ammalata di tifo: "(…) venne dapprima portata all'ospedale di Gorizia, poi, siccome anche lì c'era il pericolo perché era vicino al fronte, venne trasportata in un ospedale della Cecoslovacchia, non so in che città. Rimase via per un anno e mezzo e noi non sapevamo nulla di nostra madre, non sapevamo nemmeno dove fosse quest'ospedale".
Il passaggio dei tedeschi, ancora a Tolmino, è fissato indelebile nella memoria di Ivan Leban, classe 1906: "La nostra casa era completamente rovinata, non potevamo neanche entrarci dentro; c'era solo una trave al suo posto. I soldati avevano portato via e bruciato tutto, quindi mio padre ha dovuto trovare il legname per ricostruire tutto di nuovo. Dapprima preparavamo una stanza e appena quella era finita vi andavamo dentro, e così abbiamo fatto con tutta la casa, finché abbiamo potuto chiamare tutto il resto della famiglia". Emozionanti fotografie di una faccia dimenticata, s'è detto, del poliedro Grande Guerra. Che, in quanto evento bellico, avrebbe dovuto essere una breve parentesi, un'eccezione tra le normali regole della vita quotidiana.
Un'eccezione che, tuttavia, è durata tre anni e ha coinvolto le popolazioni civili come mai era accaduto prima. I contadini innanzitutto, che hanno rappresentato il novanta percento dei caduti in battaglia. Sradicati dai loro campi e mandati al fronte, hanno lasciato a casa le mogli ad occuparsi non più soltanto dei figli ma anche degli anziani e dei terreni, da mandare avanti con il duro lavoro fisico. E poi gli operai, mobilitati a pieno ritmo nell'industria bellica, sottoposti a orari di fabbrica insostenibili e privi, in ragione dello stato di emergenza, di ogni tutela sindacale. L'intera società europea, insomma, è immersa in una guerra pervasiva e totale, che raggiunge anche coloro che non assistono in prima persona al passaggio delle colonne di soldati dirette al fronte. Ma chi li ha visti passare, in molti casi, ha come dovuto seguirli in un viaggio talvolta senza fine, in battaglie sui generis contro la fame e l'ostilità di genti straniere. Una guerra da combattere lontano da casa, per tentare a tutti i costi di farvi ritorno.
Recensione pubblicata sul n. 51 - gennaio 2001 della rivista online
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Giannantonio Paladini (Università di Venezia), 1998 - Recensione "Caporetto" di C. Pavan
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| Giannantonio Paladini, Il Gazzettino - ediz. nazionale, 7 febbraio 1998. |
«Gli studi sulla Grande Guerra, almeno da trent'anni in qua, hanno voltato pagina. E, tuttavia, sarà senz'altro corroborante per lo spirito di coloro che sono refrattari a qualsiasi retorica, la lettura di questo libro di Camillo Pavan.
… Un libro composito, a più strati, sapientemente montato, fatto di testimonianze e di studi degli uni e degli altri, ma soprattutto degli sloveni perché (annota senza sorpresa l'autore, ma è un dato non sempre tenuto nel debito conto) il territorio di Caporetto e dell'alto Isonzo in cui si combatté la grande battaglia era compattamente abitato da sloveni. E sembra perfino una "bizzarria" che il fiume lungo il quale furono scatenate in tre anni le dodici battaglie che diedero luogo alla carneficina, per tre quarti si chiamasse Soča, e non Isonzo, come invece scrivevano nei bollettini di guerra sia gli italiani che gli austro-ungarici. La stessa "rotta di Caporetto" per gli austro-tedeschi "miracolo di Karfreit", ha un nome di luogo sloveno, perché Caporetto era Kobarid come Plezzo (Flitsch in tedesco) era Bovec.
L'osservazione di Pavan, posta in una piccola Nota toponomastica per giustificare le soluzioni adottate, contiene a ben vedere più di una chiave del libro: che è, come abbiamo detto, pieno zeppo di cose straordinarie, quasi cinquecento pagine, di splendide fotografie, di innumerevoli passi di bollettini e di opere storiche, di diari, di articoli di giornali nemici a confronto, di notizie preziose sui musei e sugli ossari, di indicazioni per visitare i campi di battaglia.... Ma forse le pagini più rilevanti sono quelle relative alle popolazioni in fuga, prima da una, e poi, dopo Caporetto, dall'altra parte, e ai profughi e ai campi. «Novecento, in secolo di profughi», scrive Pavan. È proprio così». [...]
Sintesi dell'articolo pubblicato su Il Gazzettino il 17 febbraio 1998
La Nuova Ferrara, 22.11.1997 - Recensione libro "Caporetto" di C. Pavan
Quadri della Grande Guerra nel racconto di 14 testimoni, uno fu maestro a Ostellato
IL FUOCO DI MILLE CANNONI
Straordinario libro su Caporetto
di Camillo Pavan, lavoro di 4 anni
Quattro anni di ricerche in archivi, biblioteche e sul campo, 472 pagine, 314 illustrazioni (foto, cartine manifesti). Un libro ricco e diverso, che alla ricostruzione delle vicende militari (anche con l'analisi comparata di quotidiani italiani e sloveni unisce quella delle traversie delle popolazioni locali disperse in mezza Europa, dai paesini del meridione d'Italia ai terribili campi profughi dell'Austria ( le "città di legno" - barakenlager). Un libro che si avvale inoltre, per la prima volta, della collaborazione di tre studiosi sloveni (Perché è utile ricordare ricordare che Caporetto/Kobarid era ed è in Slovenia). Sono: Željko Cimprič del Museo di Caporetto, Drago Sedmak del Museo di Nuova Gorizia
e Petra Svoljšak dell'Accademia slovena di Scienze ed Arti di Lubiana.
La traduzione dei giornali sloveni è opera di Giovanna/Iva Ferianis. [...]
venerdì 5 aprile 2013
Franc Rupnik, 1997 - Recensione "Caporetto" di C. Pavan
Knjiga italijanskega raziskovalca in zgodovinarja C. Pavana
O padcu Kobarida
Zanimiva pricevanja italijanskega in nemskega udelezenca zgodovinske bitke
«Kobarid je presel v svetovno zgodovino kot kraj najvecjega poraza italijanske voiske v prvi svetovni vojni. Kraj sam pri tem ni utrpel velikega razdejanja in skode, vendar je iz najnovejse knjige italijanskega raziskovalca in zgodovinarja Camilla Pavana, (ki je ravnokar natisnil svojo knjigo "Caporetto" na 472 straneh, v Trevisu) razvidno, da so bile razne krajse bitke tudi v neposredni blizini Kobarida in v samen Kobaridu. Pri opisovanju le teh navaja tudi natancni cas in se nekaj pricevanj dveh udlezencev, enega iz italijanske strani, drugega iz nemske. Zato je porocilo toliko bolj verodostojno».
[Il libro del ricercatore di storia e storico italiano C. Pavan / La caduta di Caporetto / Le interessanti testimonianze di un combattente italiano ed uno tedesco che presero parte alla storica battaglia
Caporetto passò alla storia mondiale come il luogo in cui l'esercito italiano ebbe a subire la più grave disfatta della prima guerra mondiale. In questa circostanza il paese non soffrì gravi distruzioni o danni, tuttavia dal recentissimo libro di Camillo Pavan, ricercatore di storia e storico, (che ha or ora stampato la sua opera "Caporetto" di 472 pagine, a Treviso) risulta chiaramente che diversi scontri armati avvennero anche nelle immediate vicinanze di Caporetto e in Caporetto. L'autore ne indica nella sua descrizione anche l'ora esatta citando alcune testimonianze di due militari che vi presero parte, uno dalla parte italiana, l'altro da quella tedesca. Perciò la sua informazione è tanto più attendibile».]
Brano della recensione pubblicata su
DOM kulturno verski list
Cividale del Friuli, 15 novembre 1997
Brano della recensione pubblicata su
DOM kulturno verski list
Cividale del Friuli, 15 novembre 1997
(Franc Rupnik, nel 1997 era il parroco di Caporetto)
Emanuele Bellò, 1997 - Recensione "Caporetto" di C. Pavan
«Con il rigore storico e documentario che lo ha sempre contraddistinto, Pavan, dopo quattro anni di ricerche in archivi, biblioteche e sui luoghi di battaglia, ci fa rivivere nel minimo dettaglio quell'odissea dei popoli che fu causata dalla tremenda rotta e che finora era in buona parte rimasta ignota e rimossa dalla retorica di regime.
Particolarmente interessanti sono le interviste ai testimoni diretti degli eventi, ormai ridotti di numero, che con la drammaticità delle loro narrazioni ci fanno rivivere le sofferenze, le speranze e le traversie che accomunavano le popolazioni dietro ai vari fronti in un quadro storico che per la prima volta si presenta sgombro da nazionalismi e distorsioni, grazie anche all'opera di studiosi sloveni che hanno coadiuvato Pavan nella sua encomiabile opera che segna un punto fermo nella storiografia moderna».
SPORTrevigiano, 24 ottobre 1997
martedì 19 febbraio 2013
Sandro Zanotto, Il Sile è davvero morto?
Da qualche tempo si vanno
moltiplicando le monografie sul Sile, di solito fondate su fotografie di effetto
e testi poetici, che si presentano come eleganti oggetti da regalo, in
relazione alla recente vocazione turistica dei trevigiani.
La proliferazione di libri a prima vista potrebbe sembrare un buon segno, facendo pensare al grande amore dei trevigiani per il fiume di casa, elemento essenziale dell'identità cittadina. È una piacevole sensazione, che però non dura a lungo.
Si nota subito infatti che non si tratta né di studi, né di ricerche, ma di celebrazioni: testi e fotografie continuano infatti a commemorare il meraviglioso fiume che tanto i trevigiani amavano e che purtroppo è morto, ucciso da una iniqua sorte.
Nessuno poi si chiede chi sia stato ad ucciderlo e se poi sia davvero morto, come dicono. Ma in questi casi la commemorazione stessa è già di per sé una indicazione, dato che il Sile è ancora vivo, ma è in degrado per cause del tutto umane e trevigiane.
Sono le conclusioni che risultano evidenti leggendo «Sile» di Camillo Pavan, la più recente (e definitiva) monografia del fiume.
Finiscono inoltre in Sile senza depurazione gli scarichi tossici delle puliture
a secco, dei fotografi, dell'officina degli autobus, assieme a quelli delle
industrie. Un «pretore d'assalto» anni fa creò il «caso dell'olio di
colza», ma si guardò bene dall'esaminare quel che l'industria
continua a immettere nel Sile.
La proliferazione di libri a prima vista potrebbe sembrare un buon segno, facendo pensare al grande amore dei trevigiani per il fiume di casa, elemento essenziale dell'identità cittadina. È una piacevole sensazione, che però non dura a lungo.
Si nota subito infatti che non si tratta né di studi, né di ricerche, ma di celebrazioni: testi e fotografie continuano infatti a commemorare il meraviglioso fiume che tanto i trevigiani amavano e che purtroppo è morto, ucciso da una iniqua sorte.
Nessuno poi si chiede chi sia stato ad ucciderlo e se poi sia davvero morto, come dicono. Ma in questi casi la commemorazione stessa è già di per sé una indicazione, dato che il Sile è ancora vivo, ma è in degrado per cause del tutto umane e trevigiane.
Sono le conclusioni che risultano evidenti leggendo «Sile» di Camillo Pavan, la più recente (e definitiva) monografia del fiume.
È un grosso libro che non ha fotografie di grande firma, è stampato in
economia, non si presenta come oggetto da regalo, non fa propaganda turistica,
e soprattutto non è la celebrazione di un morto.
È invece una documentatissima ricognizione compiuta di persona su tutto il corso del fiume, accompagnata da una esemplare ricerca storica, completata da interviste agli ultimi protagonisti della vita fluviale. In poche parole si tratta della prima, completa, totale indagine sulla situazione attuale del Sile, senza lamentazioni celebrative, né proposte utopistiche.
È invece una documentatissima ricognizione compiuta di persona su tutto il corso del fiume, accompagnata da una esemplare ricerca storica, completata da interviste agli ultimi protagonisti della vita fluviale. In poche parole si tratta della prima, completa, totale indagine sulla situazione attuale del Sile, senza lamentazioni celebrative, né proposte utopistiche.
Naturalmente il libro è stato stampato in proprio, dato che non trovò
alcuna sponsorizzazione: perfino la mesta prefazione di Cino Boccazzi (che pure
anni fa diede vita ai «Quaderni del Sile») ha l'ormai consueto tono della
commemorazione di un morto. Egli paragona perfino Camillo Pavan «a uno di
quegli amanuensi che chiusi nelle loro celle trasmettono la sapienza antica», cioè a
uno di quei frati che trasmettevano la memoria della cultura romana scomparsa
da secoli.
Tutta la corale campagna celebrativa della morte del Sile viene smentita
però dall'inchiesta di Camillo Pavan, dalla quale si ricava che i pericoli che
il Sile ora sta correndo sono determinati proprio da quei trevisani che amano così tanto il loro fiume da fare tutto quel che possono per ucciderlo.
Non è un paradosso, perché si tratta dello stesso atteggiamento mentale dei
cacciatori, così sinceramente amanti degli uccelli, che li fanno imbalsamare dopo
averli uccisi.
I trevigiani, che deplorano tanto il degrado del loro fiume,
continuano infatti allegramente a scaricarvi dentro le fognature di tutta la
città. Non basta certo quel ridicolo impiantino a S. Antonino che, anche se
funzionasse in pieno, potrebbe a malapena depurare gli scarichi di 25.000 persone,
mentre i trevigiani sono ormai quasi 90.000. E stato poi accuratamente messo a
tacere l'episodio della constatazione di un condotto che rigurgitava scarichi
maleodoranti in Sile dall'ospedale (o dall'obitorio?).
![]() |
| Sandro Zanotto |
E che ne è stato del progetto di un «parco del Sile» alle sue sorgenti?
E chi ha mai punito le tanto facilmente accertabili recinzioni abusive di
argini demaniali o gli scarichi di detriti dall'argine?
Chiudo qui e per il resto rimando al libro di Camillo Pavan, che però
non dice una cosa che bisogna pur dire, cioè che coloro che degradano, inquinano e manomettono
il Sile sono trevigiani; sono pure trevigiani quelli che glielo lasciano fare, come gli amministratori
e i politici che non appoggiano le isolate iniziative in
favore del fiume. Sono tutti trevigiani, che però commemorano col pianto sul
ciglio la morte del loro fiume, dovuta a tragica fatalità.
Recensione pubblicata sul mensile Cronache Trevigiane - Anno V, Numero 5, Giugno 1989
venerdì 14 settembre 2012
Mario Cutuli, 2004 - Recensione "In fuga dai tedeschi", di C. Pavan
Il racconto di chi c’era “ … quando il cielo era un grande fuoco”
Non è facile scrivere di storia. Convinzioni personali, condizionamenti culturali ed ambientali possono, anche inconsapevolmente, storpiare i fatti, ampliarli o ridurli, tradendo l’obiettività. Non succede così a Camillo Pavan che, continuando la sua ricerca, ha appena dato alle stampe “In fuga dai tedeschi, l’invasione del 1917 nel racconto dei testimoni”.
Riga dopo riga, pagina dopo pagina, avvalendosi di centinaia di interviste, di dati ufficiali e non, di tabelle recuperate in archivi polverosi ed ancora in attesa di una più convinta utilizzazione, riemerge la tragedia di quei giorni amari di Caporetto, termine che oggi ha la connotazione della catastrofe e “continua ad essere usato come sinonimo di una sconfitta senza pari”. Testimonianze, si diceva. Voci già spente dal correre stesso del tempo, ma ancora vive, animate da quella freschezza propria di chi parla liberamente, di chi rivive quei mesi di fame, di precarietà, di dubbi atroci, di chi ringrazia Dio di poterli ancora raccontare o di chi rivede in quella tragedia i volti nitidi di familiari, di amici, vittime innocenti di una violenza senza fine.
E la guerra entrava in casa…
Con Caporetto, in quel disgraziato 1917, la guerra entrava in casa e “quando il cielo era un grande fuoco” e “tutta Italia scappava, scappavano i feriti, gli ammalati, con carreggi, e senza carreggi”, quando “non c’era ordine, era un disordine enorme, come delle mosche che si gettano fuori, così”, cominciò il dramma di chi la guerra l’aveva condannata o invocata senza immaginarne la durezza e che adesso la subiva.
Riaffiorano, nel testo di Pavan le polemiche, le reciproche accuse o le motivate giustificazioni sulla ritirata, da qualcuno intesa come tradimento e da altri come necessaria strategia. Viene data voce a chi in quei giorni non sapeva se partire o meno; “Via, via, via, perché ci sono i tedeschi”. C’era questo “barba Bortolo” che doveva venir via anche lui e invece “Non vengo via via, non vengo via” ed è rimasto a casa. E appena arrivati i tedeschi è morto dal dispiacere perché avevano fatto della sua abitazione una casa di tolleranza. È morto, insomma, dall’avvilimento. “Mio nonno Giovanni, invece, ha voluto rimanere qui: «No, mi stae qua, ghe ténde a casa» … e me poro papà, me par de védarlo in janòcio, in cusina davanti ai carabinieri. El ga ito: «Copème qua, co i me fioi, ma mi via da qua no vào!»”
Viene data voce a chi era partito e poi tornato. “Noialtri si era scappati ma siamo ritornati dopo otto giorni, e quando siamo tornati era tutto per aria”; alla condanna di chi era rimasto per depredare le case rimaste incustodite; all’arrivo dei tedeschi e a chi li assimilava agli Unni di Attila. C’è anche il ricordo commosso di chi aveva trovato rifuggio lontano dal Veneto, ad Agrigento, a Caltanissetta, a Firenze, a Giarre, a Messina, a Napoli, dove la solidarietà fu immensa e incondizionata.
Preti e vescovi come vigili pastori…
Nell’interessante appendice Pavan riserva ampio spazio al ruolo dei preti e dei vescovi dopo Caporetto dando modo di conoscere gesti eroici, di preti e di pastori che rimasero in questi posti simili all’inferno, come vigili custodi del gregge affidato. Una sola parola d’ordine “Restare” accomunò i vescovi di Gorizia, di Bressanone, di Portogruaro, di Concordia, di Vittorio Veneto, ed ovviamente di Treviso. Tanti parroci dovettero assistere alla profanazione o alla distruzione della loro parrocchia, come avvenne a Negrisia o a Fontane di Villorba, dove il parroco scrive al vescovo che “la chiesa fu requisita ad uso magazzino” e “i registri dell’Archivio ed ogni altra cosa della chiesa: è tutto esposto alla rapina degli invasori”.
Impreziosiscono il lavoro di Pavan le tante documentazioni allegate — vere chicche quelle relative all’accusa di “austriacantismo clericale” rivolta da Mussolini al vescovo Longhin o quella dell’allora sindaco di Carbonera, Aurelio Bianchini, che “nella necessità di dover partire” affida a don Luigi Zangrando “la sua proprietà mobile e immobile sita nei comuni di Melma (Silea) e di Carbonera, ma anche il municipio e tutto il Comune di Carbonera”. Quasi a voler sottolineare che in quei giorni il clero svolse un ruolo anche politico.
Insomma le centosessanta fittissime pagine del lavoro di Pavan, sono una vera miniera per ricostruire momenti che nella loro sconosciuta drammaticità si inscrivono nel grande libro della storia. Perché di quegli anni possa restare memoria, un obbligo nei confronti delle generazioni future.
La Vita del Popolo, Settimanale della Diocesi di Treviso, 1 agosto 2004
Paolo Calia, 2004 - Recensione "In fuga dai tedeschi" di C. Pavan
"In fuga dai tedeschi" sulla rotta di Caporetto
Restare o partire? Abbandonare la casa, gli affetti, gli animali, tutte le cose più care, per sfuggire all'invasore o rimanere e affrontare un destino imperscrutabile? Questi e mille altri pensieri hanno angosciato chi, nel 1917, si è visto travolto dalla rotta italiana a Caporetto. Città e paesi fino a quel momento tranquille retrovie di un conflitto sanguinario, si ritrovarono nel giro di poche ore in prima linea. E ai civili non rimaneva che una scelta: restare ad aspettare austriaci, tedeschi e ungheresi o fuggire al seguito delle truppe italiane che si attestavano lungo il Piave? Il libro di Camillo Pavan, "In fuga dai tedeschi, l'invasione del 1917 nel racconto dei testimoni" (pubblicato a spese dell'autore) è pieno di questi dubbi e ricco di tante esperienze di vita dura. A parlare sono i protagonisti di quella pagina nera della storia italiana, gente all'epoca poco più che bambina, ma già consapevole della tragedia che si stava consumando attorno.
Pavan ha raccolto, registrato e archiviato una serie di interviste effettuate nell'arco di quindici anni, dal 1984 al 1999. Armato solo di un piccolo registratore ha girato le terre maggiormente coinvolte dalla rotta di Caporetto, quelle attraversate prima dai fanti italiani in fuga e poi dai tedeschi. Ha fatto tesoro delle parole degli anziani dei paesi, che ancora avevano vivo nella memoria il dramma di quei giorni. Nelle 160 pagine del libro ha riportato tutto quello che ha sentito, lasciando anche alcuni termini dialettali per non perdere la spontaneità dei ricordi. In otto capitoli ha distribuito le testimonianze, toccanti e struggenti, resoconti non troppo lunghi corredati dalla foto e dal nome dell'intervistato.
Il Gazzettino, Edizione di Treviso, 23 luglio 2004
mercoledì 5 settembre 2012
Emanuele Bellò, 2005 - Recensione Sile, la piarda di Casier
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| Emanuele Bellò a bordo del Silis |
Il volume che tratta di “barcari, burci, draghe e squeri” operanti nella zona del porto di Casier, prosegue la ricerca iniziata da Pavan con la sua prima opera “Drio el Sil” da cui è derivato un filone di pubblicazioni sulla vita lungo il fiume di Treviso.
Nel libro la parte più interessante è quella relativa alle biografie di “squerariòi” e “dragadori” e soprattutto di “barcari” come Glauco Stefanato, continuatore di una dinastia di “burcièri” risalente al secolo XVII.
Interessanti sono anche le storiche fotografie che costituiscono l’unica documentazione visiva di attività ormai scomparse che sono state alla base di tanta parte dello sviluppo sociale ed economico del Nord Est.
Lo storico Ivano Sartor, nell’illustrare il volume, ne ha sottolineato l’importanza nel colmare una delle tante lacune della storiografia locale prima che l’inesorabile scorrere del tempo cancelli le memorie degli ultimi testimoni.
Sportrevigiano, 25 novembre 2005
giovedì 21 giugno 2012
Mario Blasoni - Recensione "I prigionieri italiani dopo Caporetto", C. Pavan 2001
Prigionieri della Grande guerra - Soldati italiani nei campi di prigionia dell'Austria, Ungheria, Germania, Cecoslovacchia - Prima guerra mondiale
Già poche ore dopo l'inizio della battaglia, centinaia di soldati italiani si riversarono nella conca di Caporetto, senza ufficiali, parte allegri e parte frastornati, agitando fazzoletti bianchi al grido di «Evviva la Germania!».
Con queste annotazioni poco edificanti sul nostro esercito si apre I prigionieri italiani dopo Caporetto, un crudo e realistico documento frutto d'una ricerca del trevigiano Camillo Pavan, che ne è anche l’editore. Ma si sa che la rapidità e le dimensioni del crollo dell'armata grigioverde furono tali da lasciare stupito lo stesso nemico. E generarono nella truppa allo sbando un’euforia, un senso di liberazione: «La guerra per noi è finita, la pelle è salva!». Seguì, però, un brusco risveglio con le massacranti marce verso i campi di concentramento del Centro Europa e, una volta arrivati, con privazioni e sofferenze indicibili davanti a un nemico ben più implacabile e spietato: la fame.
Ma quanti furono i prigionieri dopo Caporetto? 276.500 secondo i bollettini ufficiali austro-tedeschi e italiani. Dai primi 10 mila del 25 ottobre ai 40 mila del 28, agli 80 mila fra il 31 ottobre e il 3 novembre. La rotta del 1917 causò, insomma, quasi la metà dei prigionieri di tutta la guerra 1915-'18, che furono 600 mila. E a questi vanno aggiunti i 16 mila civili deportati dagli invasori (ne morirono 3 mila).
Naturalmente ci furono anche i valorosi che si arresero solo dopo aver strenuamente combattuto, perché l'offensiva austro-tedesca fu tutt'altro che una passeggiata: «Alla fine di novembre, quando si conclusero anche le ultime operazioni conseguenti allo sfondamento del fronte e all'inseguimento dell'esercito italiano, le perdite delle forze armate degli Imperi centrali furono valutate intorno a 70 mila uomini, mentre i caduti furono circa 12-15 mila». Il libro riporta, tra gli altri, l'episodio del colonnello Spinucci, morto a Flambro alla testa dei suoi granatieri, raccontato da uno dei superstiti, Giuseppe Giuriati di Treviso. A rendere avvincente questo libro del dopo-Caporetto, è proprio l'incrociarsi dei resoconti autobiografici. L'autore ha attinto, fior da fiore, da una serie di diari di guerra di autori illustri come Curzio Malaparte e Carlo Emilio Gadda, ma sopratutto di umili soldati, scritti anche qualche decennio dopo gli eventi.
La prigionia diventa drammatica quando cominciano le marce verso l'interno: decine di migliaia di soldati sospinti come mandrie, sorvegliati da pochissime sentinelle e mitragliati e bombardati dalle nostre artiglierie (il “fuoco amico”, come fu chiamato per definire, tra l'ironico e il cinico, l'atteggiamento verso “i vigliacchi che si sono arresi”). Prima tappa il campo di concentramento di Cividale, poi i viaggi interminabili con le tradotte in Austria, Germania, Cecoslovacchia. Anche cinque giorni senza un cucchiaio di rancio... I nostri prigionieri furono decimati dalla fame e ciò non deve stupire se si pensa che anche le popolazioni locali, pur in qualche caso generose con gli italiani vinti, erano in grandi ristrettezze alimentari. E lo stesso esercito austro-ungarico non era in grado di scialare. Alessandro Pennasilico rievoca lo scambio d'un orologio d'oro con una scatoletta di carne a Loqua, sulla Bainsizza, mentre il friulano Francesco Isola, prigioniero in Westfalia, racconta che gli alleati francesi e inglesi ricevevano pacchi alimentari da casa. Gli italiani invece no, il Comando supremo si oppose a questi invii anche allo scopo di “porre un freno alla diserzione”. Solo nell’agosto 1918, in seguito alle crescenti proteste internazionali e alla campagna di stampa dell'Avanti!, fu deciso un “esperimento” di spedizione di gallette da parte del governo italiano. Quaranta vagoni giunsero in Austria tra fine settembre e ottobre, altri 15 arrivarono in Germania solo a guerra finita!
La grande protagonista del libro di Camillo Pavan è, dunque, la fame, «la continua, orrenda fame». L'aspirante ufficiale torinese Attico Dadone, ragazzo del ’99, racconta del compagno di sventura Augusto Perosimo di Torino, sottotenente d'artiglieria, che nel campo di Crossen sull'Oder si era specializzato nella cattura dei topi di fogna: «Scuoiati alla meglio, li arrostiva sulla stufa e se li mangiava fra la riprovazione quasi universale. Diceva che erano ottimi». Tristissimo e toccante è il racconto Natale 1917, del già citato Dadone, sulla squallida realtà di quel «pranzo di festa». Ma ci fu anche chi riuscì a trovare qualche momento d'ironia, come lo scrittore milanese Carlo Salsa che tradusse Krigsgefangelager (campo dei prigionieri di guerra) in Cristchefamdelader (Cristo, che fame ladra!).
Un volume sulle traversie degli italiani deportati
Il dramma della prigionia
Già poche ore dopo l'inizio della battaglia, centinaia di soldati italiani si riversarono nella conca di Caporetto, senza ufficiali, parte allegri e parte frastornati, agitando fazzoletti bianchi al grido di «Evviva la Germania!».
Con queste annotazioni poco edificanti sul nostro esercito si apre I prigionieri italiani dopo Caporetto, un crudo e realistico documento frutto d'una ricerca del trevigiano Camillo Pavan, che ne è anche l’editore. Ma si sa che la rapidità e le dimensioni del crollo dell'armata grigioverde furono tali da lasciare stupito lo stesso nemico. E generarono nella truppa allo sbando un’euforia, un senso di liberazione: «La guerra per noi è finita, la pelle è salva!». Seguì, però, un brusco risveglio con le massacranti marce verso i campi di concentramento del Centro Europa e, una volta arrivati, con privazioni e sofferenze indicibili davanti a un nemico ben più implacabile e spietato: la fame.
Ma quanti furono i prigionieri dopo Caporetto? 276.500 secondo i bollettini ufficiali austro-tedeschi e italiani. Dai primi 10 mila del 25 ottobre ai 40 mila del 28, agli 80 mila fra il 31 ottobre e il 3 novembre. La rotta del 1917 causò, insomma, quasi la metà dei prigionieri di tutta la guerra 1915-'18, che furono 600 mila. E a questi vanno aggiunti i 16 mila civili deportati dagli invasori (ne morirono 3 mila).
Naturalmente ci furono anche i valorosi che si arresero solo dopo aver strenuamente combattuto, perché l'offensiva austro-tedesca fu tutt'altro che una passeggiata: «Alla fine di novembre, quando si conclusero anche le ultime operazioni conseguenti allo sfondamento del fronte e all'inseguimento dell'esercito italiano, le perdite delle forze armate degli Imperi centrali furono valutate intorno a 70 mila uomini, mentre i caduti furono circa 12-15 mila». Il libro riporta, tra gli altri, l'episodio del colonnello Spinucci, morto a Flambro alla testa dei suoi granatieri, raccontato da uno dei superstiti, Giuseppe Giuriati di Treviso. A rendere avvincente questo libro del dopo-Caporetto, è proprio l'incrociarsi dei resoconti autobiografici. L'autore ha attinto, fior da fiore, da una serie di diari di guerra di autori illustri come Curzio Malaparte e Carlo Emilio Gadda, ma sopratutto di umili soldati, scritti anche qualche decennio dopo gli eventi.
La prigionia diventa drammatica quando cominciano le marce verso l'interno: decine di migliaia di soldati sospinti come mandrie, sorvegliati da pochissime sentinelle e mitragliati e bombardati dalle nostre artiglierie (il “fuoco amico”, come fu chiamato per definire, tra l'ironico e il cinico, l'atteggiamento verso “i vigliacchi che si sono arresi”). Prima tappa il campo di concentramento di Cividale, poi i viaggi interminabili con le tradotte in Austria, Germania, Cecoslovacchia. Anche cinque giorni senza un cucchiaio di rancio... I nostri prigionieri furono decimati dalla fame e ciò non deve stupire se si pensa che anche le popolazioni locali, pur in qualche caso generose con gli italiani vinti, erano in grandi ristrettezze alimentari. E lo stesso esercito austro-ungarico non era in grado di scialare. Alessandro Pennasilico rievoca lo scambio d'un orologio d'oro con una scatoletta di carne a Loqua, sulla Bainsizza, mentre il friulano Francesco Isola, prigioniero in Westfalia, racconta che gli alleati francesi e inglesi ricevevano pacchi alimentari da casa. Gli italiani invece no, il Comando supremo si oppose a questi invii anche allo scopo di “porre un freno alla diserzione”. Solo nell’agosto 1918, in seguito alle crescenti proteste internazionali e alla campagna di stampa dell'Avanti!, fu deciso un “esperimento” di spedizione di gallette da parte del governo italiano. Quaranta vagoni giunsero in Austria tra fine settembre e ottobre, altri 15 arrivarono in Germania solo a guerra finita!
La grande protagonista del libro di Camillo Pavan è, dunque, la fame, «la continua, orrenda fame». L'aspirante ufficiale torinese Attico Dadone, ragazzo del ’99, racconta del compagno di sventura Augusto Perosimo di Torino, sottotenente d'artiglieria, che nel campo di Crossen sull'Oder si era specializzato nella cattura dei topi di fogna: «Scuoiati alla meglio, li arrostiva sulla stufa e se li mangiava fra la riprovazione quasi universale. Diceva che erano ottimi». Tristissimo e toccante è il racconto Natale 1917, del già citato Dadone, sulla squallida realtà di quel «pranzo di festa». Ma ci fu anche chi riuscì a trovare qualche momento d'ironia, come lo scrittore milanese Carlo Salsa che tradusse Krigsgefangelager (campo dei prigionieri di guerra) in Cristchefamdelader (Cristo, che fame ladra!).
Mario Blasoni
Il Messaggero Veneto, Udine - Giovedì 1 novembre 2001
Maurizio Romanato - Recensione "I prigionieri italiani dopo Caporetto", C. Pavan 2001
Prigionia nella Grande guerra, soldati prigionieri e campi di prigionia nella Prima guerra mondiale
Sono stati in molti che hanno preferito...
Sono stati in molti che hanno preferito sfuggire alla morte quasi sicura lanciati in assalti senza senso davanti al fuoco delle mitragliatrici nemiche, a scegliere la resa, specie una volta accerchiati dalle truppe austriache dopo Caporetto.
"Viva l'Austria, viva la Germania", non tanto per tradire la Patria, quanto per la disperazione dopo anni di trincea e dopo aver visto tanti sacrifici vanificati con l'avanzare delle truppe austrotedesche che avevano sfondato il fronte orientale. Una storia poco nota, fra le molte della Prima guerra mondiale, con un destino spesso tragico per molti soldati italiani caduti in prigionia.
L'Italia se ne dimenticò, colpevolmente, non facendo giungere aiuti umanitari tramite la Croce rossa, quando il generale Cadorna, per giustificare se stesso, con la copertura politica dell'inettitudine di parte degli alti comandi, ebbe l'interesse a sostenere la tesi del "tradimento". Tanti italiani caduti in prigionia vennero lasciati in balia di se stessi nei campi di concentramento o di lavoro disseminati in gran parte del Centro Europa, in Stati che erano già allo stremo e non avevano pane neppure per i propri soldati.
Furono le malattie e la fame, nonchè i postumi delle ferite, poco e mal curate, a compiere quella decimazione alla quale, con la resa, tanti soldati credevano di essere sfuggiti. Diversa la sorte degli ufficiali, ai quali veniva garantito un "percorso" diverso, e condizioni un po' più tollerabili in quell'anno di prigionia prima della Vittoria.
Di queste vicende, delle motivazioni che spinsero o costrinsero alcuni alla resa, delle peregrinazioni dietro le linee, della vita nei campi di prigionia nel 1917/18 si occupa con una serie di testimonianze il volume "I prigionieri italiani dopo Caporetto" di Camillo Pavan , secondo libro di una trilogia che riguarda la Grande guerra e la popolazione civile, che sarà presentato il 3 novembre alle 21 nella biblioteca comunale di Guarda Veneta.
La scelta non è casuale in quanto l'ampia parte documentaria è stata curata da Alberto Burato, proprio di Guarda Veneta, che, con una ricerca durata sette anni, è riuscito a fare un quadro completo e, finora inedito, dei campi di prigionia in cui soggiornarono e spesso morirono prigionieri italiani. Dotato di cartina risulta un prezioso vademecum, strumento o traccia per ulteriori ricerche. Grazie a questo prezioso lavoro è già stato possibile rintracciare e onorare adeguatamente vittime della guerra che erano rimaste sconosciute. E sarà anche possibile dare il via a nuove ricerche per chiarire ancor più un quadro finora poco noto.
Maurizio Romanato
Il Gazzettino, Edizione di Rovigo, Lunedì 8 ottobre 2001
Sono stati in molti che hanno preferito...
Sono stati in molti che hanno preferito sfuggire alla morte quasi sicura lanciati in assalti senza senso davanti al fuoco delle mitragliatrici nemiche, a scegliere la resa, specie una volta accerchiati dalle truppe austriache dopo Caporetto.
"Viva l'Austria, viva la Germania", non tanto per tradire la Patria, quanto per la disperazione dopo anni di trincea e dopo aver visto tanti sacrifici vanificati con l'avanzare delle truppe austrotedesche che avevano sfondato il fronte orientale. Una storia poco nota, fra le molte della Prima guerra mondiale, con un destino spesso tragico per molti soldati italiani caduti in prigionia.
L'Italia se ne dimenticò, colpevolmente, non facendo giungere aiuti umanitari tramite la Croce rossa, quando il generale Cadorna, per giustificare se stesso, con la copertura politica dell'inettitudine di parte degli alti comandi, ebbe l'interesse a sostenere la tesi del "tradimento". Tanti italiani caduti in prigionia vennero lasciati in balia di se stessi nei campi di concentramento o di lavoro disseminati in gran parte del Centro Europa, in Stati che erano già allo stremo e non avevano pane neppure per i propri soldati.
Furono le malattie e la fame, nonchè i postumi delle ferite, poco e mal curate, a compiere quella decimazione alla quale, con la resa, tanti soldati credevano di essere sfuggiti. Diversa la sorte degli ufficiali, ai quali veniva garantito un "percorso" diverso, e condizioni un po' più tollerabili in quell'anno di prigionia prima della Vittoria.
Di queste vicende, delle motivazioni che spinsero o costrinsero alcuni alla resa, delle peregrinazioni dietro le linee, della vita nei campi di prigionia nel 1917/18 si occupa con una serie di testimonianze il volume "I prigionieri italiani dopo Caporetto" di Camillo Pavan , secondo libro di una trilogia che riguarda la Grande guerra e la popolazione civile, che sarà presentato il 3 novembre alle 21 nella biblioteca comunale di Guarda Veneta.
La scelta non è casuale in quanto l'ampia parte documentaria è stata curata da Alberto Burato, proprio di Guarda Veneta, che, con una ricerca durata sette anni, è riuscito a fare un quadro completo e, finora inedito, dei campi di prigionia in cui soggiornarono e spesso morirono prigionieri italiani. Dotato di cartina risulta un prezioso vademecum, strumento o traccia per ulteriori ricerche. Grazie a questo prezioso lavoro è già stato possibile rintracciare e onorare adeguatamente vittime della guerra che erano rimaste sconosciute. E sarà anche possibile dare il via a nuove ricerche per chiarire ancor più un quadro finora poco noto.
Ugo Pollesel - Recensione "I prigionieri italiani dopo Caporetto", C. Pavan 2001
Lo storico trevigiano Camillo Pavan ha analizzato nel suo ultimo volume la condizione dei prigionieri italiani dopo la rotta di Caporetto
Una pagina nascosta della Grande Guerra
Le ore della resa, le marce di trasferimento, l’aiuto delle popolazione e le difficoltà nei campi di prigionia
Le parole sono di Persio Falchi, un ufficiale dei mitraglieri che subito dopo la guerra ricordò nelle proprie memorie i giorni terribili del dopo Caporetto. Quelli in cui, assieme a centinaia di migliaia di commilitoni, fu fatto prigioniero e trascinato fino al campo di prigionia.
E che ora sono riportate, assieme a quelle straordinarie di tanti altri soldati, in «I prigionieri italiani dopo Caporetto», un libro dello storico trevigiano Camillo Pavan (suo anche «Grande Guerra e popolazione civile», vol. 1 , Caporetto, del 1997) appena uscito e che ricostruisce un lato oscuro di quella guerra. E cioè il dramma di quelle migliaia di uomini sbandati, affamati, vessati e umiliati, che furono appunto i soldati italiani caduti nelle mani austro-tedesche dopo la disfatta di Caporetto. Giorni terribili, che investirono anche il Bellunese. Non solo per il famoso episodio che a Longarone vide protagonista l'allora tenente Erwin Rommel, la futura "volpe del deserto", ma anche per il coinvolgimento della popolazione civile in quella tragedia.
Il libro di Pavan è infatti a tutto tondo. Parte dalle ore terribili della resa, quindi della fuga attraverso i borghi veneti sbigottiti, poi delle estenuanti marce di trasferimento, infine della vita nei campi di prigionia. Momenti che vengono ricostruiti fondamentalmente attraverso i diari, le memorie o anche i semplici appunti dei protagonisti.
C'è chi la chiama «storia minore», ma se qualcuno vuole capire davvero cosa fu la Grande Guerra, il peggiore di tutti i conflitti, deve attraversare questi libri, che riportano il dettaglio di quella tragedia. E dai particolari si comprende in realtà il clima, i valori, gli odi e gli amori in cui maturò quella tragedia. Anche perché Pavan non tralascia nulla: i rapporti con i "nemici", quelli con le popolazioni amiche, quelli tra ufficiali e soldati semplici.
E così emerge come lo strazio e lo spavento della guerra accomunino i combattenti, oltre le rispettive bandiere. Non mancano gli episodi violenti, ma molto più spesso i militari italiani raccontano del rispetto e comunque della comprensione manifestata da chi, fino a pochi giorni prima, era nella trincea di fronte a sparare contro.
A insultare, a schernire, sono semmai «quelli dei bar», che la guerra in realtà ignorano. Dalla fruttivendola di Gorizia che, fiutato il cambio del vento, allontana «voi italiani», al territoriale trentino che insulta al passaggio dei prigionieri.
Significativo anche questo, perché quando i militari italiani attraversano, diretti ai campi di prigionia, le strade del Cadore, già devastate dalla ritirata e dall'avanzata austro-tedesca, ottengono solo commiserazione, conforto e aiuti concreti.
Così come, in questo peregrinare, gli ufficiali italiani vengono spesso intrattenuti amabilmente dai loro colleghi austroungarici o tedeschi, mentre i soldati continuano a camminare. Uno spirito di classe e di appartenenza che, evidentemente, superava ogni diffidenza.
Ma Pavan va oltre, analizzando anche il trattamento ricevuto nei campi. L'Austria e la Germania morivano di fame, e non avevano certo cibo per chi le aveva combattute. Così, mentre francesi e inglesi venivano nutriti con i viveri inviati dalla madre patria attraverso la Croce rossa, così non avveniva per gli italiani. Meglio soffrissero e morissero di fame, si spiega, affinché non si pensasse che arrendersi conveniva. Questo l'atteggiamento dei vertici militari, indicatore di un rapporto e un rispetto per la truppa che durerà almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, se non oltre.
Così, in un solo anno di prigionia gli italiani morti furono il quintuplo di quelli delle nazioni alleate. Una storia che, nell'orgia retorica scatenata sull'ultima delle guerre risorgimentali italiane, è stata appositamente sepolta.
Ma che ora, nel libro di Pavan, emerge in tutta la sua crudezza.
Ugo Pollesel
Il Gazzettino, Edizione di Belluno, Martedì 24 luglio 2001
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