venerdì 5 aprile 2013

Franc Rupnik, 1997 - Recensione "Caporetto" di C. Pavan



 Knjiga italijanskega raziskovalca in zgodovinarja C. Pavana

O padcu Kobarida

Zanimiva pricevanja italijanskega in nemskega udelezenca zgodovinske bitke

«Kobarid je presel v svetovno zgodovino kot kraj najvecjega poraza italijanske voiske v prvi svetovni vojni. Kraj sam pri tem ni utrpel velikega razdejanja in skode, vendar je iz najnovejse knjige italijanskega raziskovalca in zgodovinarja Camilla Pavana, (ki je ravnokar natisnil svojo knjigo "Caporetto" na 472 straneh, v Trevisu) razvidno, da so bile razne krajse bitke tudi v neposredni blizini Kobarida in v samen Kobaridu. Pri opisovanju le teh navaja tudi natancni cas in se nekaj pricevanj dveh udlezencev, enega iz italijanske strani, drugega iz nemske. Zato je porocilo toliko bolj verodostojno».  


[Il libro del ricercatore di storia e storico italiano C. Pavan / La caduta di Caporetto / Le interessanti testimonianze di un combattente italiano ed uno tedesco che presero parte alla storica battaglia
 Caporetto passò alla storia mondiale come il luogo in cui l'esercito italiano ebbe a subire la più grave disfatta della prima guerra mondiale. In questa circostanza il paese non soffrì gravi distruzioni o danni, tuttavia dal recentissimo libro di Camillo Pavan, ricercatore di storia e storico, (che ha or ora stampato la sua opera "Caporetto" di 472 pagine, a Treviso) risulta chiaramente che diversi scontri armati avvennero anche nelle immediate vicinanze di Caporetto e in Caporetto. L'autore ne indica nella sua descrizione anche l'ora esatta citando alcune testimonianze di due militari che vi presero parte, uno dalla parte italiana, l'altro da quella tedesca. Perciò la sua informazione è tanto più attendibile».]

Brano della recensione pubblicata su
DOM kulturno verski list
Cividale del Friuli, 15 novembre 1997

(Franc Rupnik, nel 1997 era il parroco di Caporetto)

Emanuele Bellò, 1997 - Recensione "Caporetto" di C. Pavan


«Con il rigore storico e documentario che lo ha sempre contraddistinto, Pavan, dopo quattro anni di ricerche in archivi, biblioteche e sui luoghi di battaglia, ci fa rivivere nel minimo dettaglio quell'odissea dei popoli che fu causata dalla tremenda rotta e che finora era in buona parte rimasta ignota e rimossa dalla retorica di regime.
Particolarmente interessanti sono le interviste ai testimoni diretti degli eventi, ormai ridotti di numero, che con la drammaticità delle loro narrazioni ci fanno rivivere le sofferenze, le speranze e le traversie che accomunavano le popolazioni dietro ai vari fronti in un quadro storico che per la prima volta si presenta sgombro da nazionalismi e distorsioni, grazie anche all'opera di studiosi sloveni che hanno coadiuvato Pavan nella sua encomiabile opera che segna un punto fermo nella storiografia moderna».

SPORTrevigiano, 24 ottobre 1997

giovedì 21 marzo 2013

Fra i campi di Sant'Angelo (Treviso) alla scoperta di un cippo di confine dell'800

Sul confine fra il comune di Treviso (località S. Angelo Basso) e quello di Preganziol (località Settecomuni) esiste un cippo di chiara fattura ottocentesca, posizionato quasi sicuramente dopo il 1866 quando - con l'annessione del Veneto all'Italia - cessò le sue funzioni il comune rurale autonomo di Canizzano con S. Angelo, attivo fra il 1806 e il 1813 (Regno Italico, periodo napoleonico) e durante il Regno Lombardo Veneto fra il 1816 e 1866 *.
Il cippo, di fatto, è ormai illeggibile (confrontare le foto del 1985 e del 2012), ma il luogo in cui è inserito merita una visita.

S. Angelo in una mappa ad uso interno
del Comune di Treviso successiva al 1923 (rilevamento IGM)
e precedente al 1938 quando venne ufficialmente inaugurato da 
Mussolini - il 21 settembre - l'aeroporto militare di Canizzano.
La posizione del cippo di confine è in basso a sinistra
Mappa di Google (le riprese da satellite sono del 2012)
con le stradine e il paesaggio agrario nei pressi del cippo.
L'accesso alla parte finale, non asfaltata, della vecchia via Paludi
che dopo poche decine di metri - di fronte al cippo - termina
il suo percorso iniziato dalla Strada di Canizzano.
Nota. 
Non badare al cartello di divieto d'accesso "escluso i residenti":
è stato messo di recente, da mano privata.
(Non vi è citata alcuna ordinanza comunale)
Il cippo ottocentesco di confine al termine di via Paludi
(Sant'Angelo Basso-Treviso / Settecomuni - Preganziol)
Il lato visibile (e illeggibile) del cippo. (Aprile 2012)
Il cippo fra S.Angelo di Treviso e Settecomuni di Preganziol
come si presentava nell'aprile 1985.
Da questo lato si poteva leggere, con un po' di fatica:
"Treviso / confine comunale /
Strada di Canizzano /  Chi.tri 6,50"
 (6 ,5 km sono la distanza di questo punto dal centro di Treviso)

Per meglio conoscere il contesto in cui è inserito, guarda il video su You Tube

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* Vedi C. Pavan, Di acuto fiero morbo. Trenta lapidi del cimitero di Sant'Angelo sul Sile (coperte di rose), pag. 16,  nota 23.
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PS
Analogo cippo di marmo, con scritte colorate in rosso, è stato presente fino a una trentina d'anni fa
al confine fra San Vitale di Canizzano e Sambughè di Preganziol (fine strada Sambughè - comune di Treviso (lato sud) / inizio strada Munara - comune di Preganziol). E' stato utilizzato nella costruzione di un passo carraio che porta nell'adiacente campagna. (Testimonianza di Albino Benetton, Preganziol 1935, mio archivio, file 15062303, 09:50).
Ah, la passione per la storia e la "identità veneta", 
così forte in queste zone, baluardo della Lega & C.!

Marina Rossi, 2002 - Recensione "I prigionieri italiani dopo Caporetto"


Un libro di Camillo Pavan spiega il dopo Caporetto

Il viaggio dei prigionieri italiani nel nascente mondo dei lager

Marina Rossi, Il Piccolo -Trieste
19 giugno 2002
Camillo Pavan, singolare figura di editore ricco di interessi culturali, con una particolare predisposizione per la ricerca storica, già autore del corposo libro «Grande guerra e popolazione civile, volume 1 Caporetto », realizzato insieme a qualificati studiosi sloveni, ha voluto questa volta addentrarsi in un capitolo inedito riguardante il vasto e doloroso tema della prigionia dei militari italiani caduti in mano austriaca, nell'autunno del '17, dopo la rotta di Caporetto «Prigionieri italiani dopo Caporetto» (Pavan editore).
Avvalendosi di una ricca documentazione cartacea e visiva, proveniente da archivi pubblici e privati italiani, austriaci e sloveni, (tra cui il Kriegsarchiv di Vienna, il museo centrale del Risorgimento di Roma, la fototeca del museo di storia contemporanea di Lubiana, dei musei provinciali di Gorizia, della sezione fotocinematografica del comando supremo  e dell'archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano), l'autore si sofferma ad analizzare i destini dei vinti di Caporetto, dal momento della cattura, all'internamento nei campi allestiti in Friuli, durante le marce estenuanti o nei lunghi viaggi compiuti in treno verso i lager dell'Austria e della Germania. 
Udine, Codroipo, Cividale, Villasantina, la Val di Resia, i bacini dell'Isonzo e della Sava, i territori mistilingui abitati da italiani e sloveni, divenuti, un anno dopo, aree di confine tra il regno d'Italia e il nuovo stato Jugoslavo, segnarono le tappe di tragedie e sofferenze che confermano le tesi enunciate da Giovanna Procacci  nel suo volume dedicato ai prigionieri dell'esercito italiano, anche in territori così vicini a noi, soprattutto per quanto riguarda l'atteggiamento punitivo assunto dal comando supremo verso i militari italiani arresisi al nemico. 
Dal Pavan apprendiamo che il campo di concentramento di Cividale, già utilizzato dal regio esercito italiano per rinchiudere gli austriaci  diviene, agli inizi di novembre del 1917, luogo di tormenti per gli italiani, colpiti addirittura dall'aviazione del loro stesso esercito. «Un rumore assordante, vetri infranti, la baracca si scuote, il tempo appena di fuggire e una seconda bomba la manda in aria in un rovinio di legno e di schegge. Che strazio vedersi colpiti dai propri fratelli! E il fante pensava: "Che i fratelli vengano a punirci perché siamo prigionieri?"».
Nel Friuli rioccupato dagli austro-germanici i militari italiani laceri e affamati devono far i conti con l'ostilità della popolazione civile, poco prodiga di aiuti, sia perché a sua volta logorata e ridotta a una vita di stenti a causa della guerra, sia perché più propensa a sostenere le ragioni dell'Austria o comunque non necessariamente disposta a appoggiare la causa italiana.
Alla fine del lungo viaggo, per quei trecentomila prigionieri si sarebbero spalancate le porte dei campi di concentramento degli imperi centrali.
Le foto inedite di corpi ischeletriti dalla fame, confermano nella particolare prospettiva della ricerca del Pavan, un altro dato interpretativo ormai recepito da molti storici, che individua proprio nei campi di prigionia della grande guerra, la   prima guerra di massa nella storia dell'umanità,  l'avvio di quel sistema concentrazionario, applicato poi su vasta scala dal nazismo.
Marina Rossi
Il Piccolo, Trieste - Mercoledì 19 giugno 2002


Prof.ssa Marina Rossi, 2002


martedì 12 marzo 2013

Canottieri Sile, la vecchia pioppa (che non c'è più)

In questi giorni mi sono messo di buona lena a digitalizzare le mie foto d’antan. 
E che vedo? Che la quasi secolare pioppa in riva al Sile, vanto della Canottieri dal 1911, nel 2001 era morente, forse a causa di un'incauta potatura di tre anni prima. 
Da quell'anno, per vari motivi, non avevo più seguito le vicende del vecchio albero trevigiano.
Sono andato a controllare il suo stato di salute; in effetti la pioppa non c'è più.
Ci sono cose molto più importanti al mondo, ma un pochino me ne dispiace...


I pioppi (Populus nigra / pioppe, alla veneta) 
della Canottieri Sile di Treviso. (Foto 11.12.1988).
Quella in primo piano risaliva al 1911
e, novant'anni più tardi, è morta.



martedì 19 febbraio 2013

Sandro Zanotto, Il Sile è davvero morto?

Da qualche tempo si vanno moltiplicando le monografie sul Sile, di solito fondate su fotografie di effetto e testi poetici, che si presentano come eleganti oggetti da regalo, in relazione alla recente vocazione turistica dei trevigiani. 
La proliferazione di libri a prima vista potrebbe sembrare un buon segno, facendo pensare al grande amore dei trevigiani per il fiume di casa, elemento essenziale dell'identità cittadina. È una piacevole sensazione, che  però non dura a lungo.
Si nota subito infatti che non si tratta né di studi, né di ricerche, ma di celebrazioni: testi e fotografie continuano infatti a commemorare il meraviglioso fiume che tanto i trevigiani amavano e che purtroppo è morto, ucciso da una iniqua sorte.
Nessuno poi si chiede chi sia stato ad ucciderlo e se poi sia davvero morto, come dicono. Ma in questi casi la commemorazione stessa è già di per sé una indicazione, dato che il Sile è ancora vivo, ma è in degrado per cause del tutto umane e trevigiane.
Sono le conclusioni che risultano evidenti leggendo «Sile» di Camillo Pavan, la più recente (e definitiva) monografia del fiume. 
È un grosso libro che non ha fotografie di grande firma, è stampato in economia, non si presenta come oggetto da regalo, non fa propaganda turistica, e soprattutto non è la celebrazione di un morto.
È invece una documentatissima ricognizione compiuta di persona su tutto il corso del fiume, accompagnata da una esemplare ricerca storica, completata da interviste agli ultimi protagonisti della vita fluviale. In poche parole si tratta della prima, completa, totale indagine sulla situazione attuale del Sile, senza lamentazioni celebrative, né proposte utopistiche.
Naturalmente il libro è stato stampato in proprio, dato che non trovò alcuna sponsorizzazione: perfino la mesta prefazione di Cino Boccazzi (che pure anni fa diede vita ai «Quaderni del Sile») ha l'ormai consueto tono della commemorazione di un morto. Egli paragona perfino Camillo Pavan «a uno di quegli amanuensi che chiusi nelle loro celle trasmettono la sapienza antica», cioè a uno di quei frati che trasmettevano la memoria della cultura romana scomparsa da secoli.
Tutta la corale campagna celebrativa della morte del Sile viene smentita però dall'inchiesta di Camillo Pavan, dalla quale si ricava che i pericoli che il Sile ora sta correndo sono determinati proprio da quei trevisani che amano così tanto il loro fiume da fare tutto quel che possono per ucciderlo. Non è un paradosso, perché si tratta dello stesso atteggiamento mentale dei cacciatori, così sinceramente amanti degli uccelli, che li fanno imbalsamare dopo averli uccisi.
I trevigiani, che deplorano tanto il degrado del loro fiume, continuano infatti allegramente a scaricarvi dentro le fognature di tutta la città. Non basta certo quel ridicolo impiantino a S. Antonino che, anche se funzionasse in pieno, potrebbe a malapena depurare gli scarichi di 25.000 persone, mentre i trevigiani sono ormai quasi 90.000. E stato poi accuratamente messo a tacere l'episodio della constatazione di un condotto che rigurgitava scarichi maleodoranti in Sile dall'ospedale (o dall'obitorio?).
Sandro Zanotto
Finiscono inoltre in Sile senza depurazione gli scarichi tossici delle puliture a secco, dei fotografi, dell'officina degli autobus, assieme a quelli delle industrie. Un «pretore d'assalto» anni fa creò il «caso dell'olio di colza», ma si guardò bene dall'esaminare quel che l'industria continua a immettere nel Sile. 
E che ne è stato del progetto di un «parco del Sile» alle sue sorgenti? E chi ha mai punito le tanto facilmente accertabili recinzioni abusive di argini demaniali o gli scarichi di detriti dall'argine?
Chiudo qui e per il resto rimando al libro di Camillo Pavan, che però non dice una cosa che bisogna pur dire, cioè che coloro che degradano, inquinano e manomettono il Sile sono trevigiani; sono pure trevigiani quelli che glielo lasciano fare, come gli amministratori e i politici che non appoggiano le isolate iniziative in favore del fiume. Sono tutti trevigiani, che però commemorano col pianto sul ciglio la morte del loro fiume, dovuta a tragica fatalità.   

Recensione pubblicata sul mensile Cronache Trevigiane - Anno V, Numero 5, Giugno 1989
(Direttore Franco Pozzebon - Editore Marcaoggi - Stampa Italprint) 

Cronache Trevigiane, mensile diretto  da
Franco Pozzebon, anno V, Giugno 1989


domenica 20 gennaio 2013

Fiera di Treviso - Girandola da camino a forma di veliero

Il giorno di Natale del 2011 una persona di cui non ricordo il nome mi telefonò da Fiera chiedendomi se avevo la foto originale della girandola da camino pubblicata a p. 248 del libro Sile, alla scoperta del fiume. Gli risposi che quasi sicuramente ce l'avevo ma che si trovava in soffitta persa fra le migliaia di foto scattate nel corso di un ventennio di ricerche, e che chissà quando l'avrei trovata.
Da oltre un mese mi son messo di buzzo buono a digitalizzare l'archivio fotografico e stasera la foto in questione è saltata fuori.
Sperando sia quella che quel signore cercava, la pubblico.

Girandola da camino a Fiera (TV)