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martedì 21 ottobre 2014

Ivo Prandin, Il Gazzettino - Terza pagina, 14 aprile 1986 - Considerazioni sul Premio Nazionale dei Giovani "Costantino Pavan", prima edizione


Ivo Prandin, considerazioni sul premio Costantino Pavan, prima edizione 1986
Il profondo significato del premio “Costantino Pavan” sulle culture locali
Nel nome di un ragazzo
Il Gazzettino, Terza pagina, Lunedì 14 aprile 1986

«Barba, barba seveo storie?». Questa semplice domanda che affiora dalla narrativa orale della nostra tradizione, può diventare il punto di partenza — simbolico, magari — di ogni ricerca delle cosiddette “radici” che poi sono il legame, il collegamento fra noi e i nostri avi, fra il presente instabile e il grande serbatoio del passato.
La domanda è stata tenuta presente dal Premio nazionale dei giovani Costantino Pavan, assegnato sabato a San Donà di Piave, una manifestazione nuova e di singolare natura: è un modo di interrogare il passato, di intervistare la storia “piccola”, perché scruta nelle culture locali che sono l’humus dove quelle famose “radici” bene o male sono immerse.
I giovani, in questo premio, sono coinvolti doppiamente: come possibili autori e come giudici: trenta studenti di San Donà di Piave hanno già cominciato a fare le proprie scelte. Su tre opere selezionate (ne erano pervenute settantadue da tutt’Italia, dalla Calabria alla Slavia veneta, dal Piemonte all’Emilia Romagna) hanno preferitoDio el Sil, un libro inedito che racconta i giorni e le stagioni lontane e vicini a Sant’Angelo e Canizzano (Treviso) incluso il lavoro nei vecchi mulini di Mure.
L’autore, Camillo Pavan, un ex insegnante ora tutto impegnato nella vita a contatto di terra e di acqua, è legatissimo all’ambiente dov’è nato e dove sembra ora inseguire le tracce di umanità dei suoi genitori e della loro generazione, fantasmi culturali viene da dire (e vale per tanti di noi, forse per tutti). 
Gli studenti di San Donà, che vivono il fiume, e ne erediteranno il valore, — che per loro sarà impegno anche civile — hanno probabilmente sentito nelle storie di vita dell’ex insegnante fattosi cronista di sentimenti e di speranze una affinità, un collegamento; il fiume lega e scioglie, nutre e rallegra, è una realtà con cui devi misurarti… In ogni caso, hanno premiato — cioè scelto anzitutto per sé — un modo di vivere, di resistere, di essere uomini.
Anzi, per dirla con Ulderico Bernardi, che ha presieduto la commissione “tecnica” del premio, hanno scoperto nelle pagine di Drio el Sil quella perenne «straordinaria capacità di resistere e di inventare ogni giorno la vita» sulle rive del fiume.
Gli altri finalisti erano Piercarlo Jorio con il libro Il magico, il divino, il favoloso nella religiosità alpina (edito da Priuli & Verluca), che può considerarsi come un viaggio verso i confini della realtà quotidiana verso la “sfera metafisica” ed è punteggiato di notizie e situazioni curiose; e poi l’opera collettiva Bolzano Vicentinoa cura di Claudio Povolo: notevole il fatto che sia stato il Comune vicentino a farsene editore facendone pervenire sessanta copie ai concittadini emigrati.
C’era anche una studentessa fra i partecipanti, Morena Pegorer che ha intitolato il suo lavoro La parola e l’animo (inedito): è stata segnalata insieme al libro Sloveni ed emigrazione di Ferruccio Clavora e Riccardo Ruttar, un documento sulle valli del Natisone.
Questo premio, a cui c’è da augurare lunga vita, è un caso a sé stante nell’affollato panorama culturale italiano: esso è nato in una famiglia da cui un figlio, quel Costantino a cui è intitolato, è stato rubato da un morbo invincibile.
Lo hanno voluto, questo premio, Gianni e Mariarosa Pavan, lo hanno impastato del loro dolore ma anche della loro speranza. Ed è un dono a tutti i giovani e a tutti noi.

Ivo Prandin

Antonia Enzo - la Nuova Venezia - Cronaca prima edizione del premio "Costantino Pavan" sulle culture locali - San Donà di Piave, 1986

“Drio el Sil” vince il premio Pavan 
riservato a opere sulle culture locali
la Nuova Venezia, Domenica 13 aprile 1986

San Donà di Piave — Alla presenza di numerose autorità, uomini di cultura e di un folto gruppo di giovani, una giuria formata da 30 studenti delle scuole medie superiori di San Donà ha assegnato ieri al teatro Astra il primo premio nazionale dei giovani “Costantino Pavan”, riservato a opere e iniziative sulle culture locali. Tra le opere finaliste votate, selezionate dal comitato promotore fra le 72 arrivate alla segreteria del premio, è risultato vincitore “Drio el Sil”, storia, vita e lavoro in riva al fiume a Sant’Angelo di Canizzano, con 21 voti, cui è andato in premio 5 milioni di lire. «Esemplare ricerca sull’ambiente … al centro sta il fiume Sile con le sue anse tranquille e sinuose, con il suo mondo di personaggi legati alla stagione dell’acqua, delle canne palustri e delle erbe sommerse». Al secondo e terzo posto ex-equo “Bolzano Vicentino. Dimensione sociale e vita economica in un villaggio della pianura vicentina (secolo XIV-XIX” di Claudio Povolo e “Il magico, il divino, il favoloso nella religiosità alpina” di Piercarlo Jorio, cui sono andati due dipinti degli artisti sandonatesi Roberto joos e Adriano Pavan. Le due segnalazioni speciali del comitato promotore sono state assegnate a Morena Pegorer per “La parola e l’animo. Analisi della tradizione orale nella civiltà contadina del Basso Piave” e Ferruccio Clavora per “Sloveni ed emigrazione. Il caso delle valli del Natisone».

A.E. [Antonia Enzo]

Gianfranco Bedin, Il Gazzettino - Cronaca della prima edizione del premio "Costantino Pavan" sulle culture locali, San Donà di Piave, 1986

Trionfa un trevigiano autore
di una storia di vita e lavoro
“Drio el Sil” è primo al Costantino Pavan
Il Gazzettino, Ediz. di Venezia, Domenica 13 aprile 1986

“Drio el Sil, storia, vita e lavoro in riva al fiume a Sant’Angelo e Canizzano”, opera inedita del trevigiano Camillo Pavan ha vinto la prima edizione del premio nazionale dei giovani “Costantino Pavan”, istituito da Gianni e Maria Rosa Pavan, nel ricordo della repentina scomparsa del figlio diciassettenne, il cui epilogo ha avuto luogo ieri mattina al teatro Astra di San Donà.
Dopo la scelta delle tre opere di saggistica, sulle 72 pervenute da tutta Italia, da parte del comitato promotore presieduto dal prof. Ulderico Bernardi, il verdetto è stato emesso dalla giuria, composta da trenta studenti delle scuole medie superiori di San Donà.
Per l’opera di Camillo Pavan si è trattato di un autentico plebiscito: 21 voti. Seconde, ex-aequo, sono state classificate le opere di Claudio Povolo, “Bolzano Vicentino, dimensioni del sociale e vita economica in un villaggio della pianura vicentina” (5 voti) e di Piercarlo Jorio “Il magico, il divino, il favoloso nella religiosità alpina” (4 voti). 
Al vincitore è stato consegnato un premio in denaro di cinque milioni, alle altre due classificate opere dei pittori Roberto Joos e Adriano Pavan. Alla manifestazione conclusiva del premio, che vuole incentivare in campo nazionale le opere e le iniziative sulle culture locali, erano presenti, tra gli altri, il sindaco Cei, il presidente della Provincia, Minchio, con l’assessore alla cultura, Gressani-Sanna, gli onorevoli Falcier e Strumendo, il sen. Giugni, il presidente della Biblioteca civica ing. Portale, numerose personalità del mondo politico, economico, culturale regionale, autorità civili e militari, studenti e i genitori di Costantino Pavan, che hanno istituito questa originale iniziativa dedicata ai giovani, affinché scoprano le loro radici.  
«Questa vena di memorie — ha detto il prof. Bernardi — è ancora viva tra anziani e giovani per la continuità della vita». Emozionatissimo, Camillo Pavan ha detto che «se ci si guarda intorno, c’è una ricchezza che è stata dimenticata e non è giusto che vada dispersa».
Per il particolare valore delle opere, il comitato promotore ha segnalato i lavori di Morena Pegorer, del liceo classico di San Donà, di Ferruccio Clavora e di Riccardo Ruttar.
Nella sua opera, Camillo Pavan racconta come si viveva realmente “Drio el Sil”, chi erano e cosa facevano le famiglie, le persone, quali erano i mestieri, dal 1600 fino a trent’anni fa, quando l’economia della zona era ancora agricola e la vita patriarcale: un’indagine scrupolosa nei due borghi trevigiani. Un piccolo mondo antico, dove l’autore ha cercato di trovare le sue radici.

Gianfranco Bedin

Giuseppe Toffolo - rilettura di Drio el Sil, opera vincitrice del 1° Premio sulle culture locali - San Donà di Piave, 1986

Leggiamo oggi i libri che ieri hanno vinto
1986 - Premio Nazionale
dei Giovani
"Costantino Pavan" 
Drio el Silstoria, vita e lavoro in riva al fiume a S, Angelo e Canizzano,di Camillo Pavan
Esemplare ricerca sull’ambiente, tutta condotta in funzione del vivere umano, dell’esistenza, senza intenzione accademica.
Al centro di essa sta il fiume Sile, con le sue anse tranquille e sinuose, con il suo mondo di personaggi legati alle stagioni dell’acqua, delle canne palustri e delle erbe sommerse.
 Le vicende e i sentimenti degli umili abitanti di S.Angelo e Canizzano diventano emblematici e assurgono al valore dei temi universali della vita e della morte, del tempo che scorre inesorabile come le ruote dei vecchi mulini di Mure.
La
motivazione
della
Giuria
Giuseppe Toffolo ha letto il libro per   "Sandonàdomani - on line"
Drio el Sil s’è meritato sicuramente il premio. Per una fortunata coincidenza, la prima edizione  ha potuto segnalare e distinguere un’opera che risponde in modo compiuto ai requisiti posti dal regolamento. La stessa cosa, probabilmente, non s’è verificata nelle edizioni successive.   L’opera si rivolge ai giovani, evocando per loro un universo ormai scomparso, e salvandone la memoria. Un universo nel quale anch'essi affondano le radici spirituali, le radici di sangue e di costume, ma che, dati i profondi cambiamenti avvenuti in pochi decenni nel nostro modo di vivere, è perfettamente sconosciuto ai più.
Il fiume Sile
Il fiume  Sile  nasce  da  polle risorgive, poco più in là di Quinto. Si pensa sia l’acqua del Piave - ma la cosa non è provata - che torna alla luce del sole dopo essere sprofondata nella roccia carsica, molto più a monte.
Non essendo il Sile un fiume alpino, il suo regime idrico non presenta turbolenze di sorta. La sua portata rimane praticamente costante. Non conosce né esondazioni né siccità. Il suo letto, non raspato dai detriti rocciosi – detriti che, invece, i fiumi alpini trascinano a valle in grande quantità - permette la crescita d’una rigogliosa vegetazione subacquea.
Le lunghe alghe d’un colore verde cupo ondeggiano sotto il pelo dell’acqua e gli conferiscono un fascino arcano. Sulle sue sponde, tanti anni fa, s’allargavano numerose paludi, per nulla malsane, che l’uomo aveva  saputo regolare e gestire a proprio vantaggio.
Il Sile scorre da Ovest verso Est fino a Treviso, dove s’accompagna col Botteniga-Cagnan, quindi volge decisamente a Sud, passa per Silea e giunge, dopo numerose anse, ad Jesolo. Qui occupa l’antico alveo del Piave e sfocia nell'Adriatico. 
Il fiume imprime il suo carattere sugli abitanti che vivono lungo le sue sponde. In altri tempi, sarebbe stato adorato come un dio benigno.
Struttura del libro
Prima parte: Libera nos a peste, fame et bello ...
Il libro si divide in tre parti. Nella prima, l’Autore ripercorre la storia dei luoghi e dei loro abitanti, ricostruendo la struttura sociale ed economica della comunità. Egli si serve soprattutto dei vecchi documenti parrocchiali di S.Angelo e di Canizzano, degli atti preparatori del Catasto austriaco e del Comune di Treviso. La sintesi dei dati è fatta dall'Autore con diligenza scientifica, ma senza annoiare. 
Le famiglie risultano composte, su una popolazione di circa trecentocinquanta abitanti, mediamente, da otto persone. Relativamente poche, se si hanno a mente le famiglie contadine che molti di noi hanno fatto in tempo a conoscere. Era tuttavia una media molto elevata, per quel tempo,  a  confronto   delle   medie   note,  grazie  a  studi omologhi, relativi ad altre realtà venete.
Il Sile costituiva una notevole risorsa economica ed alimentare, soprattutto grazie alla pesca. 
Il fatto può forse spiegare la media elevata di persone nella famiglia tipo. Questa poteva contare, per il proprio sostentamento, non solo sul lavoro della terra, ma anche su quell’ulteriore risorsa – e sul palù. Pare anzi che, per più d’un nucleo familiare, la pesca fosse l’attività principale, se non l’esclusiva.

In  questa  prima  parte  del  libro,  Camillo  Pavan  ci  dà  inoltre un quadro della natalità, della mortalità e della composizione sociale della comunità. Descrive inoltre una pia istituzione, la “Scola”, e le devastazioni portate dalla terribile peste del 1630.
Seconda parte
Il villaggio dei Molini
Nella seconda parte, Camillo Pavan riporta in vita la vecchia Canizzano, il “villaggio dei molini” – molini ad acqua, che dopo aver conosciuto momenti di grande attività, oggi sono ridotti ad un solo ed unico molino in produzione.
Egli evoca anche alcune figure di mugnai, come Carlo Torresan e Guido e Ruggero Granello – questi due non erano parenti, nonostante l’omonimia - i migliori nella loro arte, e ne racconta la vita.
Sono storie umili, ma intimamente intrecciate con la “grande” storia – il regime fascista, la guerra, la prigionia, la ricostruzione - e con quella del costume.
L’Autore propone il ricupero di una delle vecchie strutture per insediarvi un museo del molino e dà, in prospettiva, il proprio contributo scientifico, redigendo una specie di enciclopedia in cui descrive gli impianti, i materiali, le parti componenti delle grandi macine e gli strumenti, le tecniche  ed il lessico dell’arte molitoria.
Pre (biter) Marco Sabbadini
Camillo Pavan ha il dono di saper vivacizzare il racconto, facendo risaltare, contestualmente all'analisi dei dati, particolari aspetti umani, che riguardano sia l’antica collettività, sia i singoli individui.
Risalta, indirettamente, la figura del pre(biter, cioè prete) Marco Sabbadini, parroco di S.Angelo tra il 1599 ed il 1643, che fino al 1642, in base alle direttive emanate dal Concilio Tridentino, annota le date di nascita e di battesimo dei suoi parrocchiani - in un secondo tempo comincerà a registrare anche i matrimoni ed i decessi. 
Le sue annotazioni rispecchiano il nuovo atteggiamento  rigorista della Chiesa in materia di costumi sessuali e di matrimonio. Fino all’ultimo scorcio del secolo XVI, la nascita di illegittimi non destava particolare scandalo. Poi furono considerati figli del peccato, soprattutto del peccato delle donne. 
Annota pre Marco: “A di 7 agosto 1616. Domenicha figlia di Donna Menega da S.Salvadore veniva in questa villa per partorire questa figlia di padre incerto. Fu battezzata da me pre Marco Sabbadini… Nacque a di ditto…” 
A differenza di quanto accadeva in precedenza, il padre restava innominato - “incerto” - perché si doveva far risaltare il peccato della sciagurata madre. Ed i signori maschietti certamente ne approfittavano.
A morte
Quanto ai decessi, in quel tempo la morte improvvisa e subitanea era molto temuta, e considerata una assai brutta fine, perché non dava il tempo di confessarsi. 
Il successore di Pre Marco sente il dovere, registrando uno di questi casi, di garantire per un parrocchiano: “1650 adì 20 zugno. Piero Baruolo morì all’improvviso ma si era confessato [da pochi giorni]…et erano pochi giorni passati et era huomo di buona vita.”
La morte dei “poareti” era miserevole, come miserevole era stata la loro vita. Annota pre Marco “A di 9 zenaro 1620. Bernardin poveretto, di anni 16 in circha da Morgan, morse sulla teza delli Garbini in questa villa et il suo cadauero fu sepelito in questo cimiterio di S.to Angelo presente il populo.”
Povero Bernardin, morto di stenti e di freddo nella “teza”, cioè nel fienile, solo come un cane
I nomi
Come si chiamavano quei nostri lontani antenati? Camillo Pavan è curioso anche di questo (chi scrive ha avuto un sussulto, leggendo in un elenco di mugnai il nome Gottardo Toffolo, un probabile antenato). 
Fra i maschi il nome più diffuso era Mathio (Matteo), seguito a ruota da Menego (Domenico). Abbastanza diffusi erano Zuane, Zanetto, Zamaria, Zambattista, Hieronimo, Santo, Bortolo, Battista, Anzolo, Biasio. 
Assai poco frequenti, invece – stranamente, se si pensa alla diffusione che avrebbero avuto qualche generazione dopo, e fino a poco tempo fa – erano Isepo (Giuseppe), Jacomo, Piero, Toni. 
Poco diffusi erano anche i nomi di Marco e Paolo (registrato, quest’ultimo, solo una volta, nella forma di Paulino). Il nome più esotico è invece, secondo noi, quello di Olivo, che ricorre una sola volta in trent'anni di annotazioni.
Fra le donne, il primato spettava a Menega, Cattarina (anche Catherina), Lucia, Anzola, Ruosa (Rosa). I nomi meno frequenti erano invece quelli di Cicilia, Gratia, Pierina, Valentina. I più originali, Armellina, Andriana, Vendramina.
Terza parte
Vita e lavoro lungo il Sile
 La terza parte del libro è dedicata alla vita ed al lavoro lungo il Sile.  Camillo Pavan parte dal “palù” - la palude - di cui descrive l’ambiente, le risorse, la vegetazione e la fauna.
Poi, per mezzo di interviste ai personaggi più rappresentativi di alcuni mestieri legati alla tradizione, ricostruisce, coi loro ricordi, la realtà viva di un mondo che va scomparendo.
Ed allora, con Gusto Beteti, detto el Sciopetin, scopriamo la grande importanza dell’attività venatoria nell’economia familiare di qualche generazione fa, ma anche i guasti prodotti oggi nell’ambiente dall’uso dei pesticidi in agricoltura e dagli scarichi industriali.
Con Gino Condota e Giulio Capeasso entriamo invece nell’universo della pesca nel Sile. Era l’universo della tipica barca spuntata a fondo piatto - le fabbricavamo in orto, su due cavalletti, ed usavamo più catrame che legno – nel quale la preda più ambita era la “bisata”, cioè l’anguilla.
Cicci Bonaventura ci guida quindi in quello beato dei divertimenti dei ragazzini del borgo, mentre Pina Pinarea – vale a dire sposata Pinarello - rievoca le fatiche della “issia”, cioè del bucato con la liscivia, come si faceva ai tempi andati.
Sandonàdomani (G.Toffolo, per)
Conosciamo Camillo Pavan solo di fama, e tutte le notizie che abbiamo di lui sono più che buone. È uno che ama scrivere, uno caparbio, uno che ama la sua terra e la sostanza delle cose, proprio come la gente di S.Angelo e Canizzano. Alla quale, con “Drio el Sil”, egli ha elevato un piccolo, duraturo monumento. Spesso si trova contro l’ottusità della burocrazia, ma tant’è.
Il professor Ulderico Bernardi  considera il suo libro come un elemento essenziale per delineare lo “scenario complessivo delle culture rurali” venete.
Ma è importante anche il paesaggio umano, che l’Autore torna a far palpitare di nuova vita, scotendo amorevolmente le scritture parrocchiali secentesche del buon pre Marco Sabbadini. Un paesaggio umano fatto di storie personali, emblematiche per le difficoltà e per le fatiche, che meritano di essere ricordate e tramandate nel ricordo delle nuove generazioni. Sono le storie di lavoro, di vita e di morte, dei nostri antenati. 
Come s’è detto, chi scrive, ha forse riconosciuto un proprio avo in uno degli elenchi riportati alla luce da Camillo Pavan. È stata una forte emozione, soprattutto per uno che non ha mai avuto la benché minima tentazione di far svolgere ricerche araldiche sulla propria famiglia, come invece pare sia molto di moda oggi, fra gli inquilini delle villette a schiera.
Prezioso è anche il contributo che Camillo Pavan dà in materia di tecniche, di procedure, di strumenti e di materiali propri delle attività gravitanti attorno al Sile, dalla molitura, alla pesca, alla caccia, allo sfruttamento del “palù”.
Non è assente la poesia, come quando egli evoca il piacere che Menego Caivo provava contemplando una nuova alba sul Sile.

Nell'opera sono anche dei nei. Tra le imprecisioni che dovrebbero essere emendate nelle prossime edizioni, proprio per non far torto a questo bel libro, c’è l’etimologia non propriamente esatta del dialettale “conpare” - colui che è “con il padre”. 
C’è inoltre da chiarire un passaggio oscuro, nel quale sembra che fra le cause di morte infantile sia anche il battesimo (?). 
Un’ultima osservazione, concernente le scelte riguardanti il dialetto. Le risposte in dialetto degli intervistati sono difficili da leggere, anche per chi il dialetto lo conosce. Il testo risulterebbe molto alleggerito, a nostro sommesso avviso,  se tali risposte fossero date direttamente in italiano, con le sole parole chiave in trevisano. 
Crediamo infine che non abbia giustificazione alcuna scrivere il dialetto “come si parla”. 
Per esempio, ci pare molto brutto scrivere “paeù” invece di “palù” – da palus, latino, palude – come corregge anche il professor Bernardi, con molto più tatto e signorilità di chi scrive. Quella lì non è una e, ma una elle che si pronuncia (quasi) e, e come elle va mantenuta, scrivendo. 
Non possiamo confondere le idee a coloro che studieranno queste cose in futuro, sviandoli con una scrittura trasandata – erroneamente considerata come fedeltà al “parlato”, come fiero attaccamento alla pronuncia autentica e popolare. Cosa, questa, che rimane tutta da dimostrare, ed è anzi assolutamente falsa, per un orecchio attento - dalla corretta etimologia.
Come l’inglese, come il francese, come l’italiano – proprio come l’italiano, ragazzi! – anche il dialetto, qualche volta si scrive in un modo e si pronuncia in un altro.  
Stesso discorso vale per il brutto “s’ciopetin” invece di “sciopetin”. In veneto il suono italiano sc di scena non esiste, quindi, quando si trova un digramma sc in uno scritto dialettale, lo si pronunci, senza timori e tremori, esse più ci di ciocco. Come “sciopo”, come “scioco”!
Camillo Pavan ci perdoni queste osservazioni, dietro le quali non è alcuna ostilità, ma il condiviso amore per il dialetto, che ha una sua dignità, anche letteraria, e quindi non solo non va scritto “come si parla” – che poi non è vero - ma nemmeno con sistemi e segni ostrogotici come quelli mutuati dall'alfabeto fonetico internazionale.
Ne renderebbero, in definitiva, più difficile l’approccio. Respingerebbero il lettore, recando un pessimo servizio all'idioma natio.
Per il resto, un gran bel libro, il suo, senza dubbio. Soprattutto piacevole da leggere. Che, quindi va letto subito, o giovani!



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NdC (21 ottobre 2014) - Non sono riuscito a recuperare le date dei testi di Toffolo e Pettoello, pubblicati nell'archivio di Sandonàdomani online. Sito web non più disponibile.