Camillo Pavan, libero ricercatore, scrittore ed editore in proprio, ha pubblicato il suo ultimo lavoro... [Recensione di "In fuga dai Tedeschi", 2004]
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sabato 29 gennaio 2022
mercoledì 10 aprile 2013
Giovanna Procacci (Università di Modena), 2004: Giudizio su "L'ultimo anno della prima guerra", di C. Pavan
Firenze 5-11-2004
Caro Pavan,
Sa che mi sono commossa a leggere alcune testimonianze del suo bel volume “L'ultimo anno”? Non avrei mai immaginato che vi fossero stati dei morti per fame. Lei ha fatto uno splendido lavoro, e mi sento molto onorata di essere uno dei destinatari di un volume a tiratura limitata.
Mi dispiace solo che lei non voglia seguitare nelle sue ricerche sulla prima guerra mondiale. Anche se i suoi volumi non vengono accolti con entusiasmo dalla gente, non si scoraggi: c'è ancora qualcuno che li apprezza.
Sui suoi volumi farò fare delle esercitazioni ai miei studenti della laurea specialistica. Spero quindi che ci ripensi.
(…)
Riguardo all'apprezzamento delle vicende della prima guerra mondiale consideri comunque ciò che le ho già raccontato: il suo libro mi è stato rubato mentre ero (…) a Firenze. Può mandarmelo in contrassegno a (…)?
Sa che mi sono commossa a leggere alcune testimonianze del suo bel volume “L'ultimo anno”? Non avrei mai immaginato che vi fossero stati dei morti per fame. Lei ha fatto uno splendido lavoro, e mi sento molto onorata di essere uno dei destinatari di un volume a tiratura limitata.
Mi dispiace solo che lei non voglia seguitare nelle sue ricerche sulla prima guerra mondiale. Anche se i suoi volumi non vengono accolti con entusiasmo dalla gente, non si scoraggi: c'è ancora qualcuno che li apprezza.
Sui suoi volumi farò fare delle esercitazioni ai miei studenti della laurea specialistica. Spero quindi che ci ripensi.
(…)
Riguardo all'apprezzamento delle vicende della prima guerra mondiale consideri comunque ciò che le ho già raccontato: il suo libro mi è stato rubato mentre ero (…) a Firenze. Può mandarmelo in contrassegno a (…)?
Grazie!
La saluto molto cordialmente e ancora grazie per l'opera che ha svolto.
Giovanna Procacci
La saluto molto cordialmente e ancora grazie per l'opera che ha svolto.
Giovanna Procacci
Mario Sanson, 2004: recensione "Ultimo anno della prima guerra" di C. Pavan
In sordina, se non quasi
sottobanco, e per giunta in sole 340 copie numerate, è da poco uscito “L’ultimo
anno della prima guerra. Il 1918 nel racconto dei testimoni friulani e veneti”
di Camillo Pavan, che come sempre è editore di se stesso. Un libro esiguo di
pagine (64 e con caratteri tipografici ai limiti del leggibile), ma ricco di
oltre novanta testimoni per un racconto collettivo della guerra vissuta dai
“combattenti senza divisa” di qua e di là del Piave.
Con questo straordinario lavoro di
conservazione a futura memoria, Camillo Pavan chiude il suo ciclo dedicato alla
Grande Guerra, cominciato nel 1997 col poderoso “Caporetto. Storia,
testimonianze, itinerari” e continuato nel 2001 e luglio 2004 rispettivamente
con “I prigionieri italiani dopo Caporetto” e “In fuga dai tedeschi.
L’invasione del 1917 nel racconto dei testimoni”.
“L’ultimo anno della prima guerra”
(…) si caratterizza in particolare per il tema, invero poco esplorato, del
ritorno dei profughi, e per quello, dimenticato o ignorato, dei “recuperanti di
mestiere”.
Ecco
alcune testimonianze (…)
Mario Sanson
L’Azione, Settimanale della diocesi di Vittorio Veneto, 14 novembre 2004
venerdì 28 settembre 2012
Enrico Guerrazzi (sito grandeguerra.com : 1998-2008) - Giudizio su "In fuga dai tedeschi", di C. Pavan
Il giorno 14-01-2005 15:34, Enrico Guerrazzi, enrico@grandeguerra.org ha scritto:
> Caro Camillo,
>
> oggi ho ricevuto il pacco con le copie dei libri, frutto delle tue ricerche
> sul tema della Grande Guerra.
> Ti ringrazio innanzitutto per il gentile pensiero e ti faccio le mie
> congratulazioni per aver portato a termine, nonostante le difficoltà, il
> progetto che ha consentito, tra l'altro, di raccogliere preziose
> testimonianze sul Conflitto, ormai, per legge della natura, non più udibili
> dai diretti interessati. Non è adulazione la mia, ma penso che il tuo lavoro
> costituisca un addendum importante e originale nella copiosa letteratura
> sulla G. G. fiorita negli ultimi venti anni (…)
Enrico Guerrazzi ( † 2008, S. Maria Hoè LC) è stato ideatore e editore del
primo importante sito italiano sulla Grande Guerra: grandeguerra.com, in rete dal 1998 al
2008.
Particolarmente frequentato era il suo "Libro degli
ospiti", che per molti anni – prima dell'avvento dei "social" – fu il principale punto d'incontro degli appassionati di
storia della Prima guerra mondiale.
Sono fra l'altro grato ad Enrico (persona di grande spessore umano e
culturale) perché volle inserirmi, gratuitamente, nel ristretto gruppo degli
"Amici" in una posizione del sito strategica, grazie alla quale il
mio lavoro ebbe una notevole visibilità in rete.
![]() |
| Il logo del sito web di Enrico Guerrazzi "www.grandeguerra.com" rimasto in rete fra il 1998 e il 2008 |
venerdì 14 settembre 2012
Domenico Zamboni, 2004 - Breve giudizio su "In fuga dai tedeschi", di C. Pavan
Thiene, 14-11-2004
«Caro Camillo Pavan,
mi chiamo Domenico Zamboni, di Thiene (VI), faccio parte della Bandabrian. Ci siamo conosciuti durante una trasmissione dei Belumat. Ti scrivo per farti i complimenti per l’interessantissimo libro “In fuga dai tedeschi” che ho appena finito di leggere. Il valore di tutte quelle interviste che hai fatto è eccezionale, i documenti orali che hai raccolto rendono unico questo libro (…)».
Antonio Gibelli, 2004 - Breve giudizio su "In fuga dai tedeschi", di C. Pavan
Genova, 22 ottobre 2004
«Caro Pavan,
ho ricevuto il suo ultimo libro e gliene sono grato. Sono sempre molto interessato a tutte queste testimonianze sul vissuto di guerra, che considero preziose. (…) L'ho molto apprezzato: tra l'altro contiene riferimenti alla "guerra dei bambini" sui quali sto lavorando e quindi mi è stato utile (…)».
Mario Cutuli, 2004 - Recensione "In fuga dai tedeschi", di C. Pavan
Il racconto di chi c’era “ … quando il cielo era un grande fuoco”
Non è facile scrivere di storia. Convinzioni personali, condizionamenti culturali ed ambientali possono, anche inconsapevolmente, storpiare i fatti, ampliarli o ridurli, tradendo l’obiettività. Non succede così a Camillo Pavan che, continuando la sua ricerca, ha appena dato alle stampe “In fuga dai tedeschi, l’invasione del 1917 nel racconto dei testimoni”.
Riga dopo riga, pagina dopo pagina, avvalendosi di centinaia di interviste, di dati ufficiali e non, di tabelle recuperate in archivi polverosi ed ancora in attesa di una più convinta utilizzazione, riemerge la tragedia di quei giorni amari di Caporetto, termine che oggi ha la connotazione della catastrofe e “continua ad essere usato come sinonimo di una sconfitta senza pari”. Testimonianze, si diceva. Voci già spente dal correre stesso del tempo, ma ancora vive, animate da quella freschezza propria di chi parla liberamente, di chi rivive quei mesi di fame, di precarietà, di dubbi atroci, di chi ringrazia Dio di poterli ancora raccontare o di chi rivede in quella tragedia i volti nitidi di familiari, di amici, vittime innocenti di una violenza senza fine.
E la guerra entrava in casa…
Con Caporetto, in quel disgraziato 1917, la guerra entrava in casa e “quando il cielo era un grande fuoco” e “tutta Italia scappava, scappavano i feriti, gli ammalati, con carreggi, e senza carreggi”, quando “non c’era ordine, era un disordine enorme, come delle mosche che si gettano fuori, così”, cominciò il dramma di chi la guerra l’aveva condannata o invocata senza immaginarne la durezza e che adesso la subiva.
Riaffiorano, nel testo di Pavan le polemiche, le reciproche accuse o le motivate giustificazioni sulla ritirata, da qualcuno intesa come tradimento e da altri come necessaria strategia. Viene data voce a chi in quei giorni non sapeva se partire o meno; “Via, via, via, perché ci sono i tedeschi”. C’era questo “barba Bortolo” che doveva venir via anche lui e invece “Non vengo via via, non vengo via” ed è rimasto a casa. E appena arrivati i tedeschi è morto dal dispiacere perché avevano fatto della sua abitazione una casa di tolleranza. È morto, insomma, dall’avvilimento. “Mio nonno Giovanni, invece, ha voluto rimanere qui: «No, mi stae qua, ghe ténde a casa» … e me poro papà, me par de védarlo in janòcio, in cusina davanti ai carabinieri. El ga ito: «Copème qua, co i me fioi, ma mi via da qua no vào!»”
Viene data voce a chi era partito e poi tornato. “Noialtri si era scappati ma siamo ritornati dopo otto giorni, e quando siamo tornati era tutto per aria”; alla condanna di chi era rimasto per depredare le case rimaste incustodite; all’arrivo dei tedeschi e a chi li assimilava agli Unni di Attila. C’è anche il ricordo commosso di chi aveva trovato rifuggio lontano dal Veneto, ad Agrigento, a Caltanissetta, a Firenze, a Giarre, a Messina, a Napoli, dove la solidarietà fu immensa e incondizionata.
Preti e vescovi come vigili pastori…
Nell’interessante appendice Pavan riserva ampio spazio al ruolo dei preti e dei vescovi dopo Caporetto dando modo di conoscere gesti eroici, di preti e di pastori che rimasero in questi posti simili all’inferno, come vigili custodi del gregge affidato. Una sola parola d’ordine “Restare” accomunò i vescovi di Gorizia, di Bressanone, di Portogruaro, di Concordia, di Vittorio Veneto, ed ovviamente di Treviso. Tanti parroci dovettero assistere alla profanazione o alla distruzione della loro parrocchia, come avvenne a Negrisia o a Fontane di Villorba, dove il parroco scrive al vescovo che “la chiesa fu requisita ad uso magazzino” e “i registri dell’Archivio ed ogni altra cosa della chiesa: è tutto esposto alla rapina degli invasori”.
Impreziosiscono il lavoro di Pavan le tante documentazioni allegate — vere chicche quelle relative all’accusa di “austriacantismo clericale” rivolta da Mussolini al vescovo Longhin o quella dell’allora sindaco di Carbonera, Aurelio Bianchini, che “nella necessità di dover partire” affida a don Luigi Zangrando “la sua proprietà mobile e immobile sita nei comuni di Melma (Silea) e di Carbonera, ma anche il municipio e tutto il Comune di Carbonera”. Quasi a voler sottolineare che in quei giorni il clero svolse un ruolo anche politico.
Insomma le centosessanta fittissime pagine del lavoro di Pavan, sono una vera miniera per ricostruire momenti che nella loro sconosciuta drammaticità si inscrivono nel grande libro della storia. Perché di quegli anni possa restare memoria, un obbligo nei confronti delle generazioni future.
La Vita del Popolo, Settimanale della Diocesi di Treviso, 1 agosto 2004
Paolo Calia, 2004 - Recensione "In fuga dai tedeschi" di C. Pavan
"In fuga dai tedeschi" sulla rotta di Caporetto
Restare o partire? Abbandonare la casa, gli affetti, gli animali, tutte le cose più care, per sfuggire all'invasore o rimanere e affrontare un destino imperscrutabile? Questi e mille altri pensieri hanno angosciato chi, nel 1917, si è visto travolto dalla rotta italiana a Caporetto. Città e paesi fino a quel momento tranquille retrovie di un conflitto sanguinario, si ritrovarono nel giro di poche ore in prima linea. E ai civili non rimaneva che una scelta: restare ad aspettare austriaci, tedeschi e ungheresi o fuggire al seguito delle truppe italiane che si attestavano lungo il Piave? Il libro di Camillo Pavan, "In fuga dai tedeschi, l'invasione del 1917 nel racconto dei testimoni" (pubblicato a spese dell'autore) è pieno di questi dubbi e ricco di tante esperienze di vita dura. A parlare sono i protagonisti di quella pagina nera della storia italiana, gente all'epoca poco più che bambina, ma già consapevole della tragedia che si stava consumando attorno.
Pavan ha raccolto, registrato e archiviato una serie di interviste effettuate nell'arco di quindici anni, dal 1984 al 1999. Armato solo di un piccolo registratore ha girato le terre maggiormente coinvolte dalla rotta di Caporetto, quelle attraversate prima dai fanti italiani in fuga e poi dai tedeschi. Ha fatto tesoro delle parole degli anziani dei paesi, che ancora avevano vivo nella memoria il dramma di quei giorni. Nelle 160 pagine del libro ha riportato tutto quello che ha sentito, lasciando anche alcuni termini dialettali per non perdere la spontaneità dei ricordi. In otto capitoli ha distribuito le testimonianze, toccanti e struggenti, resoconti non troppo lunghi corredati dalla foto e dal nome dell'intervistato.
Il Gazzettino, Edizione di Treviso, 23 luglio 2004
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