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martedì 30 dicembre 2014

giovedì 21 marzo 2013

Marina Rossi, 2002 - Recensione "I prigionieri italiani dopo Caporetto"


Un libro di Camillo Pavan spiega il dopo Caporetto

Il viaggio dei prigionieri italiani nel nascente mondo dei lager

Marina Rossi, Il Piccolo -Trieste
19 giugno 2002
Camillo Pavan, singolare figura di editore ricco di interessi culturali, con una particolare predisposizione per la ricerca storica, già autore del corposo libro «Grande guerra e popolazione civile, volume 1 Caporetto », realizzato insieme a qualificati studiosi sloveni, ha voluto questa volta addentrarsi in un capitolo inedito riguardante il vasto e doloroso tema della prigionia dei militari italiani caduti in mano austriaca, nell'autunno del '17, dopo la rotta di Caporetto «Prigionieri italiani dopo Caporetto» (Pavan editore).
Avvalendosi di una ricca documentazione cartacea e visiva, proveniente da archivi pubblici e privati italiani, austriaci e sloveni, (tra cui il Kriegsarchiv di Vienna, il museo centrale del Risorgimento di Roma, la fototeca del museo di storia contemporanea di Lubiana, dei musei provinciali di Gorizia, della sezione fotocinematografica del comando supremo  e dell'archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano), l'autore si sofferma ad analizzare i destini dei vinti di Caporetto, dal momento della cattura, all'internamento nei campi allestiti in Friuli, durante le marce estenuanti o nei lunghi viaggi compiuti in treno verso i lager dell'Austria e della Germania. 
Udine, Codroipo, Cividale, Villasantina, la Val di Resia, i bacini dell'Isonzo e della Sava, i territori mistilingui abitati da italiani e sloveni, divenuti, un anno dopo, aree di confine tra il regno d'Italia e il nuovo stato Jugoslavo, segnarono le tappe di tragedie e sofferenze che confermano le tesi enunciate da Giovanna Procacci  nel suo volume dedicato ai prigionieri dell'esercito italiano, anche in territori così vicini a noi, soprattutto per quanto riguarda l'atteggiamento punitivo assunto dal comando supremo verso i militari italiani arresisi al nemico. 
Dal Pavan apprendiamo che il campo di concentramento di Cividale, già utilizzato dal regio esercito italiano per rinchiudere gli austriaci  diviene, agli inizi di novembre del 1917, luogo di tormenti per gli italiani, colpiti addirittura dall'aviazione del loro stesso esercito. «Un rumore assordante, vetri infranti, la baracca si scuote, il tempo appena di fuggire e una seconda bomba la manda in aria in un rovinio di legno e di schegge. Che strazio vedersi colpiti dai propri fratelli! E il fante pensava: "Che i fratelli vengano a punirci perché siamo prigionieri?"».
Nel Friuli rioccupato dagli austro-germanici i militari italiani laceri e affamati devono far i conti con l'ostilità della popolazione civile, poco prodiga di aiuti, sia perché a sua volta logorata e ridotta a una vita di stenti a causa della guerra, sia perché più propensa a sostenere le ragioni dell'Austria o comunque non necessariamente disposta a appoggiare la causa italiana.
Alla fine del lungo viaggo, per quei trecentomila prigionieri si sarebbero spalancate le porte dei campi di concentramento degli imperi centrali.
Le foto inedite di corpi ischeletriti dalla fame, confermano nella particolare prospettiva della ricerca del Pavan, un altro dato interpretativo ormai recepito da molti storici, che individua proprio nei campi di prigionia della grande guerra, la   prima guerra di massa nella storia dell'umanità,  l'avvio di quel sistema concentrazionario, applicato poi su vasta scala dal nazismo.
Marina Rossi
Il Piccolo, Trieste - Mercoledì 19 giugno 2002


Prof.ssa Marina Rossi, 2002


sabato 1 settembre 2012

Pietro Pavan, Treviso (1909 - 1981) - contadino



Le semine autunnali erano finite. La campagna era in ordine e si preparava ad affrontare l'inverno. Nelle siepi gli alberi erano spogli.
Era ormai tempo di cavar raici.
Mio padre, dopo la sosta del pranzo, raccolse la giacca, il cappello, la pipa e con la vanga in spalla si diresse verso il campo dei radicchi, che si trovava laggiù, oltre quello di grano.
Non ci arrivò mai.
All'inizio del campo di frumento appena germogliato, che colorava il terreno di un verde leggero, lo attendeva il suo ultimo appuntamento.
Questo libro è dedicato a lui.

CAPORETTO, il giudizio di un lettore: Mauro Fiorentin


 
Per motivi che non mi sono mai stati del tutto chiari ho provato fin da piccolo un'attrazione irresistibile per la storia della Prima Guerra Mondiale; saranno forse stati i racconti di mio nonno, artigliere sul Carso e sul Pasubio, o le pagine lette e rilette di "Tappe della disfatta" o chissà cosa, questa, come tutte le passioni, ha una componente irrazionale che non è possibile spiegare.
Ho letto e camminato molto sui sentieri della Grande Guerra, provando forti emozioni tanto alla scoperta di qualche trincea quanto alla lettura di libri belli e appassionanti ma le confesso che quando mia moglie mi ha regalato il suo libro le ho detto: "Ma non ne avevo già abbastanza di libri su Caporetto?". E così ho iniziato a leggerlo senza particolari entusiasmi e con un po' di timore per il numero non certo piccolo di pagine.
Ci sono libri che si leggono distrattamente, sperando finiscano presto per chiuderli e non riaprirli più e ce ne sono, fortunatamente, altri che leggi sperando che non terminino mai: il suo "Caporetto" è uno di questi ultimi, uno di quelli capaci di incuriosire ed appassionare dalla prima all'ultima pagina, (e non è un modo di dire!) un libro che la ringrazio di aver scritto (e che ringrazio mia moglie di avermi regalato).
Spero di non dover aspettare molto per poter leggere gli altri volumi previsti dal Piano dell'Opera.
Qualche anno fa, mentre salivo sulle pendici del monte Zebio nell'Altopiano d'Asiago, ho incontrato Mario Rigoni Stern; mi sono fermato ed ho chiesto, emozionatissimo, a Rigoni se potevo stringergli la mano e ringraziarlo per i suoi libri. E' stato un momento bellissimo che non dimenticherò mai.
Spero, un giorno, di poterla incontrare e, stringendole la mano, ringraziarla per l'emozione che le pagine del suo "Caporetto" mi hanno regalato.
Ancora grazie e buon lavoro!!
Zoppola (PN) 7 marzo '98 Fiorentin Mauro

Ringrazio inoltre per avermi scritto fra l'ottobre del 1997 e l'aprile del 2001 (prendendo spunto dal volume su Caporetto) le seguenti persone:
Ulderico Bernardi, Treviso; Alojz Melihen, Srpenica (SLO); Alessandro Casellato, Treviso; Luciano Tentonello, Cornuda (TV), Ferruccio Tassin, Visco (UD); Marija Jug, Gabrje (SLO); Giancarlo Pozzatello, Nervesa (TV); Ermanno Carraro, Paese (TV); Mario Rigoni Stern, Asiago (VI); Lucio Lenoci, Napoli; Piero Melograni, Roma; Milan Pirc, Bovec (SLO); Giuseppe Cazzagon, Abano Terme (PD); Gianni Pavan, S. Donà di Piave (VE); Rodolfo Bacchet, Portogruaro (VE); Luigina Garzotto, Belluno; Luca Villoresi, Roma; Mario Cimenti, Milano; Andrea Linari, Scandicci (FI); Sasa Vuga, Most na Soci (SLO); Marco Mencobello, Firenze; Amabile Ferraironi, Rapallo (GE); Stefano Della Mea, Chiusaforte (UD); Girolamo La Lampa, Valdagno (VI); Mario Petrachi, Taranto; Enrico Guerrazzi, S. Maria Hoè (LC); Guerrino Fattore, Belvedere di Tezze Valsugana (TN); Franco Martina, Loc. Piani, Val Raccolana (UD); Paolo Girardi, Celle Ligure (SV); René Jacques, Quincey (Francia); Gianluca Cencherle, Piovene Rocchette (VI); Gino Buccellati, Casalecchio di Reno (BO); Sandro Scaboro, Preganziol (TV); Marco Bagni, Guastalla (RE); Ivan Camozzi, Bergamo; Franco Gianola, Milano; Riccardo Zaccarelli, Mirandola (MO); Luigi Torresin, San Vito al Tagliamento (PN); Fabio Elli, Milano; Adriano Bonazza, Venezia; Davide Bedin, Valmarana - Altavilla Vicentina (VI); Francesca Melli, Milano; Paolo Donalisio, Savigliano (CN); Massimo Belardi, Montemurlo (Prato); Claudio Caregnato, Treviso; Nicola Persegati, Legnano (VR); Stefano Viale, Torino; Marco Burato, Montorio; Filippo Mastantuono, Rimini; Mario Ogliaro, Crescentino (VC); Jader Pojaghi, Macerata; Bernardino Lovisotto, Mareno di Piave (TV); Gino Argentin, Cordenons (PN); Ivano Tiveron, Cordenons (PN); Giuseppe Girotto, Venegazzù (TV).  

mercoledì 27 giugno 2012

Alle Porte del Sile - (C. Pavan 1989)



Portegrandi 
di Camillo Pavan

Fino al 1683 Portegrandi non esisteva. Esisteva invece un’osteria in località Bocca di Valle, che vediamo raffigurata in un disegno del Sopraintendente alla diversione del Sile Moscatelli. Cosa ci facesse un’osteria in quel luogo è facilmente immaginabile, dato che la zona era  posta a cavallo fra le terre alte e la palude, fra i campi seminati e la valle: in “bocca” di valle, appunto.
A quei tempi l’osteria era qualcosa in più che un semplice spaccio di vino: era un punto di riferimento e di rifornimento alimentare per i barcari del fiume, i contadini delle campagne e i rari abitanti delle valli.
Fu con il taglio del Sile che, attorno alle “porte nove”, si formò un primo sia pur esiguo nucleo abitato. All’osteria, che fu spostata a monte della conca, si aggiunse la casa dei portinari e degli addetti al dazio e alle “bollette”. Qualche anno più tardi venne eretta anche la chiesa, piccola, poco più che un oratorio, e intitolata alla Madonna del Carmine 1.
Il sorgere di questo modesto nucleo abitato non migliorò comunque la realtà del luogo che, anzi, venne compromessa dall’apertura del taglio e  dal conseguente impaludamento anche di terreni che prima erano fertili. Il catasto napoleonico è al riguardo estremamente preciso: fra Trepalade e Portegrandi, all’inizio dell’800, ci sono complessivamente diciannove costruzioni, comprese le due osterie, le due case della ricettoria di finanza e una del guardian delle porte. Il che vuol dire che per tutto il restante territorio di 12,61 Km2 rimanevano 14 case: circa una ogni Km2. Una desolazione fatta di valli palustri e di malaria; un posto da cui stare alla larga.
Verso gli anni ’30 del secolo XIX cominciarono, nella zona di Altino-Trepalade, i primi tentativi di bonifica 2, ma il territorio di Portegrandi sarà gradualmente recuperato alla fertilità solo a partire dall’inizio di questo secolo. Artefici i Veronese, originari da Montecchio Vicentino, che nel 1905 acquistarono le campagne dai mantovani Forti 3.
Mano a mano che i terreni venivano strappati alla palude, si iniziavano a costruire anche le case; poche, sparse, e abitate dalle tipiche e numerose famiglie mezzadrili. Fulcro del paese resterà comunque, anche con il progresso “morale e civile “ di tutta la zona, la conca di navigazione, con le sue porte, alle quali confluiva il traffico fluviale da (e per) Venezia.
E assieme con le porte il vero cuore pulsante del paese continuava ad essere l’osteria. La chiesa invece aveva poca importanza; vi veniva alla domenica un prete a dir messa, ma non era parrocchia.
All’osteria facevano capo le due anime del luogo: quella antica dei barcari, naviganti senza radici e quella recente dei mezzadri. Non era una coesistenza alla pari. Per quanto sfruttati, per quanto conducessero una vita dura e in balìa degli elementi e di esosi impresari, i barcari scesi dal burcio ed entrati in osteria erano pur sempre dei signori. Debiti raramente ne lasciavano e el franco per il litro di vino non mancava mai. Non era così per braccianti e mezzadri che all’osteria ci andavano soprattutto per stare in compagnia e, più che bere, si limitavano a guardare i barcari che bevevano e facevano baldoria, visto che loro non sempre riuscivano a pagare il conto della spesa.
Dell’osteria di Portegrandi in questo secolo ci parla Dante Marchetto (classe 1910) che vi ha passato una lunga stagione della sua vita, a partire dagli otto anni di età, e che ben a diritto può dire di essere stato testimone e protagonista ad un tempo della storia recente di questa strategica località alle porte del Sile. Marchetto ricorda il periodo fra le due guerre, quando per la conca passavano una media di trenta-quaranta e a volte cinquanta burci al giorno. Era quella anche l’epoca della “battaglia del grano”, quando raggiunse il suo apice un’economia agricola basata prevalentemente sulla mezzadria e sull’impiego del gran numero di unità lavorative che caratterizzavano le famiglie patriarcali.
Ma Dante ha vissuto anche l’inarrestabile e rapido declino del paese, iniziato quasi all’unisono con l’espulsione dalle campagne dei mezzadri e, dal fiume, dei barcari. Un’epoca tramontava per sempre, in quei “favolosi” anni Sessanta e Dante Marchetto — oste, casoìn e animatore della vita di Portegrandi — che quell’epoca l’ha vissuta nell’osservatorio privilegiato della sua osteria, ci aiuta a capirla.

L’osteria da Marchéto

Era il 1918, la guerra era appena terminata e paron Veronese volle premiare la fedeltà di chi lo aveva servito in quegli anni difficili, quando pochi erano rimasti nelle case di Portegrandi.
Un giorno chiamò nell’ufficio (el mesà) Giuseppe Momi Marchetto, il padre di Dante. «Senti Momi, gli disse, varda che mi me ricordo che ti te sì stà qua e te me ga tendùo a agensìa. Ghe sarìa libera a ostaria dee Porte o, se te vol, de ndàr far el sorvegliante so a filanda de Casal; varda  ti» ( … guarda che mi ricordo che sei rimasto qui a vigilare l’agenzia. Ci sarebbe libera l’osteria delle Porte o, se vuoi, ci sarebbe da fare il sorvegliante alla filanda di Casale). Momi non ebbe dubbi e scelse l’osteria.
All’epoca il locale sorgeva più a sud di dove si trova ora ed era anche molto più vicino alla conca (proprio di fronte all’attuale edificio del Magistrato alle Acque), tanto che quando passava un carro carico di strame, proveniente dalla palude di Ca’ Deriva, dovevano chiudere porta e
balconi, per permetterne il transito. Quando la famiglia Marchetto, padre madre e cinque figli (due femmine e tre maschi) vi entrò, l’osteria era completamente priva di ogni arredo. Bisognava darsi da fare.
Per i bicchieri si arrangiarono con le scatolette di carne vuote, lasciate dai soldati, alle quali smussarono il bordo e applicarono un manico col fil di ferro. Più tardi trovarono le “misure” in terracotta — da mezzo litro e da litro — per il vino, che compravano da Veronese. Nel frattempo i prigionieri ungheresi che avevano lavorato in agenzia (fra i quali Dante ricorda Kociss, un falegname particolarmente bravo), prima di tornare a casa avevano costruito un banco mescita in legno.
Così l’osteria riprese il suo ritmo normale. Ma «gaémo fato na vita noantri», ricorda Dante, «na vita in ostaria … robe da schiavi!». (Abbiamo fatto una vita noi, una vita in osteria … robe da schiavi!). Sempre pronti a smussare le tensioni, ad evitare che il clima si surriscaldasse, sempre a disposizione di una clientela difficile come quella dei barcari. Perché l’osteria di Portegrandi era come un porto di mare. «Ghe iera comacesi, da Codigoro, mantovani, padovani, furlani, da Motta, … ».
All’osteria i barcari sostavano in attesa dei cavalli, se dovevano risalire il fiume, e della marea e del vento, se dovevano proseguire per la laguna. Di solito partivano verso l’una o le due di notte «e ora i alsàa ste vée e co l’andamento dell’aqua in ndàa ‘so´»(allora alzavano queste vele e con l’andamento dell’acqua andavano in giù, verso la laguna).
In attesa del vento nei tavolini dell’osteria il vino e, in stagione, la birra, correvano a litri; si giocava a carte e si cantava. A volte scoppiavano delle risse furibonde, come è normale in ogni osteria di porto; frutto inevitabile del vino o di mai sopiti rancori. Ma erano episodi tutto sommato isolati, causati da alcuni personaggi che l’oste ricorda ancora con un misto di disprezzo unito ad una certa qual ammirazione per le imprese di cui erano capaci.
Un personaggio negativo emerge fra i tanti ... 



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Note 

1 Archivio di Stato Venezia, Catasto Napoleonico, Sommarioni, n. 88.
2 F. Fapanni, Memorie storiche della congregazione di Casale, ms. 1366, Biblioteca Comunale di Treviso.
Informazione di Guerrino Vazzoler, Portegrandi.
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© 1989, dal libro Sile. Alla scoperta del fiume

martedì 26 giugno 2012

Storia della navigazione fluviale - Il Sile in città, Centrali idroelettriche...


Il Sile a Treviso, dal "dimagramento" agli allagamenti
di Camillo Pavan


Il 13 gennaio 1951 il Gazzettino di Treviso in un articolo dal titolo Le acque alzate di oltre due metri per alimentare la centrale del Ponte della Gobba riporta lo sconcerto dei cittadini di fronte al nuovo evento: «Non lo si riconosce più il nostro impetuoso Sile … Le due cascatelle al Ponte Dante e alla Barriera Garibaldi hanno ceduto il posto ad una piatta distesa d’acqua che defluisce lentamente verso il mare … Nella rete dei canali cittadini l’acqua è aumentata provocando in certi punti allagamenti ai piani bassi e agli scantinati di molte abitazioni. I pontili lungo la riviera sono sommersi e dovranno essere ripristinati perché le nostre popolane possano ancora recarsi a risciacquare i panni». Tutta una serie di guai che costituiscono «una piccola rappresaglia del Sile che si è visto sbarrare il suo gagliardo passo di secoli al Ponte della Gobba».
L’opinione del cronista è tuttora molto radicata nei trevigiani e condivisa tra l’altro da alcuni politici locali “pentiti”, come l’ex sindaco Reggiani il quale di recente ha dichiarato, dopo l’ennesima inondazione dei quartieri periferici conseguente all’ennesimo piovasco, che riconosce di aver fatto un errore quando a suo tempo votò a favore dell’erigenda centrale di ponte della Gobba la quale ora, secondo lui, dovrà quanto prima essere smantellata.
Giudizi comprensibili nella foga del momento quando si vede, puntualmente ad ogni acquazzone, allagarsi parte della città. Tuttavia, per inquadrare la questione nella sua giusta angolatura, è opportuno dare un’occhiata non alla cronaca ma alla storia, rivisitando almeno quanto accaduto nel tratto cittadino del Sile durante gli ultimi centocinquanta anni.
Il cronista del Gazzettino ricordava nel 1951 la piatta distesa d’acqua che aveva preso il posto dell’impetuoso Sile. Per il suo collega della Gazzetta di Treviso di 70 anni prima era invece proprio la velocità della corrente ad aver reso drammatica la situazione del Sile nel centro cittadino. A partire dalla metà dell’800, infatti, l’acqua del fiume, a causa dell’eccessiva velocità provocata da un aumentato richiamo a valle dovuto all’abbassamento dell’alveo in seguito agli scavi di ghiaia, si era drasticamente ridotta nel tratto urbano fino a ponte San Martino 2. Era così diventato impossibile per i burci raggiungere il porto storico della città (banchina di fronte all’ospedale di S. Leonardo) e, in qualche punto, il pelo d’acqua si era talmente abbassato «che San Pietro istesso potrebbe in certi giorni dell’anno ripetere il famoso passaggio a piedi asciutti, senza destare le meraviglie neppure dei gamberi a due zampe, che di quelli eccellentissimi a quattro si è, pur troppo, estinta la razza!» 3.
Fu in quell’occasione che l’assessore ing. V. Gregori pronunciò un accorato intervento in consiglio comunale con il quale ricostruì per la prima volta l’insostenibile situazione in cui era venuto a trovarsi il Sile all’interno della città.

Le due briglie nel tratto urbano del Sile

Per rimediare a questo stato di cose (l’acqua si era abbassata di circa un metro nel trentennio 1850-1880) venne costruita nel [...] la prima briglia attraverso l’alveo del Sile al ponte Dante 4. Lo sbarramento, se riusciva sia pure parzialmente ad alzare il livello dell’acqua fino ai mulini di San Martino frenandone l’irruente discesa, sanciva altresì, in maniera definitiva, l’impossibilità di riportare la navigazione alla sua sede storica.
Costruita la prima briglia il problema si riproponeva comunque a valle, dove la corrente continuava ad essere impetuosa... 

[... il capitolo completo si trova in ... ]

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1 11 maggio 1881, riportato in Gustavo Bucchia, Considerazioni sul dimagramento del fiume Sile in Treviso, Venezia, 1882, p. 10.
2 Sugli scavi di ghiaia a valle (zona Casier-Melma) quale causa principale dell’abbassamento del pelo d’acqua a monte, vedi anche Sull’abbassamento di letto del Sile in "L’Archivio domestico", Treviso, anno VIII, 4 giugno 1874, pp. 194-96.
3 Gazzetta di Treviso, 11 maggio 1881.
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© 1989, dal libro Sile. Alla scoperta del fiume