domenica 30 settembre 2012

Dighe Tagliamento, centrali idroelettriche di Tagliamento, Cellina, Isonzo - Libro disponibile

Tagliamento Cellina Isonzo: Dighe e centrali elettriche
Lo sfruttamento idroelettrico di Tagliamento, Cellina, Isonzo

Il volume, con le sue numerose foto e i dati tecnici ufficiali, riproduce parti di alcune pubblicazioni uscite in occasione della vendita all’ENEL degli impianti SADE, all’epoca della nazionalizzazione dell’energia elettrica.
È un libro indispensabile per chi vuole conoscere gli imponenti lavori che, nei primi sessant’anni del Ventesimo secolo, hanno portato allo sfruttamento intensivo — a fini energetici — dell’alto corso di Tagliamento, Cellina, Isonzo
Il panorama delle vallate venne radicalmente cambiato. Fiumi e torrenti furono imbrigliati. Spuntarono nuovi laghi artificiali. La montagna fu traforata da chilometri di gallerie per il trasporto dell’acqua in pressione. Migliaia di uomini trovarono nel lavoro per il colosso idroelettrico veneziano una momentanea alternativa all’emigrazione.
Un’opera grandiosa, non c’è dubbio. Tuttora fonte di energia preziosa per il nostro apparato produttivo e per il nostro stile di vita che di energia non sono mai sazi.

Elenco degli impianti

con i dati tecnici al 1963

Ristampa di pubblicazioni ufficiali della SADE Società Adriatica di Elettricità

Gian Antonio Cibotto, Il Gazzettino, 2006 - Giorgio Barbieri, La Provincia di Cremona, 2016


Gian Antonio Cibotto,
Il Gazzettino, edizione di Rovigo 
Domenica, 12 Marzo 2006


SALOTTO POLESANO
SUL BURCIO DEI BARCARI DEL PO
di G. ANTONIO CIBOTTO

Un amico che ha la passione del nostro Delta, dove si affaccia ogni tanto catturato dal vezzo della pesca (l'illusione dello storione l'ha tuttavia abbandonato), mi ha inviato in dono dalla provincia di Treviso un nobile libercolo intitolato "Navigare sul Po", illuminato da una stupenda foto accompagnata dalla spiegazione: "Storia di una famiglia di barcari". Vale a dire i Gnan, dei quali vengono riportate le auree (non è una esagerazione) testimonianze, raccolte da Camillo Pavan, del padre Attilio e della madre Maria Toffolo, compreso il periodo in terra belga con lui minatore nel pozzo di Goutroux. Un'esperienza negativa dalla quale è fuggito ritornando in terra polesana dove ha ripreso a navigare con un bel burcio motorizzato di nome Maria Giuliana, al quale per ricordo dei suoi anni di miniera ha dato poi il nome di Charleroi. Il felice ritorno è durato fino al 1. marzo del '70, quando una domenica di fine marzo nel calare l'antenna della radio un colpo di vento gli ha fatto sfuggire la presa e un'asta di cinque metri l'ha colpito alla testa. Dopo la sua morte è iniziata la stagione del figlio Adriano, che è stato assunto nel '71 e rimasto sul Po fino al marzo 2004. Per capire la felicità che provava lungo il fiume, dove è stato l'ultimo erede di una famiglia di barcari polesani (Gnan Trivèa) che da almeno duecento anni navigava sulle acque del Po, basta riportare una sua frase: «Il Po, per me, è stato un banco di prova, il fiume che mi ha impegnato su tutti e quello che ho amato più di tutti». Alla quale, per dare un'idea della singolare qualità del libro, non sarà male forse aggiungere la chiusura di "Navigare sul Po": «Dai burci di legno alle moderne chiatte, dall'emigrazione del dopoguerra all'alluvione del cinquantuno: sessant'anni di storia, vita e lavoro nel racconto in presa diretta degli ultimi eredi di un'antica famiglia di barcaioli di Donada».


Giorgio Barbieri, La Provincia di Cremona, 1 luglio 2016

Giorgio Barbieri, La Provincia di Cremona, recensione di Navigare sul Po

Pagina iniziale di NAVIGARE SUL PO                   -                   PER ORDINARE


Pagina iniziale - Navigare sul Po, C. Pavan 2006 - Fiume Po, navigazione fluviale (interna) - Testimonianza storica

(Storia della navigazione fluviale - interna in Italia)


Camillo Pavan, Navigare sul PoStoria di una famiglia di barcari - Pagine 32, formato 17 x 24, punto metallico.




Dai burci di legno alle moderne chiatte,
dall'emigrazione del dopoguerra all'alluvione del Cinquantuno:
sessant'anni di storia, vita e lavoro nel racconto in presa diretta
degli ultimi eredi di un'antica famiglia di barcaioli di Donada






Indici  

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Da questo libro è tratto lo spettacolo teatrale di Beatrice Zuin Celestina e il fiume - Prima rappresentazione: Teatro Camploy di Verona, 10 marzo 2022 



Pagina iniziale - I paesi e la città in riva al Sile, C. Pavan 1991 - Libri sul fiume Sile




Camillo Pavan, I paesi e la città in riva al SileUn secolo di storia del fiume in 142 cartoline - (1991) - Hanno collaborato: Anselmo Lemesin e Francesco Turchetto - Pagine 128, formato 18x30, cartonato.

Come le foto della nostra infanzia, le vecchie immagini dei nostri paesi,
della nostra città, del nostro fiume, sanno suscitare ricordi ed emozioni



Indice  


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venerdì 28 settembre 2012

Enrico Guerrazzi (sito grandeguerra.com : 1998-2008) - Giudizio su "In fuga dai tedeschi", di C. Pavan


Il giorno 14-01-2005 15:34, Enrico Guerrazzi, enrico@grandeguerra.org ha scritto:

> Caro Camillo,
>
> oggi ho ricevuto il pacco con le copie dei libri, frutto delle tue ricerche
> sul tema della Grande Guerra.
> Ti ringrazio innanzitutto per il gentile pensiero e ti faccio le mie
> congratulazioni per aver portato a termine, nonostante le difficoltà, il
> progetto che ha consentito, tra l'altro, di raccogliere preziose
> testimonianze sul Conflitto, ormai, per legge della natura, non più udibili
> dai diretti interessati. Non è adulazione la mia, ma penso che il tuo lavoro
> costituisca un addendum importante e originale nella copiosa letteratura
> sulla G. G. fiorita negli ultimi venti anni (…)


Enrico Guerrazzi ( † 2008, S. Maria Hoè LC) è stato ideatore e editore del primo importante sito italiano sulla Grande Guerra: grandeguerra.com, in rete dal 1998 al 2008.
Particolarmente frequentato era il suo "Libro degli ospiti", che per molti anni – prima dell'avvento dei "social" – fu il principale punto d'incontro degli appassionati di storia della Prima guerra mondiale.
Sono fra l'altro grato ad Enrico (persona di grande spessore umano e culturale) perché volle inserirmi, gratuitamente, nel ristretto gruppo degli "Amici" in una posizione del sito strategica, grazie alla quale il mio lavoro ebbe una notevole visibilità in rete.


Il logo del sito web di Enrico Guerrazzi
"www.grandeguerra.com"
rimasto in rete fra il 1998 e il 2008


Paolo Deotto, 2005 - Recensione "In fuga dai tedeschi", di C. Pavan



Recensione su Storia in Network
Numero 104 - Giugno 2005


IL LIBRO IN PRIMO PIANO - "In fuga dai tedeschi" racconta la tragedia
vissuta da veneti e friulani dopo lo sfondamento delle linee italiane a Caporetto
IL MARTIRIO DEI CIVILI TRAVOLTI
DALLA PRIMA GUERRA MONDIALE
di PAOLO DEOTTO
"Era una catastrofe.un mondo che si rovescia, una cosa che non si riesce a spiegare. Ho visto un finimondo, tutto fuoco, un mondo di fuoco in lontananza, molto largo, incredibile. Tutta l'Italia scappava, scappavano i feriti, gli ammalati, con carreggi e senza carreggi. Non c'era ordine, era un disordine enorme, come delle mosche che si gettano fuori, così. Era un finimondo, non si può parlare di ordine, di carabinieri, di polizia."
(testimonianza di Luigi Disastri, operaio militarizzato)
". nella ritirata, quando gli italiani sono scappati, quando li hanno mandati, sì, quando hanno dovuto andare sul Piave, quella sera lì. avevano grandi magazzini di munizioni e hanno fatto scoppiare tutte le munizioni. Il cielo era tutto una fiamma, tutto una fiamma, pareva che scoppiasse il mondo; tutto il cielo era un grande fuoco."
(testimonianza di Maria Cantarut, di Brazzano di Cormons)
Il cielo stesso era di fuoco: era il finimondo . Era la rotta di Caporetto, un nome che riassume in sé stesso il concetto di catastrofe, di evento terribile. E torna a parlarcene Camillo Pavan, lo storico, già noto ai nostri lettori (sui numeri 51 e 61 di Storia in Network presentavamo le sue precedenti opere), che ha dato al nostro disattento Paese un'opera importantissima sulla Grande Guerra, un'opera che trova il suo coronamento in questi due libri di cui vogliamo parlarvi, "In fuga dai Tedeschi - l'invasione del 1917 nel racconto dei testimoni" e "L'ultimo anno della prima guerra - il 1918 nel racconto dei testimoni friulani e veneti".

Quando si parla di guerra, la storiografia può offrirci analisi politiche e militari, più o meno orientate. Le grandi guerre e le grandi battaglie sono da sempre oggetto degli studi più approfonditi, soprattutto quando si tratti di conflitti che, come la Prima Guerra, hanno
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La copertina del libro
di Camillo Pavan
sconvolto equilibri, cambiato la mappa politica del mondo e sono stati il prodromo a successivi, tremendi, sconvolgimenti. E soprattutto in questi casi diviene quasi inevitabile che lo storico fornisca (più o meno coscientemente) una sua lettura di parte, perché ci sono fatti, ormai consegnati alla Storia, che hanno però determinato profondamente anche il nostro vivere quotidiano, la nostra realtà politica attuale.
Quando si parla di guerra, diviene quasi inevitabile condannarla, perché la guerra è sofferenza, morte, distruzione; ma purtroppo questa indiscutibile condanna è quasi sempre espressa da quanti, dichiarandosi "pacifisti" o "antimilitaristi", hanno però un'insopprimibile tendenza a dimenticare l'una o l'altra parte, a seconda della convenienza politica, sicché il pacifista o l'antimilitarista sono, più realisticamente, i partigiani dell'una o dell'altra parte, pronti a descrivere tutto il male fatto dalla parte avversa.
Assolutamente diverso è il metodo di Camillo Pavan: chi ha già letto le precedenti opere dello scrittore veneto sa come, assieme alle accurate ricerche negli archivi storici, Pavan ci fornisce le testimonianze più dirette, più umane, sulle quali ricostruire gli eventi in quella particolare dimensione, in genere negletta, che ci consente di capire cosa fu realmente la guerra per le popolazioni, nello sconvolgimento della vita quotidiana, delle certezze di ogni giorno. ".un mondo che si rovescia, una cosa che non si riesce a spiegare."

Lasciamo che sia lo stesso Autore a spiegarci come nasce e come è impostato il libro "In fuga dai Tedeschi". ". I protagonisti di questo libro erano allora bambini, al massimo adolescenti; nessuno arrivava ai vent'anni. Sono donne e uomini qualsiasi, ma sono gli ultimi ad avere vissuto in prima persona quell'evento lontano, straordinario e terribile, che fu la Grande Guerra. Nei loro racconti non mancano ingenuità, imprecisioni, esagerazioni e rielaborazioni a posteriori di episodi da loro stessi mille volte ascoltati. Leggendo con attenzione si riuscirà a distinguere il vero, il vissuto come vero e il fantastico..."
I protagonisti: oltre ottanta persone, intervistate dall'autore nell'arco di un quindicennio, dal 1984 al 1999. E' quindi dalla loro voce che noi possiamo rivivere la tragedia di Caporetto, la fuga, l'odissea dei profughi e i drammi di quanti invece restarono.
Dopo un paziente lavoro di traduzione dai dialetti e di trascrizione di decine di audio cassette, Pavan ha suddiviso cronologicamente i ricordi degli intervistati e ogni capitolo rappresenta una tappa del penoso cammino iniziato il 24 ottobre 1917, quando scattò l'offensiva austro tedesca che travolse le linee del nostro esercito e fece risorgere un'atavica paura: la paura dei "tedeschi". Virgolettiamo la parola non a caso perché, come ci spiega lo stesso Pavan, l'offensiva di Caporetto e la successiva occupazione furono opera della XIV Armata austro tedesca, che comprendeva combattenti della Germania unitamente a ciascuna delle molteplici nazionalità dell'impero austro ungarico. In tutto, gli invasori appartenevano a venti nazionalità e gruppi etnici.

Ma comandi e truppe italiane usavano genericamente il termine "tedeschi", così come i testimoni, pur intervistati a settanta-ottanta anni dai fatti. Solo quando si scendeva nei
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Caporetto: soldati italiani
in rotta dopo l'attacco tedesco
dettagli, soprattutto per distinguere il comportamento di tedeschi, ungheresi e bosniaci da quello degli austriaci, le differenze venivano sottolineate, in genere a favore degli austriaci.
Dall'Isonzo al Piave: le truppe austro - germaniche travolgono le nostre resistenze e inizia l'incredibile. Il mondo che si sconvolge per una popolazione perlopiù rurale, le cui certezze erano la famiglia, la terra da lavorare, gli animali da governare. La visione dei soldati in rotta disordinata è già di per sé stessa sconvolgente, l'atavica paura ritorna: arrivano i tedeschi, in una parola arrivano dei soldati che l'immaginario popolare vede come spietati e feroci, "che tagliano le mani ai bambini", "stuprano e saccheggiano". E intanto i nostri soldati fanno saltare i depositi di munizioni, per non farli cadere in mano al nemico. Il mondo si sconvolge "è tutto un fuoco".
Partire o non partire: il titolo del secondo capitolo enuncia il dramma delle popolazioni. Perché la scelta non è così semplice. Per molti partire vuol dire abbandonare "la roba", né questo è bruto materialismo, ma è la possibilità stessa di vivere. Perché per una popolazione prevalentemente agricola "la roba" è anche la fatica di ogni giorno, quella che permette di vivere. Il maiale, la vacca, le coltivazioni, il vino: partire e lasciare tutto alla mercé degli invasori o restare per difendere le proprie cose?

E restando, sarà possibile difenderle? Poi l'invasore dilaga e con l'invasore bisogna anche trovare un modus vivendi, laddove sia possibile, oppure cercare di opporsi agli abusi; e questo è spesso più difficile, se non impossibile. Né le pretese dell'invasore si limitano alla "roba". Il ricordo di stupri sfuma per naturale difesa, per senso del pudore, tuttavia, avvisa Pavan, i risultati della Commissione di inchiesta che indagò sulla violazione dei diritti umani nelle zone invase non consentono di liquidare questo fenomeno come "mera propaganda". ". è pure inevitabile che tutti gli eserciti, compreso quello italiano nelle 'Terre Redente', siano protagonisti di stupri. Ma c'è un livello di violenza diciamo fisiologico (tuttavia non accettabile) e un livello patologico: non tutti gli eserciti impegnati nella Grande Guerra si comportarono come l'armata austro-tedesca vincitrice a Caporetto. Liquidare la scia di violenza ed efferatezze che accompagnò l'invasione del Friuli e del Veneto nel 1917-18 come mera propaganda è senz'altro riduttivo."Abbiamo fin qui letto, dalla voce dei testimoni, il dramma dello sconvolgimento e dell'invasione. La guerra non è più il lontano brontolio del cannone, ma diviene un fiume in piena che travolge la vita, la famiglia, la tranquillità di tutti i giorni. È la guerra "totale", un fatto che non riguarda più solo gli eserciti, ma coinvolge tutti, donne, bambini, vecchi, travolti da avvenimenti che li sovrastano. Le testimonianze scorrono tra due estremi, tra la realtà e la favola. Due frasi significative aprono il prologo del libro: "Mi ricordo come fosse adesso" (Isolina Polito, di Romanziol) e "Adesso sembra una favola" (Lido Fattori, di Udine). Ma tra realtà e favola c'è comunque una ricorrente che accomuna spesso l'esercito italiano in rotta e l'esercito austro ungarico in ritirata: la fame.

Molto prosaicamente, aldilà delle parole altisonanti di politici e Stati Maggiori, i soldati che fuggono, ma anche quelli che dilagano, hanno fame. I due Imperi sono stremati dopo quattro anni di guerra e inoltre la velocità dell'avanzata ha colto di sorpresa gli stessi vincitori, che ora si trovano senza rifornimenti. Una vacca, un maiale, i polli, e il vino sono 
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Addio alla casa, al villaggio, ai
ricordi. Con lo strazio nel cuore
meraviglie per impadronirsi delle quali non si esita a mettere mano alle armi. Né si esita a cercare di difendere, a rischio della vita, questi beni preziosi. Perché, lo notavamo prima, per una famiglia contadina una vacca, una scrofa, le botti piene di vino buono, vogliono dire la stessa sopravvivenza. Poi, gli austro ungarici saranno ricacciati dalle nostre truppe, riorganizzate dopo il pauroso sbandamento. La linea del Piave sarà il simbolo della riscossa. Ma non solo di quella.
Riportiamo, così lapidaria come la leggiamo, una testimonianza che da sola ci dà un quadro molto significativo: "All'altezza del Ponte di Tre Bocche, sull'argine grande da San Bortolo a Fagarè, i tedeschi erano venuti di qua del Piave e si sono mangiati mezzo maiale a casa dei Biasini, fittavoli di Marinello. Poi è arrivato il 18° bersaglieri italiano, ha mandato via i tedeschi e si è mangiato il resto del maiale".
Due capitoli, "Profughi, la partenza" e "Profughi, il viaggio" raccolgono le testimonianze di quanti fuggirono. Secondo i dati del Ministero delle Terre Redente, furono oltre seicentomila le persone che lasciarono le terre invase. Fu un esodo biblico, che mise le autorità di fronte a problemi del tutto nuovi. La gente in fuga intralciava le strade già intasate dai militari in rotta e dai pochi reparti ancora inquadrati.

Per alcuni giorni fu il caos totale, poi la fuga iniziò ad avere un andamento più ordinato, consentendo alle autorità di organizzare, dove possibile, l'accoglienza dei profughi. Oggi, abituati come siamo a viaggiare, forse fatichiamo a capire appieno il dramma che vissero quei profughi. Per un veneto o per un friulano, per una popolazione attaccatissima alla propria terra, trovarsi a dover migrare forzatamente fino, in alcuni casi, in Sicilia, fu un vero dramma nel dramma. Il popolo italiano era lungi dall'essere "uno" e le testimonianze raccolte da Pavan ci riportano tanti casi di solidarietà e carità, ma anche ricordi di discriminazioni, di fame, di emarginazione, rese ancora più tragiche dal fatto che molti nuclei familiari si erano frantumati nella fuga. I bollettini di ricerca di familiari dispersi, diffusi dalle Prefetture e dalle Istituzioni di assistenza, restano come documenti di un ulteriore dolore portato dalla guerra.
Molto interessante è l'appendice "Preti e Vescovi dopo Caporetto". La direttiva del Vaticano era molto semplice: rimanere al proprio posto: "E' volere dell'Augusto Pontefice che, anche in caso di invasione, tutti gli ecclesiastici, vescovi e sacerdoti, rimangano al loro posto, per compiere con la dovuta abnegazione il proprio dovere ed infondere agli altri la calma tanto necessaria in sì dolorose circostanze". Il clero seguì nella quasi totalità le direttive papali. Tra i pochi vescovi fuggiaschi, quello di Udine e tuttavia nella sua diocesi, 600 preti su 678 restarono al proprio posto. Ci furono anche casi di parroci, come l'abate di Moggio Udinese, Pacifico Belfio, che, trovandosi fuori sede al momento dell'invasione, sentirono il dovere di tornare alla propria parrocchia per stare vicini ai fedeli.

Nel complesso insomma la Chiesa "tenne" e i suoi preti affrontarono l'incognita del comportamento dell'esercito invasore. Anche qui non mancano le testimonianze dei diversi modi di agire degli austriaci rispetto ai germanici e tanto più rispetto a bosniaci e ungheresi. E sovente i preti dovettero adattarsi alla situazione, per lenire le sofferenze della popolazione, salvo poi trovarsi, a guerra finita, accusati di "collaborazionismo". Né questa accusa venne dalle popolazioni, ma da quella classe politica che faceva del laicismo mal inteso una bandiera che fu, in questo caso, quanto mai inopportuna, perché nei momenti di maggior caos e sbandamento la Chiesa rappresentò, come già altre volte nella storia, il solo punto di riferimento stabile.
Il Vescovo di Vicenza, Ferdinando Ridolfi, scriveva il 25 giugno 1918 al Primo Ministro, Orlando, e al ministro guardasigilli Sacchi: "Eccellenze, ho 700 preti, 200 sotto le armi e 500 in cura d'anime. sono tutti al loro posto, dall'inizio della guerra, non uno l'ha lasciato. Si trovano scaglionati, tra i bagliori delle vampate e tra lo scoppio delle bombarde, davanti al Pasubio, al Cimone, al Cengio, al Paù, Al Grappa. non uno è fuggito. Non uno m'ha chiesto un trasloco, non uno. Eccellenze, può il governo dir lo stesso dei suoi funzionari?.". C'è infine, e i lettori ci perdoneranno se non procediamo in ordine perfetto, un capitolo a nostro avviso molto importante, inserito prima dell'appendice: "Gli intervistati, profili biografici".

Non è un mero elenco di nomi e date di nascita, luoghi di residenza. È il modo di toccare con mano un pezzetto di vita di ciascuno di questi testimoni, perché una persona esiste con un nome, un cognome, esiste in un paese dove è nata e in paese dove è
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Maniago (Friuli): profughi
in attesa di partire
vissuta. Questo elenco rende il libro più vivo, ci fa entrare in un contatto più profondo con quelle voci sparse, con quei ricordi così profondi e così vivi nella loro semplicità.
"L'ultimo anno della prima guerra" è un volumetto di sole 64 pagine. L'Autore ci spiega, nella postfazione del libro, che quest'opera è nata dall'esigenza di non lasciare inutilizzate tante interviste che non avevano trovato spazio nell'altro libro. Purtroppo una proposta fatta da Pavan alla Provincia di Treviso, affinché acquistasse il materiale per metterlo a disposizione degli studiosi, è rimasta senza esito. Così è nata la decisione di pubblicare anche questo volumetto, in sole 370 copie, di cui 340 numerate e firmate.
Due capitoli in particolare ci hanno colpito: "La fame" e "I frutti della guerra - recuperanti di mestiere - il Carso". La fame, Cavaliere dell'Apocalisse, che stermina gli uomini dopo la follia del conflitto, fu la vera protagonista dell'ultimo anno di guerra. Testimonianze che ripetono, ossessivamente, lo stesso dramma: trovar da mangiare. Il registro dei morti della Parrocchia di Miane, nella sua crudità, dice molto di più di qualsiasi discorso: morti per anno: nel 1916, 66, nel 1917, 73, nel 1918, 521.

L'anno successivo, 1919, si ritorna a cifre "fisiologiche": 58.
Poi ci sono le conseguenze della guerra: chi scopre che per riuscire a campare può essere una soluzione mettersi a fare il "recuperante": le zone di battaglia sono piene di metalli che si possono commerciare, rame, ferro, piombo. Ma spesso questo vuol dire incappare in una mina e saltare in aria, cercare di svuotare un proiettile per recuperare il rame del bossolo vuol dire restare mutilati. La guerra vuole ancora, dopo anni, il suo tributo di sangue. E infine "Il Carso", la testimonianza di Enzo Giusmano di Sagrado, che quasi per caso prese ad esplorare la zona, scoprendo le salme di tanti caduti abbandonati e dimenticati e si diede da fare perché fosse data una sepoltura cristiana a quei poveri resti, lasciati in un "paesaggio lunare", che trovarono poi riposo, almeno in parte, nel sacrario di Redipuglia. E un amaro accenno finale al museo di San Michele, ormai aperto solo al sabato e alla domenica, grazie alla buona volontà di un pensionato di Gradisca. La Patria non si è curata molto dei suoi figli morti: sul San Michele "adesso ci sono anche molti ripetitori televisivi".
Accennavamo all'inizio del nostro articolo ai "pacifisti" e agli "antimilitaristi", con tutta la nostra cordiale disistima per gli uni e per gli altri. Leggiamo invece, e facciamo leggere, le opere sulla Grande Guerra di Camillo Pavan. La certosina pazienza dell'Autore ci consente di capire cos'è la guerra. La raccolta puntuale e fortemente determinata delle testimonianze dirette di chi si trovò nel mezzo del turbine, il racconto privo di enfasi e retorica, ci portano ai fatti, alla tragedia vissuta, ci portano a capire come siano vuote tante analisi politiche, sociali, militari, tante posizioni partigiane.

Morte, fame, dolore, vite sconvolte. Questa è la guerra. E ci consenta l'amico Pavan un confronto: Erich Maria Remarque ("Niente di nuovo sul fronte occidentale") e Sven Hassel ("Maledetti da Dio") vanno con lui a braccetto, nel denunciare, con una prosa asciutta e semplice, ma con l'enorme forza dei fatti, l'atrocità della Guerra in sé stessa e soprattutto la sua inutilità. Con una differenza: Pavan ha la fortuna (o la sfortuna, scegliete voi), di essere italiano, vivere e lavorare in Italia, in un Paese sonnolento e disattento, che non conosce e non vuole conoscere la sua storia, che preferisce un po' di retorica sbrigativa, per avere il tempo di tuffarsi poi nell'ultimo programma televisivo e intontirsi a dovere. E così Camillo Pavan è edito da Camillo Pavan. Una scelta che gli fa onore, ma che è anche faticosa. Per questo invitiamo tutti i nostro lettori a conoscere meglio l'Autore visitando il suo sito, www.camillopavan.it , sul quale potranno anche trovare le modalità per acquistare i suoi libri.
All'amico Camillo Pavan porgiamo un saluto e un ringraziamento: ancora una volta ci ha dato l'occasione di imparare, di restare stupiti e quindi, speriamo, anche di migliorare un poco.
BIBLIOGRAFIA
  • In fuga dai Tedeschi, pagg. 160, con molte illustrazioni b/n nel testo, euro 18,50
  • L'ultimo anno della prima guerrapagg. 64, con illustrazioni b/n nel testo, tiratura limitata a 370 copie, euro 20,00

Davide Bedin, Valmarana di Altavilla Vicentina, 2005 - Giudizio su libri Grande Guerra di C. Pavan


Valmarana di Altavilla Vicentina
Il giorno 17-02-2005 17:36, davide_bedin@ (…) ha scritto:
> Carissimo sig. Pavan,
(…)
> Come appassionato della storia della prima guerra mondiale, in questi annni
> mi sono dedicato intensamente alla conoscenza di quello che era il fronte
> italiano e ho attinto abbondantemente alla sterminata bibliografia esistente.
>
> Ripercorrendo, spesso in solitudine, gli itinerari dimenticati di quel fronte
> (soprattutto sul Carso di Comeno, sulla Bainsizza o nelle recondite e
> spopolate vallate delle Prealpi vicentine), mi sorge un desiderio vivissimo di ridar
> voce e dignità a posti e persone. D'altra parte, è una lotta contro il tempo:
> se i luoghi stanno sempre lì a far riflettere e ad ammonire, le persone
> non tornano più.
>
> E' per questo che apprezzo infinitamente le Sue ricerche. Sembra incredibile
> che da eventi già così tanto studiati sia stato possibile recuperare tante
> preziose testimonianze, ormai destinate all'oblio. Mi congratulo con Lei
> per essere riuscito a portare avanti il Suo progetto, nonostante le difficoltà
> di cui mi aveva parlato (…)