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sabato 25 aprile 2015

29 aprile 1945, morte di nove partigiani (Strada Noalese presso Quinto di Treviso) - Libro di Camillo Pavan


29 aprile 1945. Strada Noalese presso Quinto. Morte di nove partigiani

Camillo Pavan, 29 aprile 1945, 
Strada Noalese presso Quinto, 
Morte di nove partigiani,
Edizioni Istresco, 2015 

* * *
Copertina: Pier Giorgio Nave
Impaginazione: Omar Salani Favaro




Pagine 170, formato 15 x 23
Euro 14,00
Edizioni Istresco, 2015





Prefazione di Livio Vanzetto

Presentazione pubblica di Livio Vanzetto









                                                                                                                                              


Presentazione a Treviso


Lisa Tempesta (condirettore dell'Istresco) introduce la serata.
15 maggio 2015, Sala Verde di Palazzo Rinaldi

Livio Vanzetto durante la presentazione a Treviso
del libro sui partigiani di Giustizia e Libertà
uccisi a Quinto di Treviso il 29 aprile 1945. 

(Foto di Laura Martinello)



                                                                                               



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domenica 4 gennaio 2015

Sulle origini del radicchio rosso di Treviso e la "leggenda di Van Den Borre"

Camillo Pavan, 2013 - Sull'origine del radicchio rosso di Treviso. La leggenda di Van den Borre e la scoperta di Tiziano Tempesta - Con un ritratto di Alberto Albanese Jr. autore della poesia Un fià de la me tera





Copertina dell'opuscolo di Camillo Pavan
sull'origine e la storia del radicchio rosso di Treviso
La tecnica dell'imbianchimento-forzatura del radicchio rosso tardivo di Treviso, 
documentata dagli anni '60 dell'Ottocento, 
si è progressivamente affinata 
grazie 
allo spirito di osservazione e alla capacità di sperimentazione dei contadini locali, 
(con il contributo di valenti agronomi).

L'ipotesi che a "inventare" il radicchio nella 
sua forma più pregiata sia stato il belga Francesco Van den Borre, giunto a Treviso verso il 1860, 
è in realtà un'invenzione dello scrittore 
Giuseppe Maffioli. 
Per sostenere la sua tesi, Maffioli ha modificato un testo originale di Aldo, figlio di Francesco Van den Borre, dando origine a un falso storico tuttora acriticamente riproposto 
 - ahimè - anche da Wikipedia. (1)


ebook 1,04

* * *

 NOTA (1) -  Riporto, a titolo di cronaca, quanto scrive riguardo all'origine del radicchio l'enciclopedia online le cui affermazioni ormai fanno testo "a prescindere" data la facilità con cui sono accessibili e l'indubbia autorevolezza chein tanti anni di redazione collettivaWikipedia si è conquistata:

« Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

La coltivazione del Radicchio Rosso di Treviso è frutto di una tradizione che affonda nei secoli. […]. Ma il processo di produzione si sarebbe affinato solo nella seconda metà del XIX secolo. Sarebbe stato il vivaista Francesco Van Den Borre, giunto dal Belgio nel 1870 per realizzare un giardino patrizio, a portare nella zona del Trevigiano la tecnica di imbiachimento [sic] già in uso per le cicorie belga [sic]...»



                                                                                                                          

sulla storia del radicchio 

                                                                                                                          





                                                                                                                          

Vai al libro 
con la
storia documentata 
del radicchio rosso di Treviso
(fonti d'archivio e fonti orali)



giovedì 19 settembre 2013

GiraSile, GreenWay Parco del Sile - Riaprire la passerella sul fiume Sile di via Nogarè, fra Quinto di Treviso e Canizzano (mulino Granello "Benetin")


Alla fine degli anni '60 c'era sempre meno lavoro per i mulini a gestione familiare e una dopo l'altra le grandi ruote idrauliche, che per secoli avevano garantito la macina dei cereali nel Sile, iniziarono a girare a vuoto.
Nel 1979 fu la volta dell'ultimo erede dell'antica dinastia dei mugnai Granello “Benetin” a chiudere il suo mulino situato in uno dei punti più suggestivi del fiume.
Assieme ai mulini, anche i ponticelli in legno che da sempre ne permettevano l'accesso furono per anni abbandonati al loro destino.
Per restare al tratto fra Treviso e Quinto, la passerella più vicina alla città, quella di Mure alle spalle dell'aeroporto militare, venne sostituita - dopo lunghe battaglie dei residenti - da un solido (ma orribile) ponte in cemento-asfalto.
La più lontana, cioè quella di via Nogarè, da una parte fu integralmente restaurata (tratto che attraversa il fiume con accesso da Quinto), dall'altra (lato Canizzano, comune di Treviso) fu invece sottoposta a un graduale processo di privatizzazione che, proprio oggi che si parla tanto di percorsi ciclo-pedonali, ne rende impossibile l'utilizzo.
A me pare l'ennesimo e arrogante esempio di appropriazione privata di un bene pubblico.
Che poi il tutto sia avvenuto nel pieno rispetto della legge, non per questo cambio il mio giudizio di valore.

La passerella sul Sile di via Nogarè 
(al confine fra Quinto e Treviso) nel 1984,
prima del Parco, quando era vecchia ma praticabile. 
(Foto di Nino Botter)

La passerella nel 2013. In buono stato, ma non praticabile 
perché il pubblico accesso è proibito in entrambe le sponde del fiume.

NB - Fra l'altro nella realizzazione in via Nogarè del "Borgo ai Mulini" di Canizzano ricavato  dall'ex mulino Granello e adiacenze si è finto che non esistesse un altro problema: l'ingombrante vicinanza con l'aeroporto Canova e il continuo passaggio di aerei a brevissima distanza. 
Così il danno è stato duplice: pubblico perché si è chiuso l'attraversamento del fiume e privato perché il valore degli immobili - pur costruiti con ottime soluzioni architettoniche - non può che risentirne. 
Ritengo che se la passerella di via Nogarè fosse riaperta al pubblico e inserita a tutti gli effetti nei percorsi ciclo-pedonali previsti dal Parco del Sile molte più persone potrebbero rendersi conto di come siano sacrosante le lotte del  Comitato per la riduzione dell'impatto ambientale dell'aeroporto di Treviso.
Video

Il 13 gennaio 2017 è intervenuta sulla questione la tribuna di Treviso, con un articolo di Alessandro Bozzi Valenti che sottolinea l'indignazione di un ottantenne abitante del luogo - Pietro Scattolin - che, malgrado reiterate richieste alle "autorità", finora non è riuscito ad ottenere altro che promesse. La passerella continua infatti a rimanere chiusa.
(Mio commento) - Una soluzione, per sbloccare l'impasse, potrebbe essere la riapertura della passerella solo di giorno e la sua chiusura notturna. Un semplice timer risolverebbe il tutto. Se ci fosse la volontà. 
Soluzione analoga, peraltro, è stata già attuata per il vicoletto nel retro dell'abside del duomo di Treviso, vicolo Duomo, che congiunge il Calmaggiore con via Canoniche.

L'articolo di Alessandro Bozzi Valenti sulla antica e pubblica passerella
dei mulini sul Sile di via Nogarè fra Quinto di Treviso e Canizzano, ora privatizzata.

Nuovo articolo sulla Tribuna di Alessandro Bozzi Valenti, domenica 3 dicembre 2017.
Chissà che a forza di battere e ribattere qualcosa si muova.
I miei complimenti al giovane cronista per la sua appassionata testardaggine.

Alessandro Bozzi Valenti continua su  La Tribuna di Treviso la sua
campagna per la riapertura al pubblico della secolare passerella sul Sile
di via Nogarè, fra Quinto e Canizzano. (Ex mulini Granello "Benetin").

Historia del radicchio rojo de Treviso. Sus orígenes

La edición italiana de Wikipedia, en su última actualización sobre el “RadicchioRosso de Treviso”, ( 31.03.2013) menciona el hallazgo de Tiziano Tempesta que, en el cuadro Bodas de Canaan (1579 -82) de Leandro Dal Ponte llamado Bassano, ve en el 2007 un manojo de radicchio rojo demostrando así “como el radicchio era cultivado ya desde la mitad del siglo XVI”. Continúa afirmando que “el proceso de producción se habría afinado sólo en la segunda mitad del siglo XIX. Habría sido el viverista Francesco Van den Borre llegado de Bélgica en 1870 para realizar un jardín patricio, quien trajera a la zona de Treviso, la técnica del blanqueo ya usada para la achicoria belga.”
Si la cita de Tempesta es correcta, la atribución - si bien condicionada - a Van den Borre del mérito de haber hecho conocer a los campesinos  trevisanos las técnicas de blanqueo de la achicoria,  no es otra cosa que la repropuesta de una leyenda inventada por el gastrónomo escritor Giuseppe Maffioli, hoy valorada por otra autoridad en el campo de la enogastronomía, Giampiero Rorato quien se considera discípulo de Maffioli.
Uso, no por casualidad, el término leyenda (en el sentido de noticia  falsa) porque  hasta la aparición del primer número de la revista Vin Veneto que incluye un artículo de Maffioli  sosteniendo esta tesis,  ninguno había mencionado la hipótesis que Francesco Van den Borre fuera el inventor del radicchio rojo de Treviso. Menos aún su hijo, el viverista literato Aldo Van Den Borre, que en el 1935 se preguntaba «Cuál es el origen de este radicchio único en el mundo? Ningún historiador lo ha mencionado, ningún escritor de temas agrarios (…) ha hablado del tema, pero por cierto se lo cultiva desde hace siglos», y enfatizaba  que «si hubiera (también en Treviso) las instalaciones que se han construído en los alrededores de Bruselas y también en Parìs para la famosa Vitlof, la achicoria de Bruselas blanqueada, el radicchio de Treviso podría ser mucho mas útil a la horticultura trevisana y su exportación sería diez veces mayor… ».
¿Es creíble pensar que si su padre hubiera sido realmente el inventor del Radicchio, Aldo Van Den Borre, no lo habría recordado y no le habría dado una justa importancia? Obviamente no, no es creíble.
Sin embargo Maffioli sostiene que sí y para dar mayor crédito a su tesis modifica agregando un texto apócrifo un escrito de los años 20 del mismo Aldo Van Den Borre, La Coltivazione della Cicoria Rossa di Treviso incluyéndolo sea en el Vin Veneto que en el sucesivo La Cucina Trevigiana (1983).

El radicchio rojo de Treviso es presumiblemente una planta endémica cultivada desde hace tiempos inmemoriales con una técnica, fruto de la observación y experimentación de los campesinos locales.
Su presencia en la pintura del cinquecento, que tiene como tema una escena de vida popular, lo confirma.
Otro asunto es su apreciación como especialidad gastronómica y el consiguiente aumento de valor comercial iniciados en la segunda mitad del 800.
Esta valoración fue favorecida (tal como traté de demostrar con Raici hace 20 años) por el desarrollo de la ferrovía y por el impulso dado a los comercios por la abolición de los impuestos aduaneros, no posteriormente a la unificación nacional sino a la unión del Véneto con Italia en 1886.  A este respecto es muy significativa la obra del piamontés Francesco Cirio, el más grande de los exportadores italianos, que comercializó el radicchio en algunas ciudades importantes italianas y europeas. Fue particularmente fructífero el compromiso del agrónomo de origen Lombardo Giuseppe Benzi quien el 20 de diciembre de 1900 dió origen a la muestra histórica del radicchio en la Loggia del Palazzo dei Trecento en Treviso y que por décadas siguió su desarrollo en las columnas periodísticas de la Gazzeta del Contadino.

En este contexto se toma la obra de los Van Den Borre con su histórico “establecimiento hortícola” que se recordará no, por el descubrimiento de una técnica ya sabida, sino por la selección de las semillas, los escritos de divulgación de Aldo, su óptimo catálogo que hizo conocer esta “maravillosa variedad de radicchio (achicoria)… en cada ciudad de Italia y en el extranjero.”

Traducción: Virginia Ros


Achicoria roja - Radicchio rosso Treviso - Historia,
Traducción Virginia Ros




lunedì 15 aprile 2013

Un ricordo di Gino (Luigi) Tarantola, libraio di Treviso

Nei giorni scorsi, sfogliando internet, sono venuto a conoscenza della morte di Gino Tarantola, libraio, come orgogliosamente riportato nella necrologia.
La sua figura ha segnato un momento importante della mia vita. 
Nei primi anni Sessanta, appena uscito dal seminario, finite le medie, solo, sbandato, senza amici e men che meno amiche, la scoperta della Loggia di Tarantola, con il suo muro tappezzato da libri antichi e i suoi banconi ricolmi in parte di vecchie mappe e di libri di un certo valore e in parte di libri semplicemente usati rappresentò per me che venivo dai campi la scoperta della città. Sotto quella Loggia ho trascorso lunghe ore, affascinato da tutto quel ben di Dio. 

Gino Tarantola (con il berretto rosso) e i suoi libri
sotto la Loggia dei Cavalieri a Treviso. (Cartolina ca. 1970, ed. A. Zago)

Appoggiata la bici al muretto esterno, mi avvicinavo ai banchi intimorito, ma anche rassicurato, dalla burbera e paterna figura del sior Gino. Mi aggiravo fra le pile di libri leggendo pagine su pagine prima di decidermi a comprare quello che le mie tasche perennemente vuote mi permettevano. Erano gli anni dei grandi classici della Bur, libriccini 10x15 in brossura e carta da due soldi: volume singolo - nuovo - lire 50, doppio lire 100 (così li ricordo e può darsi che sbagli, perché ora non ne trovo neanche una copia che pure so di aver salvato: sommersi da altri. Forse saranno finiti in soffitta dove non oso avventurarmi).
Ma mi coinvolgevano pure i Gialli Mondadori che per la mia educazione sessuofobica erano avvolti da un'aura di proibito e peccaminoso.
Feci in tempo a comprare, sempre usati s'intende, anche i primi Oscar Mondadori: autori contemporanei, copertina a colori, ben altro aspetto.
Il bello di Tarantola era che, oltre a vendere i libri usati con il 50% di sconto sul prezzo di copertina, li ricomprava al 25%. 
Compravo, leggevo e rivendevo. La spesa era relativamente poca. Le divagazioni concesse al mio animo smarrito e sognante erano immense, come e meglio del cinema, altro luogo in cui rifugiavo spesso la mia solitudine, ma che aveva il difetto di essere molto più costoso e di consumarsi molto più in fretta. (Dimenticavo: in casa non c'era la televisione; per fortuna, posso ben dirlo).
Per aumentare il potere d'acquisto avevo escogitato un metodo ad hoc. Durante alcune escursioni in bici m'ero accorto che in un prato verso la fine della strada Ovest venivano scaricati con una certa frequenza rottami di vetro dai quali emergevano bottiglie di spumante vuote, ma ancora intatte. 
Con il carrettino da bicicletta di famiglia - usato per andare in piassa a vendere la verdura - mi recavo di tanto in tanto a raccogliere le bottiglie migliori e le portavo da Mario Rossi, quello dei vini, che le comprava per una cifra discreta.
Soldi che investivo da Tarantola.
Fu una stagione breve e intensa. Peccato che, malgrado (o forse a causa di) tante letture, l'esito scolastico fosse pessimo. Gli annali dell'istituto magistrale Duca degli Abruzzi mi annoverano senz'altro fra gli allievi peggiori.
Ma fu un approccio alla "cultura del libro" che segnò indelebilmente la mia attività da adulto, e di cui sono grato al vecchio Tarantola, con la sua capacità di resistere ai venti che soffiavano da ogni lato sotto l'aristocratica Loggia, con il suo berretto di feltro, con i suoi baffi da cospiratore. 

martedì 12 marzo 2013

Canottieri Sile, la vecchia pioppa (che non c'è più)

In questi giorni mi sono messo di buona lena a digitalizzare le mie foto d’antan. 
E che vedo? Che la quasi secolare pioppa in riva al Sile, vanto della Canottieri dal 1911, nel 2001 era morente, forse a causa di un'incauta potatura di tre anni prima. 
Da quell'anno, per vari motivi, non avevo più seguito le vicende del vecchio albero trevigiano.
Sono andato a controllare il suo stato di salute; in effetti la pioppa non c'è più.
Ci sono cose molto più importanti al mondo, ma un pochino me ne dispiace...


I pioppi (Populus nigra / pioppe, alla veneta) 
della Canottieri Sile di Treviso. (Foto 11.12.1988).
Quella in primo piano risaliva al 1911
e, novant'anni più tardi, è morta.



domenica 30 settembre 2012

Pagina iniziale - I paesi e la città in riva al Sile, C. Pavan 1991 - Libri sul fiume Sile




Camillo Pavan, I paesi e la città in riva al SileUn secolo di storia del fiume in 142 cartoline - (1991) - Hanno collaborato: Anselmo Lemesin e Francesco Turchetto - Pagine 128, formato 18x30, cartonato.

Come le foto della nostra infanzia, le vecchie immagini dei nostri paesi,
della nostra città, del nostro fiume, sanno suscitare ricordi ed emozioni



Indice  


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