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martedì 30 dicembre 2014

domenica 20 gennaio 2013

Fiera di Treviso - Girandola da camino a forma di veliero

Il giorno di Natale del 2011 una persona di cui non ricordo il nome mi telefonò da Fiera chiedendomi se avevo la foto originale della girandola da camino pubblicata a p. 248 del libro Sile, alla scoperta del fiume. Gli risposi che quasi sicuramente ce l'avevo ma che si trovava in soffitta persa fra le migliaia di foto scattate nel corso di un ventennio di ricerche, e che chissà quando l'avrei trovata.
Da oltre un mese mi son messo di buzzo buono a digitalizzare l'archivio fotografico e stasera la foto in questione è saltata fuori.
Sperando sia quella che quel signore cercava, la pubblico.

Girandola da camino a Fiera (TV)


sabato 1 settembre 2012

Lettera da un barcaro (Italo Busetto, Marghera)


Caro Camillo Pavan
Un grazie grande così per aver fatto quel bellissimo libro "Sile".
Sono un ex barcaro di Pellestrina e la sera dell'8/12/92 passavo per Treviso nei pressi di Piazza della Borsa e tu eri là con un tavolinetto e mi hai persuaso ad acquistare il tuo volume (scontato e con dedica da cui ho ricavato la data).
Ebbene ancora grazie perché in esso ritrovo me stesso e una parte delle mie radici. Mio nonno paterno, a fine ottocento, navigando su per il Sile trovò moglie a Silea, anzi Melma, quindi un po' di sangue trevigiano ce l'ho anch'io.
In seguito acquistai altri due "Sile", uno per mio fratello e uno per un amico ex barcaro pure lui, i quali l'apprezzarono assai.
Anche i figli cominciano a provare interesse per questo volume che aiuta tanto ad amare la propria terra e le sue stupende vie d'acqua.
Auguri di buon lavoro per l'avvenire
Distinti saluti, Cordialmente
Italo Busetto
Marghera, 26/5/1999

mercoledì 27 giugno 2012

Alle Porte del Sile - (C. Pavan 1989)



Portegrandi 
di Camillo Pavan

Fino al 1683 Portegrandi non esisteva. Esisteva invece un’osteria in località Bocca di Valle, che vediamo raffigurata in un disegno del Sopraintendente alla diversione del Sile Moscatelli. Cosa ci facesse un’osteria in quel luogo è facilmente immaginabile, dato che la zona era  posta a cavallo fra le terre alte e la palude, fra i campi seminati e la valle: in “bocca” di valle, appunto.
A quei tempi l’osteria era qualcosa in più che un semplice spaccio di vino: era un punto di riferimento e di rifornimento alimentare per i barcari del fiume, i contadini delle campagne e i rari abitanti delle valli.
Fu con il taglio del Sile che, attorno alle “porte nove”, si formò un primo sia pur esiguo nucleo abitato. All’osteria, che fu spostata a monte della conca, si aggiunse la casa dei portinari e degli addetti al dazio e alle “bollette”. Qualche anno più tardi venne eretta anche la chiesa, piccola, poco più che un oratorio, e intitolata alla Madonna del Carmine 1.
Il sorgere di questo modesto nucleo abitato non migliorò comunque la realtà del luogo che, anzi, venne compromessa dall’apertura del taglio e  dal conseguente impaludamento anche di terreni che prima erano fertili. Il catasto napoleonico è al riguardo estremamente preciso: fra Trepalade e Portegrandi, all’inizio dell’800, ci sono complessivamente diciannove costruzioni, comprese le due osterie, le due case della ricettoria di finanza e una del guardian delle porte. Il che vuol dire che per tutto il restante territorio di 12,61 Km2 rimanevano 14 case: circa una ogni Km2. Una desolazione fatta di valli palustri e di malaria; un posto da cui stare alla larga.
Verso gli anni ’30 del secolo XIX cominciarono, nella zona di Altino-Trepalade, i primi tentativi di bonifica 2, ma il territorio di Portegrandi sarà gradualmente recuperato alla fertilità solo a partire dall’inizio di questo secolo. Artefici i Veronese, originari da Montecchio Vicentino, che nel 1905 acquistarono le campagne dai mantovani Forti 3.
Mano a mano che i terreni venivano strappati alla palude, si iniziavano a costruire anche le case; poche, sparse, e abitate dalle tipiche e numerose famiglie mezzadrili. Fulcro del paese resterà comunque, anche con il progresso “morale e civile “ di tutta la zona, la conca di navigazione, con le sue porte, alle quali confluiva il traffico fluviale da (e per) Venezia.
E assieme con le porte il vero cuore pulsante del paese continuava ad essere l’osteria. La chiesa invece aveva poca importanza; vi veniva alla domenica un prete a dir messa, ma non era parrocchia.
All’osteria facevano capo le due anime del luogo: quella antica dei barcari, naviganti senza radici e quella recente dei mezzadri. Non era una coesistenza alla pari. Per quanto sfruttati, per quanto conducessero una vita dura e in balìa degli elementi e di esosi impresari, i barcari scesi dal burcio ed entrati in osteria erano pur sempre dei signori. Debiti raramente ne lasciavano e el franco per il litro di vino non mancava mai. Non era così per braccianti e mezzadri che all’osteria ci andavano soprattutto per stare in compagnia e, più che bere, si limitavano a guardare i barcari che bevevano e facevano baldoria, visto che loro non sempre riuscivano a pagare il conto della spesa.
Dell’osteria di Portegrandi in questo secolo ci parla Dante Marchetto (classe 1910) che vi ha passato una lunga stagione della sua vita, a partire dagli otto anni di età, e che ben a diritto può dire di essere stato testimone e protagonista ad un tempo della storia recente di questa strategica località alle porte del Sile. Marchetto ricorda il periodo fra le due guerre, quando per la conca passavano una media di trenta-quaranta e a volte cinquanta burci al giorno. Era quella anche l’epoca della “battaglia del grano”, quando raggiunse il suo apice un’economia agricola basata prevalentemente sulla mezzadria e sull’impiego del gran numero di unità lavorative che caratterizzavano le famiglie patriarcali.
Ma Dante ha vissuto anche l’inarrestabile e rapido declino del paese, iniziato quasi all’unisono con l’espulsione dalle campagne dei mezzadri e, dal fiume, dei barcari. Un’epoca tramontava per sempre, in quei “favolosi” anni Sessanta e Dante Marchetto — oste, casoìn e animatore della vita di Portegrandi — che quell’epoca l’ha vissuta nell’osservatorio privilegiato della sua osteria, ci aiuta a capirla.

L’osteria da Marchéto

Era il 1918, la guerra era appena terminata e paron Veronese volle premiare la fedeltà di chi lo aveva servito in quegli anni difficili, quando pochi erano rimasti nelle case di Portegrandi.
Un giorno chiamò nell’ufficio (el mesà) Giuseppe Momi Marchetto, il padre di Dante. «Senti Momi, gli disse, varda che mi me ricordo che ti te sì stà qua e te me ga tendùo a agensìa. Ghe sarìa libera a ostaria dee Porte o, se te vol, de ndàr far el sorvegliante so a filanda de Casal; varda  ti» ( … guarda che mi ricordo che sei rimasto qui a vigilare l’agenzia. Ci sarebbe libera l’osteria delle Porte o, se vuoi, ci sarebbe da fare il sorvegliante alla filanda di Casale). Momi non ebbe dubbi e scelse l’osteria.
All’epoca il locale sorgeva più a sud di dove si trova ora ed era anche molto più vicino alla conca (proprio di fronte all’attuale edificio del Magistrato alle Acque), tanto che quando passava un carro carico di strame, proveniente dalla palude di Ca’ Deriva, dovevano chiudere porta e
balconi, per permetterne il transito. Quando la famiglia Marchetto, padre madre e cinque figli (due femmine e tre maschi) vi entrò, l’osteria era completamente priva di ogni arredo. Bisognava darsi da fare.
Per i bicchieri si arrangiarono con le scatolette di carne vuote, lasciate dai soldati, alle quali smussarono il bordo e applicarono un manico col fil di ferro. Più tardi trovarono le “misure” in terracotta — da mezzo litro e da litro — per il vino, che compravano da Veronese. Nel frattempo i prigionieri ungheresi che avevano lavorato in agenzia (fra i quali Dante ricorda Kociss, un falegname particolarmente bravo), prima di tornare a casa avevano costruito un banco mescita in legno.
Così l’osteria riprese il suo ritmo normale. Ma «gaémo fato na vita noantri», ricorda Dante, «na vita in ostaria … robe da schiavi!». (Abbiamo fatto una vita noi, una vita in osteria … robe da schiavi!). Sempre pronti a smussare le tensioni, ad evitare che il clima si surriscaldasse, sempre a disposizione di una clientela difficile come quella dei barcari. Perché l’osteria di Portegrandi era come un porto di mare. «Ghe iera comacesi, da Codigoro, mantovani, padovani, furlani, da Motta, … ».
All’osteria i barcari sostavano in attesa dei cavalli, se dovevano risalire il fiume, e della marea e del vento, se dovevano proseguire per la laguna. Di solito partivano verso l’una o le due di notte «e ora i alsàa ste vée e co l’andamento dell’aqua in ndàa ‘so´»(allora alzavano queste vele e con l’andamento dell’acqua andavano in giù, verso la laguna).
In attesa del vento nei tavolini dell’osteria il vino e, in stagione, la birra, correvano a litri; si giocava a carte e si cantava. A volte scoppiavano delle risse furibonde, come è normale in ogni osteria di porto; frutto inevitabile del vino o di mai sopiti rancori. Ma erano episodi tutto sommato isolati, causati da alcuni personaggi che l’oste ricorda ancora con un misto di disprezzo unito ad una certa qual ammirazione per le imprese di cui erano capaci.
Un personaggio negativo emerge fra i tanti ... 



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Note 

1 Archivio di Stato Venezia, Catasto Napoleonico, Sommarioni, n. 88.
2 F. Fapanni, Memorie storiche della congregazione di Casale, ms. 1366, Biblioteca Comunale di Treviso.
Informazione di Guerrino Vazzoler, Portegrandi.
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© 1989, dal libro Sile. Alla scoperta del fiume

martedì 26 giugno 2012

Storia della navigazione fluviale - Il Sile in città, Centrali idroelettriche...


Il Sile a Treviso, dal "dimagramento" agli allagamenti
di Camillo Pavan


Il 13 gennaio 1951 il Gazzettino di Treviso in un articolo dal titolo Le acque alzate di oltre due metri per alimentare la centrale del Ponte della Gobba riporta lo sconcerto dei cittadini di fronte al nuovo evento: «Non lo si riconosce più il nostro impetuoso Sile … Le due cascatelle al Ponte Dante e alla Barriera Garibaldi hanno ceduto il posto ad una piatta distesa d’acqua che defluisce lentamente verso il mare … Nella rete dei canali cittadini l’acqua è aumentata provocando in certi punti allagamenti ai piani bassi e agli scantinati di molte abitazioni. I pontili lungo la riviera sono sommersi e dovranno essere ripristinati perché le nostre popolane possano ancora recarsi a risciacquare i panni». Tutta una serie di guai che costituiscono «una piccola rappresaglia del Sile che si è visto sbarrare il suo gagliardo passo di secoli al Ponte della Gobba».
L’opinione del cronista è tuttora molto radicata nei trevigiani e condivisa tra l’altro da alcuni politici locali “pentiti”, come l’ex sindaco Reggiani il quale di recente ha dichiarato, dopo l’ennesima inondazione dei quartieri periferici conseguente all’ennesimo piovasco, che riconosce di aver fatto un errore quando a suo tempo votò a favore dell’erigenda centrale di ponte della Gobba la quale ora, secondo lui, dovrà quanto prima essere smantellata.
Giudizi comprensibili nella foga del momento quando si vede, puntualmente ad ogni acquazzone, allagarsi parte della città. Tuttavia, per inquadrare la questione nella sua giusta angolatura, è opportuno dare un’occhiata non alla cronaca ma alla storia, rivisitando almeno quanto accaduto nel tratto cittadino del Sile durante gli ultimi centocinquanta anni.
Il cronista del Gazzettino ricordava nel 1951 la piatta distesa d’acqua che aveva preso il posto dell’impetuoso Sile. Per il suo collega della Gazzetta di Treviso di 70 anni prima era invece proprio la velocità della corrente ad aver reso drammatica la situazione del Sile nel centro cittadino. A partire dalla metà dell’800, infatti, l’acqua del fiume, a causa dell’eccessiva velocità provocata da un aumentato richiamo a valle dovuto all’abbassamento dell’alveo in seguito agli scavi di ghiaia, si era drasticamente ridotta nel tratto urbano fino a ponte San Martino 2. Era così diventato impossibile per i burci raggiungere il porto storico della città (banchina di fronte all’ospedale di S. Leonardo) e, in qualche punto, il pelo d’acqua si era talmente abbassato «che San Pietro istesso potrebbe in certi giorni dell’anno ripetere il famoso passaggio a piedi asciutti, senza destare le meraviglie neppure dei gamberi a due zampe, che di quelli eccellentissimi a quattro si è, pur troppo, estinta la razza!» 3.
Fu in quell’occasione che l’assessore ing. V. Gregori pronunciò un accorato intervento in consiglio comunale con il quale ricostruì per la prima volta l’insostenibile situazione in cui era venuto a trovarsi il Sile all’interno della città.

Le due briglie nel tratto urbano del Sile

Per rimediare a questo stato di cose (l’acqua si era abbassata di circa un metro nel trentennio 1850-1880) venne costruita nel [...] la prima briglia attraverso l’alveo del Sile al ponte Dante 4. Lo sbarramento, se riusciva sia pure parzialmente ad alzare il livello dell’acqua fino ai mulini di San Martino frenandone l’irruente discesa, sanciva altresì, in maniera definitiva, l’impossibilità di riportare la navigazione alla sua sede storica.
Costruita la prima briglia il problema si riproponeva comunque a valle, dove la corrente continuava ad essere impetuosa... 

[... il capitolo completo si trova in ... ]

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1 11 maggio 1881, riportato in Gustavo Bucchia, Considerazioni sul dimagramento del fiume Sile in Treviso, Venezia, 1882, p. 10.
2 Sugli scavi di ghiaia a valle (zona Casier-Melma) quale causa principale dell’abbassamento del pelo d’acqua a monte, vedi anche Sull’abbassamento di letto del Sile in "L’Archivio domestico", Treviso, anno VIII, 4 giugno 1874, pp. 194-96.
3 Gazzetta di Treviso, 11 maggio 1881.
[...]

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© 1989, dal libro Sile. Alla scoperta del fiume 

Sergio Tommasini / Prima del Parco del Sile: storia delle proposte di tutela (Sorgenti e Alto Sile)




Proposte di tutela della sorgenti e dell'Alto Sile

di Sergio Tommasini

Un importante momento di conoscenza e di proposte per la salvaguardia del fiume è stata la nascita dei Quaderni del Sile, prima rivista italiana di potamologia 1, pubblicata a partire dal mese di maggio 1978. Cominciavano in quegli anni a pervenire alla Regione Veneto, da parte di comuni, associazioni ambientalistiche, naturalistiche e culturali, le prime segnalazioni e richieste di salvaguardare le sorgenti del fiume. Nel contempo, a partire dall'inizio degli anni '80, venivano avviati i primi contatti e le prime iniziative da parte dei comuni di Vedelago, Quinto e Treviso allo scopo di coagulare sforzi unitari per tutelare la zona stessa delle sorgenti e l'alto corso del Sile; purtroppo tale tentativo naufragò ben presto fra incomprensioni e assurdi protagonismi.
La Regione Veneto intanto, dopo aver approvato nel 1980 la Legge regionale n° 72 che dettava le Norme per la istituzione di Parchi e Riserve Naturali Regionali , recepiva queste segnalazioni e iniziative includendo (nel 1982) la zona  delle sorgenti del fiume nel "primo elenco di aree idonee e meritevoli di essere costituite in Parco o Riserva naturale"; si trattava di un fuoco di paglia destinato a rimanere tale fino ad oggi. Era questo comunque un elenco appena abbozzato, soprattutto nella perimetrazione delle aree tutelate: in esso veniva individuata, per il Sile, un'area talmente esigua da essere più una fascia di rispetto dell'asta fluviale che un'area protetta vera e propria.
Dopo altri due anni di completa inerzia veniva approvata la Legge regionale n° 40 del 1984, doppione della precedente L. R. 72/80. L'elenco delle aree tutelate veniva rifatto, ampliando l'area della proposta "Riserva naturale regionale delle Sorgenti del Sile" (che riguarda ora il tratto di fiume che interessa i comuni di Vedelago, Piombino Dese, Istrana, Morgano e Quinto di Treviso), recependo così le proposte di estensione formulate dai comuni di Vedelago e Quinto e dalla L.I.P.U. di Treviso. Iniziava nel frattempo ad applicarsi (in regime di salvaguardia dal febbraio del 1984), la normativa di vincolo paesaggistico dettata dalla Legge n° 1497 del 1939 sulla protezione delle bellezze naturali, la quale vieta trasformazioni ambientali non preventivamente autorizzate dalla Commissione provinciale per i Beni ambientali. Tale iniziativa, relativa ai comuni attraversati dal fiume Sile in provincia di Treviso, verrà concretizzata negli anni seguenti anche per il tratto di fiume ricadente nel territorio delle province di Padova e Venezia. Si creava così di fatto una prima, anche se puramente vincolistica, protezione del corso d'acqua; tale normativa è andata però sostanzialmente disattesa, soprattutto per l'inesistente controllo operato da alcuni comuni.
Nel 1984 la Regione Veneto aveva elaborato persino una propria Proposta di Legge regionale per la creazione della Riserva naturale nella zona delle Sorgenti, facendo credere così ad una imminente concretizzazione delle richieste di tutela e delle proposte pervenute da più parti. La realtà emergeva invece in tutta la sua crudezza, evidenziando la meschinità politica che la sorreggeva, il 31 maggio 1985, termine che la stessa Regione si era data per portare all'approvazione del Consiglio regionale l'elenco delle aree da tutelare: l'elenco infatti non veniva approvato e il tutto veniva rinviato alla legislatura successiva, cedendo agli interessi di pochi speculatori e di categorie portatrici di interessi particolari. Un preavviso dalla totale mancanza di volontà politica di tutelare le Sorgenti del Sile l'aveva però già dato la provincia di Treviso nel dicembre del 1984, deliberando l'istituzione di una Azienda faunistico-venatoria (una riserva privata di caccia) a Casacorba di Vedelago, nel cuore dell'ipotizzata Riserva naturale. Per confermare tale antitetico comportamento fra i due Enti ecco, nel 1985, appena saltata l'ipotesi di istituire la Riserva naturale, farsi avanti la proposta della Regione Veneto di creare, sempre nella zona delle sorgenti, un'Oasi faunistica ai sensi della Legge regionale n° 30 del 1978 (normativa regionale sulla caccia), proposta che prevedeva sostanzialmente il divieto di caccia nella zona medesima. Tale ipotesi trovava addirittura consenziente buona parte dei cacciatori (esclusi ovviamente quelli dell'Azienda faunistico-venatoria). Duole constatare come anche questa iniziativa minima sia rimasta unicamente sulla carta. Si è continuato così a perseverare nello sfornare proposte senza riuscire a portarne a termine neppure una, in una spirale di colpevole attendismo e indecisione politica.
Nel 1985 la Regione affidava anche l'incarico, per la stesura del Piano di bacino dell'intero fiume Sile: utilissimo strumento di pianificazione territoriale a tutt'oggi però non ancora ultimato. Alla fine del 1986 veniva invece adottato il Piano Territoriale Regionale di Coordinamento (P.T.R.C.) il quale, senza tanti clamori, comprendeva e individuava l'elenco delle aree in cui istituire i Parchi e le Riserve naturali regionali (quello stesso elenco che solo un anno prima aveva creato così grandi problemi da non esser stato più approvato dal Consiglio regionale). E' così che scattano, rientrando dalla finestra delle speranze, quelle prime norme di salvaguardia stabilite dalla L.R. 40/84 per Parchi e Riserve naturali, norme che continueranno a rimanere lettera morta se non saranno seguite da interventi attivi in grado di portarle a reale applicazione.
Sempre nel 1986 veniva formulata la Proposta di legge, firmata da alcuni consiglieri regionali del Partito Comunista Italiano, per un Parco fluviale riguardante il fiume Sile nella sua interezza e complessità ambientale. E' questo il risultato della maturazione di un decennio di proposte, progetti, convegni, pubblicazioni e iniziative di ogni tipo e provenienza; è anche la naturale valorizzazione della straordinarietà di questo fiume dopo decenni di degrado e manomissioni. E' significativo al riguardo citare parte delle motivazioni addotte, per la creazione del Parco, in tale proposta: ...
1) Ideatore dei Quaderni del Sile  fu lo scrittore Cino Boccazzi che, per i primi quattro numeri, ne fu anche il direttore responsabile. Successivamente diresse la rivista Alberto Passi. I Quaderni  chiusero nel settembre 1983, quando erano giunti al XIX fascicolo. 
[...]
Bibliografia

Mezzavilla F., Il Sile a Quinto di Treviso: indagine  e progettazione ambientale, Treviso, 1984.
Mezzavilla  F., Uccelli del fiume Sile, Treviso, 1984.
Bortolazzo G., Lanaro G., Morao L., Vettoretto A., Vedelago oltre il paesaggio, Treviso, 1986
Consiglieri regionali Varnier, Calimani, Gallinaro, Sallzano, Proposta di legge n° 181, Istituzione del parco regionale del fiume Sile,  Atti  Conssiglio regionale del Veneto, Venezia, 1986.
C.C.I.A.A., Atti del convegno di studi su L'idrovia del Sile nel sistema della litoranea veneta, Treviso, 1984.

Gaetano Lanaro / Sile, Bonifica sorgenti, Zone Umide , Casacorba ...




Terra o acqua?
Le bonifiche di questo secolo alle sorgenti del Sile

La grande guerra era appena finita e anche la gente di Casacorba, Cavasagra e Albaredo aveva avuto i suoi tristi regali: capifamiglia finiti nei tanti ossari del Carso o del Piave, campagne abbandonate, raccolti requisiti. A Cavasagra la villa era diventata quartier generale della terza armata di Caviglia; in paese si erano in qualche modo sistemati buffi scozzesi in gonnellino e Arditi prepotenti. Tra un’impresa e l’altra avevano compiuto soste nelle retrovie e si erano dedicati ad esercitazioni con bombe a mano; e il luogo più adatto era ovviamente un angolo del palù, quelle terre maledette che non si lasciavano coltivare. Gli Arditi, poi, come d’abitudine, avevano esagerato e, per ottenere un fortilizio adeguato, di un bel bosco di roveri e pioppi avevano fatto un deserto.
Ora la villa era tornata ai Frova, Caviglia era stato decorato e degli Arditi rimaneva solo qualche figlio regalato a ragazze sfortunate.
Era ripresa la magra vita di sempre, con le troppe bocche da sfamare. I piccoli proprietari erano spesso indebitati; coi Frova, i Di Broglio e i Gritti correvano contratti umilianti, gli stessi che il 30 novembre 1907 avevano portato all’esasperazione collettiva e all’incendio della barchessa della villa a Cavasagra 1.
Ma quello che esasperava in maniera altrettanto logorante era la presenza di quelle terre inpalù: così vicine ma così inutilizzabili, così nere ma così sterili! Avere i campi a portata di mano ed essere costretti ad emigrare!
E poi quella maledetta umidità: partiva dalla terra, avanzava dentro le case, anneriva i muri, faceva gocciolare gli armadi, inzuppava i pagliericci, penetrava nelle ossa, intisichiva i polmoni. Implacabilmente distribuiva un po’ a tutti un’asma o una bronchite, una tubercolosi o dei reumatismi. Al resto pensavano le zanzare.
Ormai era chiaro a tutti che il nemico era uno solo: l’acqua.
Era l’acqua sorgiva che rubava raccolti, era l’acqua sorgiva che faceva ammalare.
Occorreva la bonifica, lo diceva anche Mussolini.
Ne valeva la pena anche a costo di rinunciare agli indubbi vantaggi che il palù comportava; pochi ma significativi in un’economia di sopravvivenza.
Il pesce, per esempio: bisate, tinche e marsoni. Con l’abilità dettata dalla tradizione e dalla fame si potevano pescare con l’amo ma, meglio ancora, con l’uso delle varie reti:negossenegossoni e redesine. I più esperti si armavano di fòssina (fiocina), infilzando il pesce quando toccava il fondo. Oppure ancora, specialmente per le bisate, si costruivano ai mulini apparecchi fissi, “una camera ad imbuto fatta di liste di legno come una capponaja; una volta dentro il pesce non ne può più sortire perchè viene abbassata la bova e rimane in secca”. Oppure, “un vero mezzo di sterminio”, si prosciugavano i fossi “mediante pale e gorne”. Così relazionava il sindaco nel 1877 rispondendo a quesiti postigli dalla Regia Prefettura circa i sistemi di pesca 2.
In un documento del 1882, poi, si dichiara il nobile Gritti l’unico in possesso di pescaia e diritto di pesca “nella località di Casacorba, in un suolo di sua proprietà sul Sile. Nel 1892, su richiesta del Gritti e con la collaborazione di una ditta di Belluno, “in questa sorgiva ed immissaria delle sorgive del fiume Sile, nella località denominata al Ponte Storto e alle Prese, si esegue una immissione di 7000 gamberetti e 125 riproduttori di gamberi”. Il sindaco è convinto, e ne siamo certi, “che la semina avrà degli effetti sicuri ed anzi sorprendenti ... e che i gamberi avranno eccellenza di gusto” 3.
Ma il palù non offriva solo pesci o rane, ottime anche quelle.
Roveri, pioppi, frassini, olmi e ontani costituivano una grossa riserva per legna da ardere o da lavorare. La carice dei prati, specialmente nelle prese, finiva come stramaglia per le bestie. La lunga esca, racolta lungo gli argini dopo S. Pietro, veniva venduta ai careghéta friulani. Con le canne e i saetti si erigevano casoni o si ricavavano spazzole.
Alcuni, ricchi possidenti, andavano a caccia; molti si accontentavano di raccogliere i funghi. E per spostarsi da una strada all’altra spesso era d’obbligo la barca, tirata fuori da casa in primavera.
Qua e là c’era stato qualche tentativo di risaia. Ai margini del palù veniva coltivata la canapa.
Ma tutte queste risorse erano considerate di ripiego.
I grossi proprietari come investimento, i piccoli come rimedio alla fame e alle malattie, tutti coltivavano il sogno di prosciugare, bonificare, coltivare.
Con Regio Decreto 27.10.1927 si era costituito il Consorzio di Bonifica “Destra Sile Superiore”, suddiviso in sette bacini e per una stensione di 10.600 ettari. Ma subito nacque al suo interno lo storico contrasto tra la zona delle sorgenti e quelle successive, il bacino più alto e quelli più bassi, in definitiva tra i comuni di Vedelago e Morgano. L’Amministrazione ordinaria fu sciolta e arrivò puntuale il Regio Commissario.

In attesa di discussioni più serene, i proprietari non rimasero inoperosi e procedettero privatamente. Camillo Frova (quello di villa Corner e presidente del Consorzio Brentella) unitamente a Bolasco, Di Broglio, Monis e Montini costruirono verso il 1927 la società dei padroni, con partecipazioni ovviamente proporzionate alle terre possedute. Lo scopo era quello di ottenere un Corbetta nuovo, più diritto e più a sud, con l’evidente risultato di prosciugare le terre a nord.

Fu assunta manovalanza locale e dotata di vanghetti e pale. Il materiale, caricato su carrelli, veniva trasportato lungo delle ferratine e ribaltato più a nord. L’operazione durò un anno o poco più. I padroni pagarono tutto di tasca propria, senza beneficiare dei contributi previsti dal regime fascista.

Si capì poi che non era possibile avere terre asciutte alle sorgenti finchè i vari mulini a sud-est facevano da imbottitura, tenevano alto il livello delle acque. Il primo ad essere ridimensionato fu il Munaron nel 1937. Ma fu solo l’anno dopo, con l’eliminazione del mulino di Morgano, che si videro soddisfacenti risultati: in alcuni punti l’acqua si abbassò addirittura di un metro.

Il Consorzio “Destra Sile Superiore” si era intanto ripreso dalle beghe e con R.D. 4.9.1939 veniva ridimensionato alle sole sorgenti per una superficie di 1297 ettari. Di questi il 18% era abbastanza coltivabile, il 35% non avrebbe dato raccolti sufficienti, il 19% era soggetto a frequenti allagamenti e il 28% era sommerso e paludoso. Era un territorio tutto da conquistare.

Nel 1940 fu annunciato l’arrivo di un’imponente macchina per una grande battaglia contro l’acqua. Si voleva spostare il Sile più a sud, raddrizzarlo e allargarlo di molto.

Con un seguito di tecnici e operai del Genio civile la draga arrivò: era piazzata su due barconi e sputava di continuo la melma appena risucchiata. In un sol colpo preparava al Sile un nuovo letto di dieci metri e ne alzava vigorosamente gli argini.

Si cominciò dalle “case rosse”, vicino alla fornace, in rettilineo fino alla strada del Munaron. La guerra costrinse a una pausa e poi si riprese fino al fontanasso dea Coa Longa. In tutto tre chilometri.

 

Eravamo appunto nel 1944 e anche il palù fu teatro di guerra.

Inquietante fu l’incendio che i fascisti appiccarono al Munaron. Salutati con entusiasmo, invece, i numerosi lanci di materiale sulle prese da parte degli aerei americani per i partigiani rifugiati in casera. Ambigua la vicenda di Torreselle dell’agguato ai tedeschi quando la refurtiva fu abbondante e ancora oggi è difficile, tra i protagonisti, distinguere i partigiani dai ladri e dai fascisti.

Una cosa è certa, che nella ritirata da Piombino per via S. Brigida, i tedeschi furono ostacolati non tanto dagli aerei americani quanto dal palù inzuppato dalle piogge primaverili. Per alleggerire i 20 camion impantanati fu più la roba lasciata che quella arraffata. E il 29 aprile del ’45 la colonna finì poi bloccata dagli alleati sulla statale a Vedelago.

Finita la guerra mondiale, riprese quella locale contro l’acqua sorgiva. Nel 1946 fu eseguito un nuovo intervento sul canale Corbetta e se ne anticipò lo sbocco sul Sile; data la pendenza eccessiva, negli ultimi cento metri furono scaricati numerosi carichi di rocce con lo scopo di imbrigliare l’acqua ed evitare dilavamenti.

Si era conquistata nuova terra per l’agricoltura, si era abbassato il livello dell’acqua e dell’umidità, ma pochi erano soddisfatti.

Il dr. Meo nel 1962 passava in rassegna Casacorba e ne ricavava un quadro preoccupante di malattia e di depressione 4; tanto da ottenere, tramite la Croce Rossa svizzera un contributo per alimenti e una macchina da radiografie, piazzata poi nell’asilo parrocchiale.

Orefice, succeduto a Frova alla villa Corner, si trovava ancora ad avere spesso sotto acqua 300 dei suoi 1160 campi.

La lotta non era quindi finita. Tra il 1966 e il ’69, con la costruzione del canale di Gronda, le draghe della ditta Agribeto e l’ing. Facchinello sferrarono l’attacco definitivo. Con un taglio profondo 270 centimetri furono radicalmente interrotte le prime correnti di falda, immediatamente fatte emergere, incanalate verso est e immesse nel Sile al confine tra Ospedaletto e Villanova. Le terre a sud, come una spugna strizzata inaridirono e si abbassarono di colpo, anche di due metri, fino a portare molte radici al sole e a risucchiare i fontanazzi 5.

Adesso si poteva finalmente coltivare e tornare dei capitali investiti e richiamare gli emigrati e dormire asciutti e chiudere il dispensario e non farsi più trafiggere dai raggi X.

Ma è troppo tardi, la battaglia è stata inutile. Passata dall’autarchia alle dimensioni mondiali, l’agricoltura è giunta quasi ad eccessi di produzione e sopravvive spesso coi contributi europei. L’industria ha attratto buona parte della manodopera e anche i più piccoli paesi lungo il palù sono saliti sulla giostra dei facili consumi e dei mille servizi. Quelle terre ora non servono più.

La battaglia è stata inutile; peggio, è stata ecologicamente devastante. Concimi eutrofizzanti, pesticidi tossici e rifiuti ammorbanti non potevano che generare una lunga serie di specie estinte, biotopi distrutti, catene interrotte, equilibri sconvolti.

Oggi, sia pure in modo precario, solo pochi ettari sono rimasti ecologicamente integri. Proprio adesso che nessuno più parla di recuperare terre all’agricoltura, ma tutti si battono per moltiplicare le oasi naturali di pregio. Proprio adesso che mille scolaresche vogliono scoprire direttamente le caratteristiche delle zone umide. Proprio adesso che tutti vogliono regalarsi la passeggiata domenicale lungo i sentieri segnati dagli equiseti. Proprio adesso che il bisogno di cibo è terminato e resta da soddisfare quello culturale. Proprio adesso.

E’ certamente comprensibile il disorientamento frustrante di chi è vissuto per generazioni sognando bonifiche.

E’ meno giustificabile l’accanimento anacronistico di chi, senza bisogno, distrugge gli ultimi metri di umido verde. Da combattente impazzito, non si è ancora accorto che la guerra all’acqua è finita. Da un pezzo 6.


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1 Stare a Vedelago, una storia per sette paesi, Vedelago, 1981, p. 277.
2 Archivio comunale di Vedelago, b 79, fasc. 60, 1877.
3 Archivio comunale Vedelago, b 8, fasc. 124, 1892.
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Ringrazio il sig. Olindo Bordignon, di Casacorba, per le numerose e dettagliate testimonianze.


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© 1989, dal libro Sile. Alla scoperta del fiume di Camillo Pavan

Monica Marcon / Sile, Religiosità popolare - '' Capitelli '' in riva al fiume Sile



I capitelli lungo il Sile
di  Monica Marcon


Inserire un capitolo sui capitelli in una ricerca che abbia come oggetto il fiume Sile, può sembrare per lo meno insolito.
I pochi capitelli rimasti, e non solo quelli posti lungo il corso del Sile, passano inosservati, sotto lo sguardo indifferente di chiunque, quando addirittura non sono sentiti come uno scomodo intralcio.
In realtà, capitelli, edicole, alberi sacri, rappresentano per il paesaggio rurale veneto, un qualcosa di veramente unico e caratterizzante.
Essi sono il simbolo di una religiosità a carattere prettamente popolare, le cui componenti essenziali sono una semplicità e una spontaneità nelle forme d’espressione, difficilmente imitabili.
Parlare di capitelli lungo il Sile significa scoprire il legame inscindibile esistente fra la vita dell’uomo e i fenomeni legati alla natura.
In un’epoca non troppo lontana nel tempo, l’economia nel Trevigiano era di carattere prevalentemente rurale ed i fenomeni naturali collegati al ritmo delle stagioni, giocavano un ruolo importantissimo: da essi dipendeva la vita tutta dell’uomo, non solo il suo benessere, ma anche e soprattutto il suo sostentamento.
E’ su questo particolare legame tra uomo e natura che vanno ricercati l’origine e il significato della diffusione dei capitelli.
Secondo una concezione tipicamente “primitiva”, la divinità si identifica con le forze della natura, oppure, ma questo in uno stadio più avanzato, si esprime attraverso di esse.
Sulla base di questa identificazione del sacro con il reale, la costruzione di capitelli e alberi sacri, assolve la tipica funzione di protezione del territorio e delle persone, serve ad attirare la benevolenza delle divinità.
Se poi le forze della natura non si esprimono proprio benignamente, in esse non si può che scorgere la manifestazione di creature demoniache, ed in questo caso il capitello serve come magico scongiuro, a tener lontane le disgrazie.
La dislocazione di simboli e costruzioni sacre in zone rurali, o lungo il corso dei fiumi, non è casuale, anzi, ha proprio la funzione di allontanare le disgrazie più frequenti: grandinate, alluvioni, malattie.
L’idea non è nuova, nè tipica delle popolazioni rurali venete, essa si ripresenta in maniera costante in tutte quelle civiltà “primitive”, con fedi panteistiche naturali, ed è poi frequente anche nei culti pagani e precristiani.
Ne è la conferma il fatto che alcuni capitelli che sorgono lungo il Sile, oggetto della ricerca, sorgono addirittura su basamenti di antiche aree romane, quasi a voler sottolineare la continuità del culto, a dispetto della diversità delle religioni.
Il capitello del Pozzetto di S. Elena di Silea sorge su di un basamento romano. La straordinaria scoperta è stata fatta di recente, in sede di restauro del capitello: scavando attorno per una profondità di soli 30 cm., venne alla luce uno strato di pietre antiche di colore completamente diverso rispetto a quelle sovrastanti. Alcuni esperti riconobbero con certezza l’origine romana del basamento e, anche se la scoperta non fu avvalorata da perizie tecniche, l’ipotesi non è inverosimile, il capitello sorge infatti su un’importante via di comunicazione dell’impero romano: la Claudia Augusta.
Ma anche quando il capitello sorge come tipica espressione di culto cristiano, trattasi pur sempre di un culto molto particolare; non è quello aulico, solenne delle cerimonie di Chiesa, è, come dicevo, l’espressione di una fede di tipo particolare, molto simile a quella pagana, che ha bisogno di luoghi di culto molto semplici, di modeste dimensioni, che siano vicini e si rendano visibili al credente, e che, paradossalmente, rendano visibili alla divinità, il luogo e le persone da proteggere.
Si tratta di una forma di religiosità tipicamente pagana, portata ad identificare il sacro con il reale, che però la chiesa ufficiale non ha mai ostacolato, anzi, proprio essa ha favorito il diffondersi di questo tipo di devozione, rendendosi conto di quanto radicata e fondamentalmente sincera essa fosse.
Attorno ai capitelli sorsero e si incrementarono degli specifici atti di culto religioso cristiano: le processioni, le rogazioni, i rosari.
In occasione di alcune ricorrenze e festività religiose (Corpus Domini, Ascensione, Venerdì Santo, ecc.), la processione era un appuntamento d’obbligo, un rito solenne al quale si partecipava con estrema devozione; lunghi cortei partivano dalla chiesa portando il simbolo religioso per le vie del paese. Molti anziani ricordano come i capitelli fungessero da stazioni durante le processioni: il corteo si arrestava e il sacerdote pronunciava particolari invocazioni. Per l’occasione il capitello generalmente veniva addobbato di fiori ed illuminato.
Oggi a causa dell’intensità del traffico stradale, le processioni non si fanno quasi più, o, se mantenute, vengono effettuate in un percorso quasi simbolico di poche centinaia di metri. I capitelli sono così stati privati di una loro importante prerogativa.
Ma gli atti di culto che più direttamente coinvolgevano i capitelli, erano le rogazioni: particolari riti penitenziali che servivano per invocare la benedizione per la fecondità dei campi 1.
Le rogazioni si facevano nel periodo primaverile e consistevano in lunghe processioni che, partendo dalla chiesa, raggiungevano i confini del paese, inoltrandosi in aperta campagna. Per l’occasione, lungo il percorso, dove non c’erano capitelli, venivano collocati provvisoriamente, altarini, piccole croci ed immagini sacre. Qui il corteo si arrestava e  ...

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1 Emanuele Bellò, 1980, Le tradizioni popolari, in Treviso Nostra, pp. 112-114; Eugenio Manzato, 1981, Religiosità all’aria aperta, in La religiosità popolare nel Trevigiano, p. 17.


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Due testi indispensabili per lo studio dei capitelli sono:
- Gisla Franceschetto, I capitelli di Cittadella e Camposampiero, Indagine sul sacro nell’Alto Padovano, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1972.
- AA.VV., I “capitelli” e la società religiosa veneta, Atti del convegno tenutosi a Vicenza dal 17 al 19 marzo 1978, Vicenza, Istituto per le ricerche di storia sociale e di storia religiosa, 1979. (Contiene, fra gli altri, due saggi di Agostino Contò ed Eugenio Manzato sui capitelli trevigiani).

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© 1989, da libro Sile. Alla scoperta del fiume di Camillo Pavan

Giuliano De Menech / Sile, Geografia, Origine geologica, Ghiaia


Fiume Sile - La Geografia
di Giuliano De Menech


Una breve scheda del fiume, illustrata di seguito, mette in evidenza le caratteristiche del Sile, ovvero quell’insieme di connotati che ne fanno un corso d’acqua più unico che raro: uno dei fiumi di risorgiva più lunghi al mondo, con regime molto regolare (non ha affluenti di tipo torrentizio) e pertanto quasi esente da rischi di piene eccessive.
Superficie del bacino idrografico, kmq. 628
Sorgenti, originariamente a Casacorba (comune di Vedelago, provincia di Treviso)
Lunghezza, km. 84 circa
da zona sorgenti a Treviso, ponte Garibaldi1 km. 21,8
da Treviso, ponte Garibaldi al mare2 km. 62,2
Larghezza, minima m 10, massima m 40, media m 15
Portata in mc./sec.3 (a Casier), minima 33, massima 76, media 55
Foci, nell’Adriatico con l’alveo principale (Piave Vecchia)
nella laguna di Venezia con i canali Sioncello e Silone
Quota di livello tra sorgenti e foce, metri 27
Temperatura in °C 4, minima 6, massima 16-17       
pH 5, minimo 7,4 massimo 7,8 medio 7,6
Ossigeno disciolto 6, minimo 6,6 massimo 9 medio  8,6
Conducibilità elettrica 7, minimo 415, massimo 485 medio 445
Profondità, variabile, con le stazioni di rilevamento
Orientamento dell’asse fluviale, dalle sorgenti a Treviso: ovest - est
da Treviso alla foce: nord/ovest - sud/est

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1 Misura indicativa in quanto non esiste una sorgente del Sile ma una zona delle sorgenti.
2 Rilevazione dell’ing. Francesco Boghetto per il Piano di Bacino del Sile.
3 Definita come “volume d’acqua che passa attraverso una sezione del fiume nell’unità di tempo”.
4 La temperatura minima dell’acqua (6 °C) è stata registrata nel gennaio 1985 con temperatura dell’aria di -16 °C
5 Misura che esprime l’acidità dell’acqua, secondo questi parametri: pH 7 = neutralità; pH >7 = basicità (o alcalinità); pH <7 = acidità.              
6 Espresso in milligrammi di O2 per litro d’acqua.
7 Espressa in microsiemens per cm.

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Sarebbe comunque ingiusto concludere una carta d’identità del fiume senza aver detto qualcosa del suo nome. Tra le varie etimologie proposte non è difficile scorgere una denominazione comune nel significato di silente, silenzioso, come può facilmente verificare chi si metta in ascolto del placido fiume, i cui silenzi sono interrotti soltanto dal fruscio delle canne palustri o dal canto degli uccelli lungo le sue rive. Non è questa comunque la sede per un approfondimento storico-etimologico1, qui ci limitiamo a sottolineare la “silenziosità” di questo fiume, le cui fonti sono state più volte paragonate -non a torto- a quelle ben più note del Clitunno.

La portata

E’ evidente che, trattandosi di fiume di risorgiva, dovrebbe essere logico considerarlo a portata del tutto costante. Così infatti era alle origini. Oggi la situazione è un po’ cambiata, sia per il fatto che vi è stata un’evoluzione nei centri abitati bagnati dal fiume (come ad esempio Treviso e i comuni limitrofi, zone divenute ad alta densità di urbanizzazione), sia per l’utilizzazione diversificata delle sue acque (irrigazione agricola, vasche destinate agli allevamenti di trote e piscicoltura in generale, utilizzazioni per scopi idroelettrici, ecc...). Numerosi fattori legati allo sviluppo urbano, come la pavimentazione sempre più estesa del suolo, la progressiva asfaltatura di vaste aree abitate, strade, piazze; l’eliminazione e successiva tombinatura di numerosi fossati, hanno portato ad una situazione nuova.
La portata, quindi, si può definire costante in assenza o scarsità di precipitazioni, mentre notevoli variazioni si possono verificare in presenza di eventi meteorici di una certa rilevanza, con piene mediamente più frequenti di un tempo e punte di massima più marcate (anche se meno rovinose, grazie all’arginatura e a un certo controllo) 2. Tra le piene famose citeremo quella del 16 Maggio 1905, in cui l’idrometro di Trepalade toccò i 3,40 m. contro la normale misura di 1 m. e, indimenticabile, l’alluvione del 4 Novembre 1966. Le magre invece, generalmente estive, fanno calare mediamente il livello soltanto di mezzo metro.
A parte i problemi legati alle precipitazioni, gli argini sono comunque indispensabili 3 a causa del livello di terreno (quasi pari al mare) e della sopraelevazione dell’alveo (divenuto pensile) dovuta alle torbide, cioè alle sedimentazioni sul fondo di materiali e detriti. I maggiori problemi di contenimento delle portate di piena si hanno a valle di Treviso, ove si cominciano a sentire anche gli effetti della marea (con oscillazioni fino a 1 m.), che in certi casi si avvertono addirittura fino all’altezza di Silea.

Le sorgenti e gli affluenti

Cominciamo col dire che per certi aspetti le sorgenti del Sile non esistono più ed anche i più pazienti tentativi di reperimento della primitiva sorgente si sono rivelati infruttuosi: tra bonifiche e tombinature, dei primi metri dell’antico letto non rimane che una debole traccia destinata a sopravvivere soltanto in vecchie mappe o nel ricordo visivo degli anziani del paese.
Ma sentiamone una breve descrizione fatta da Giuseppe Mazzotti: «Ad un certo punto, nel fondo di un fossatello, tra due filari di alberi, si vede un po’ d’acqua. Non stagnante, ma viva.
Più in qua, più in là si vedono bulicare altre polle e presto la natura del suolo si rivela incerta fra la terra e l’acqua. Sono queste le sorgenti del Sile, che inizia il suo corso tranquillo fra bassi canneti e erbe palustri ... il piccolo fiume si allarga presto, senza ristagnare, fra rive a cui si affacciano gruppi di alberi, e si distende anche in laghetti formati talvolta da vecchie cave di ghiaia; ma il suo corso, in principio, è indeciso, quasi che l’acqua fosse stupita di ritrovarsi alla luce dopo il lungo viaggio sotto terra … Queste fontane, o polle di risorgiva, chiamate in luogo fontanassi, formano i fiumi e i canali che intridono la pianura intorno alla città, la circondano e la penetrano con molte vene.
Scorrono le acque nei fossati, muovendo appena le erbe verdissime del fondo. Un tremito silenzioso passa su quelle erbe, simili a lunghi capelli accarezzati da una invisibile mano. Le fronde delle siepi, lungo le strade solitarie, si riflettono nitide sulle acque scorrenti, di una freschezza e trasparenza incredibili».
Dopo questa meravigliosa descrizione, di una precisione quasi fotografica, ma poetica nello stesso tempo, dipinta sullo sfondo verde della campagna trevigiana, torniamo alle origini geografiche del fiume, alle sorgenti propriamente dette o a ciò che rimane di esse.
Il paese è Casacorba 4 ed inizialmente, tra polle ed acqitrini, era costituito da casolari allora raggiungibili anche con barche. Comunque la totale tombinatura ha reso irriconoscibile il regno dei  fontanassi, ora più piccoli e meno profondi, in parte destinati a scomparire, soffocati da colture e pianificazioni. Tre sono le zone in cui si possono suddividere i  fontanassi, alcuni tra pioppi e ninfee, altri tra i rovi: tutti comunque, o quasi, sono in provincia di Padova, con dispetto dei trevigiani, tra Torreselle e Levada, frazioni di Piombino Dese: il nuovo Sile è quindi, almeno nei primissimi chilometri, padovano, per diventare trevigiano tra Cavasagra, Ospedaletto e Badoere.

Parlando di affluenti va detto subito che, essendo la bassura del Sile inclinata da nord ovest verso sud est e trovando spazio a nord l’alta pianura trevigiana ed a sud quella più bassa, è logico aspettarsi un più alto numero di affluenti dalla sinistra idrografica (cioè sostanzialmente da nord) che dalla destra (cioè da sud). E così è infatti: confluiscono da destra soltanto il Dosson, il Serva, il Bigonzo e il Fuin, mentre tutti gli altri provengono dalla sinistra idrografica e precisamente: il Cerca, il Botteniga, il Giavera, il Pegorile, il Limbraga, lo Storga, il Melma, il Nerbon, il Musestre, il Vallio ed il Meolo 5.
Pure questi affluenti, generalmente di breve percorso, sono di risorgiva; originano cioè lungo la linea detta appunto delle risorgive, di cui parleremo ancora in seguito ma che per ora può essere definita come la linea (più o meno curva) ottenuta congiungendo i punti di affioramento delle acque meteoriche filtrate sotto il terreno fino al loro ritorno alla luce.
Nella zona che a noi interessa, tale linea segue questo percorso: dal circondario di Castelfranco, verso Cavasagra e Casacorba (zona delle sorgenti), poi Quinto, la zona sud di S. Bona, S. Pelajo, S. Artemio, poi in direzione di Carbonera e Breda di Piave.
E’ costituita da un insieme di fontanassi, lungo il confine tra l’alta pianura (più ghiaiosa, secca, a granulometria più grossolana) e la bassa pianura (umida, ricca di acque, a granulometria più fine).
Va aggiunto che, oltre questi corsi d’acqua, sostanzialmente “naturali”, vi sono vari canali (come ad esempio la Piavesella) oppure derivazioni di uno stesso corso (come avviene per il Botteniga che, entrando in città, si ramifica in più canali) e mentre di alcuni di essi l’origine “naturale” è certa, come ad esempio per il ramo principale del Botteniga-Cagnan, per altri vi sono pareri controversi (cioè ad esempio per il Cantarane, il Siletto, il Canale delle Convertite, ecc.).

Origine geologica

Geologicamente parlando, le fonti hanno un denominatore comune: (A. Comel, Terreni agrari della provincia di Treviso, 1971): si tratta di una bassura sorgentifera, collocata tra ghiaie di vecchia alluvione con scarsa alterazione o variamente commiste a sostanze terrose e terreni argillosi o sabbioso-argillosi di antica alluvione, in vario stato di decalcificazione, spesso con caranto 6.
  

Note


1 Giuliano Palmieri, 1980, Treviso dalla Preistoria all’Età Romana, in Treviso Nostra, p. 160 afferma che «il Sile, come l’omonimo fiume del pordenonese ed il Silaro (attualmente Sele) della pianura di Paestum, deriva dal prelatino Sila, canale». Ed è questa l’ipotesi più accreditata.
2 E, dall’alluvione del 1966, la breccia sull’argine destro (verso la laguna) del “taglio” fra Portegrandi e Caposile.
3 Soprattutto a valle di Casale.
4 «Il nome Casacorba si presta a discordanti ipotesi sulla sua esatta derivazione. La forma Casa-curva compare in un documento del 994:  “in vico qui Casa curva vocatur quem Wangerius aedificavit” (nel villaggio che si chiama Casa Curva che Wangerio costruì).
Sulla base di questa fonte storica sembra plausibile, più di molte altre spesso fantasiose, la soluzione proposta dall’Olivieri che, ritenendo l’aggettivo curva riferibile al nome casa, deduce l’esistenza nel luogo, intorno al 1000 d’una costruzione con particolare pianta arcuata, oppure d’un gruppo d’edifici disposti a semicerchio, forse in relazione ad una particolare conformazione del terreno, qui ricchissimo d’acque». Giacinto Cecchetto, Dalle origini al 1813, in Stare a Vedelago, 1980, pag. 97.
5 Sono qui ricordati solo i più importanti.
6 Conglomerato sabbioso-argilloso di antica origine marina.


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Bibliografia

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© 1989, dal libro Sile. Alla scoperta del fiume di Camillo Pavan