giovedì 11 aprile 2013

Paolo Pregnolato, 1987/95, La Pulce - Emanuele Bellò, 1993, Quatro Ciàcoe - Recensioni lavori di C. Pavan



Paolo Pregnolato
La Pulce - Treviso, 23 ottobre 1987
Recensione mostra storica sul Sile e Fiera di C. Pavan
(Fiere di San Luca 1987)
Paolo Pregnolato, giornalaio, giornalista, editore, rugbista, ecc.
dalle colonne del suo "La Pulce" 
ha sempre seguito con un occhio di riguardo i miei lavori.



Paolo Pregnolato
La Pulce - Treviso, 1 dicembre 1992
Recensione libro "Raici" di Camillo Pavan




Paolo Pregnolato
La Pulce - Treviso, 16 novembre 1993
Recensione libro "Cento facili ricette con il radicchio"
di Giancarlo Pasin





Paolo Pregnolato
La Pulce - Treviso, 16 ottobre 1995
Recensione libro "Il Duce nelle Venezie"
Introduzione di Alessandro Casellato, Ediz. C. Pavan TV



Recensione di Paolo Pregnolato su "La Pulce"
del volume "Il duce nelle Venezie".
(Edizioni Pavan, 1995 - Introduzione di Alessandro Casellato)




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Emanuele Bellò
Quatro Ciàcoe, Ottobre 1993
Recensione "Raici" di Camillo Pavan

mercoledì 10 aprile 2013

Giovanna Procacci (Università di Modena), 2004: Giudizio su "L'ultimo anno della prima guerra", di C. Pavan


Firenze 5-11-2004
Caro Pavan,

Sa che mi sono commossa a leggere alcune testimonianze del suo bel volume “L'ultimo anno”? Non avrei mai immaginato che vi fossero stati dei morti per fame. Lei ha fatto uno splendido lavoro, e mi sento molto onorata di essere uno dei destinatari di un volume a tiratura limitata.
Mi dispiace solo che lei non voglia seguitare nelle sue ricerche sulla prima guerra mondiale. Anche se i suoi volumi non vengono accolti con entusiasmo dalla gente, non si scoraggi: c'è ancora qualcuno che li apprezza.
Sui suoi volumi farò fare delle esercitazioni ai miei studenti della laurea specialistica. Spero quindi che ci ripensi.
(…)
Riguardo all'apprezzamento delle vicende della prima guerra mondiale consideri comunque ciò che le ho già raccontato: il suo libro mi è stato rubato mentre ero (…) a Firenze. Può mandarmelo in contrassegno a (…)? 
Grazie!
La saluto molto cordialmente e ancora grazie per l'opera che ha svolto.

Giovanna Procacci

Cento facili ricette con il radicchio, il libro di Giancarlo Pasin

Tempo fa sono stato l'editore di un volume di ricette sul radicchio rosso di Treviso, opera del noto chef Giancarlo Pasin titolare dell'Osteria Alla Pasina.
Il ristorante di Pasin si trova immerso nella campagna di Dosson, località unanimemente considerata la patria del radicchio trevigiano. Sarà forse per questa simbiosi con la terra del fiore d'inverno che Giancarlo ha saputo dare vita a ricette semplici ma di sicuro effetto, in grado di valorizzare al massimo il prodotto simbolo dell'agricoltura trevigiana.
Il volume ha avuto un notevole successo ed è stato ristampato varie volte; ritengo che l'autore abbia ancora delle copie disponibili.


La copertina del libro di Giancarlo Pasin

La carriera di Giancarlo Pasin in un articolo
di Giorgio Garatti (Sportrevigiano 13.1.1995)


Mario Sanson, 2004: recensione "Ultimo anno della prima guerra" di C. Pavan


In sordina, se non quasi sottobanco, e per giunta in sole 340 copie numerate, è da poco uscito “L’ultimo anno della prima guerra. Il 1918 nel racconto dei testimoni friulani e veneti” di Camillo Pavan, che come sempre è editore di se stesso. Un libro esiguo di pagine (64 e con caratteri tipografici ai limiti del leggibile), ma ricco di oltre novanta testimoni per un racconto collettivo della guerra vissuta dai “combattenti senza divisa” di qua e di là del Piave.
Con questo straordinario lavoro di conservazione a futura memoria, Camillo Pavan chiude il suo ciclo dedicato alla Grande Guerra, cominciato nel 1997 col poderoso “Caporetto. Storia, testimonianze, itinerari” e continuato nel 2001 e luglio 2004 rispettivamente con “I prigionieri italiani dopo Caporetto” e “In fuga dai tedeschi. L’invasione del 1917 nel racconto dei testimoni”.
“L’ultimo anno della prima guerra” (…) si caratterizza in particolare per il tema, invero poco esplorato, del ritorno dei profughi, e per quello, dimenticato o ignorato, dei “recuperanti di mestiere”.
Ecco alcune testimonianze (…)


Mario Sanson
L’Azione, Settimanale della diocesi di Vittorio Veneto, 14 novembre 2004

sabato 6 aprile 2013

"El rebegon" di Villanova d'Istrana (TV), antico strumento a percussione usato il Venerdì Santo


Nella cella campanaria del campanile di Villanova d’Istrana è conservato uno strumento a percussione proveniente dalla notte dei tempi: “el rebegon” *
Suona nei giorni della Settimana Santa in cui tacciono le campane: un suono sordo che ricorda il rumore di carri trainati da buoi che avanzano su una strada sterrata.
È composto da tre martelli di acero campestre fissati a stecche in legno di olmo (lunghe circa un metro) e mossi ritmicamente da un rullo dentato posto di traverso .
Antichi strumenti a percussione
El rebegon (detto anche ribegon) di Villanova d'Istrana (TV)
Foto: 29.3.2013
Unica concessione alla modernità, la rotazione è impressa al rullo da una puleggia a energia elettrica che sostituisce il manico girato a mano da generazione di ragazzi.
Prima della sua elettrificazione, avvenuta una ventina d’anni fa, un modello di rebegon leggermente più piccolo di quello attuale era posto alla base del campanile e, ricorda Mario Filippetto, 1944 (l’attivissimo membro della comunità parrocchiale di Villanova che ieri mi ha fatto da guida): «Ai miei tempi, dotato di quattro rotelle, veniva portato in giro per le strade del paese e fatto suonare dai ragazzi».
Mario Filippetto, Villanova d'Istrana (TV)
A ideare e costruire "una ventina d'anni fa" il modello attualmente sul campanile è stato Narciso Piovesan, un contadino e marangon ora deceduto, con l'aiuto del falegname Bepi Tonon e di Elvo Busetto il fabbro (e un tempo anche il maniscalco) di Villanova.
L'elettrificazione, a ben guardare, è stato il gesto generoso e previdente di chi - consapevole che altrimenti lo strumento sonoro sarebbe andato perduto e al suo posto ci sarebbe stata al massimo qualche fredda rievocazione folkloristica - ha voluto che l'antica tradizione continuasse anche in futuro, come parte integrante dei riti della Settimana Santa: con un interruttore si fermano le campane, con un altro interruttore si mette in moto el rebegon. 
Il problema sorgerà semmai quando qualche stecca di olmo si romperà o qualche martello di opio si incepperà. Si troverà ancora qualcuno con le competenze tecniche e con la volontà di provvedere alla sua riparazione?
Per il momento comunque la questione non si pone, lo dimostra la mia telefonata dell'altro ieri al bar Coccio di Gianni Basso con la quale chiedevo se el rebegon ci fosse ancora.(L'avevo visto e fotografato giusto un quarto di secolo fa, all'epoca delle ricerche per il libro "Sile alla scoperta del fiume").
"Eh sì che c'è!", mi è stato risposto con la massima naturalezza "adesso le dico anche l'orario delle funzioni, così potrà venire a sentirlo".
Insomma: elettrificato sì, ma non mummificato.





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* Nota Sempre in territorio di Villanova D'Istrana il "rebegón" è anche chiamato "ribegón"

** Uno strumento simile a quello di Villanova, e con movimento ancora manuale (la tarlaca), si trova a Biasca nel Canton Ticino. Guarda il video (Autore Romeo Dell'Era).




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Le campane di Villanova d'Istrana, Treviso,
fuse nel 1906 da Colbachini, Bassano.
I due campanili di Villanova d'Istrana:
quello della Madonna dell'Albera e
sullo sfondo quello della Parrocchiale.
In primo piano il vecchio parroco 

don Giuseppe Bagnara.
(Le foto delle campane e dei campanili 

sono del 1 aprile 1988)

Caporetto, storia, testimonianze, itinerari - Camillo Pavan, 1997 - Giudizi e recensioni

Emanuele Bellò

la Nuova Ferrara

DOM - kulturno verski list

Fulvio Salimbeni

Antonio Sema

Nicolò Menniti Ippolito

Giannantonio Paladini

Silvio Lanaro

Igor Principe

Il giudizio di un lettore

Libri sulla Grande Guerra di C. Pavan: il giudizio complessivo di un lettore

Igor Principe, 2001 - Recensione "Caporetto" di C. Pavan

LA GRANDE GUERRA Nella disfatta dell'esercito italiano, travolto
dagli austriaci, vennero tragicamente coinvolte anche
le popolazioni civili dei territori prossimi alle zone d'operazioni
 


FU CAPORETTO
PER OGNI FAMIGLIA
DEL VENETO
 



Il libro di Camillo Pavan è molto
ricco di documenti e fotografie
di IGOR PRINCIPE

"Sì: anche se ormai gli echi della grande guerra tacevano da tempo e anche se l'erba ricopriva le trincee, noi continuavamo a subire i danni di quel conflitto. Limitare il concetto di "vittime di guerra" ai soli morti e feriti non esaurisce la lista effettiva delle perdite subite da una società. Quante distruzioni nella cultura, quanta devastazione nella nostra consapevolezza, quanto impoverimento, quanto sciupio nella nostra vita intellettuale! E questo per generazioni e generazioni, per anni e anni". Un grido disperato.
Ad ascoltarlo con orecchio attento, sembra provenire dalla voce di uno dei soldati che spesero i loro giorni migliori nelle trincee che solcarono l'Europa durante il conflitto del 1914-18. E' invece il pensiero - dettato dal ricordo - di un grande giornalista, ultimo esponente con pochissimi altri di quella generazione di cronisti di guerra che ha provato l'amaro ma suadente sapore della prima linea, che ha consumato le suole di centinaia di scarpe e i tasti delle macchine da scrivere portatili.
Parliamo del polacco Ryszard Kapuscinszky, le cui parole, annotate in un taccuino di appunti, non si riferiscono a quei quattro anni di tragedie passati alla storia con il nome di "Grande Guerra", bensì all'altro e ben più tragico conflitto, la Seconda Guerra Mondiale, che lo scrittore ha vissuto e osservato con gli occhi di un bambino di sette anni. Pure, sembrano tagliate a misura per gli scenari della guerra precedente, che nella storia d'Italia può essere sintetizzata con due nomi: Caporetto, ovvero la disfatta e Piave, l'inizio della rinascita. Al primo di quei due capitoli è dedicato il libro di cui ci occupiamo in questo articolo.
Lo ha scritto il giornalista Camillo Pavan, che al pari del citato collega polacco ha camminato, nell'arco di quattro anni, per chilometri e chilometri nei luoghi che furono teatro di quella tragedia, ha compulsato documenti ufficiali, ha sentito la viva voce di uomini e donne che vissero quel cruciale episodio pur senza indossare l'uniforme dei fanti. Da questo lavoro è nato Caporetto. Storia, testimonianze, itinerari, (pp. 472, L.60.000. Camillo Pavan editore, Treviso, 1997). Un testo che, oltre ad essere una miniera di informazioni e di immagini (ben 374), è fondamentale per comprendere i molteplici scenari legati a una guerra. Scenari che non si limitano ai soli campi di battaglia ma si estendono alla vita quotidiana, stravolta dalla tipica schizofrenia dei momenti bellici. Un tema spesso dimenticato dalle cronache degli inviati e dai libri degli storici, concentrati rispettivamente sul serrato incedere degli eventi e sulle cause politiche ed economiche dei conflitti. Un tema tuttavia fondamentale, che racconta una storia parallela a quella "ufficiale" ma non meno importante né meno bella.
Pavan, s'è detto, ha concentrato la sua indagine sulle popolazioni civili che abitavano paesi e città dislocati sul fronte austro-italiano, che con quello franco-tedesco è stato il palcoscenico principale della Grande Guerra. Popoli che, pur non avendo tutti ascoltato da vicino il sibilo delle pallottole o il tuono delle granate, ne hanno provato gli effetti sulla vita di
Una colonna di profughi in fuga dopo l'invasione
delle truppe austro-ungariche
tutti i giorni. Primo tra tutti, la modifica - chiamiamola così - del proprio status sociale: da civili, cittadini di una nazione si sono scoperti, nel volgere di poche ore, profughi e apolidi. Quel conflitto, insomma, ha dato il "la" ad un drammatico fenomeno che tuttora permane e di cui l'Italia ha forse, tra i Paesi europei, la maggior percezione.
Oggi vediamo approdare sulle nostre coste gommoni gravidi di disperati, in fuga da zone in cui fino a poco tempo addietro ha imperversato una guerra e dove, adesso, se ne subiscono gli strascichi. Allora - e durante i conflitti che sono seguiti a quello cominciato nel 1914 - non erano spietati scafisti a condurre i profughi lontano dalle loro case, ma carretti di legno trainati a mano o da qualche animale. O, più semplicemente, le malandate scarpe di quegli sfortunati. Il Novecento è stato molte cose: il secolo breve, quello dei totalitarismi, quello della bomba atomica, quello dell'uomo sulla luna.
"E' stato anche - scrive Pavan - il secolo dei profughi". Il fenomeno delle migrazioni forzate, vecchio quanto l'uomo, ha conosciuto con la Prima Guerra Mondiale una decisiva accelerazione. Con la mirabile precisione di un contabile, l'autore riporta i dati che seguono. Sul fronte occidentale, un milione di persone devono abbandonare il Belgio, in seguito all'avanzata dell'esercito tedesco nell'agosto del 1914, per dirigersi in Olanda e in Francia. L'inarrestabile avanzata tedesca costringe però anche i francesi ad abbandonare le loro case per cercare riparo altrove.
Il 2 settembre dello stesso anno il governo lascia Parigi - ormai assediata dalle truppe del Kaiser, giunte a 80 chilometri dalla capitale - e si trasferisce a Bordeaux. Con esso, due milioni tra parigini e francesi del nord si trasferiscono forzatamente in luoghi del Paese non interessati - meglio, non ancora - dal conflitto. Non dissimile il quadro sul fronte orientale. L'esercito russo costringe alla fuga circa settecentomila galiziani e un imprecisato numero di prussiani dell'est. Nei Balcani, prima migliaia di Serbi, quindi altrettanti Romeni cedono il passo agli avanzanti eserciti degli Imperi Centrali.
E ancora: due milioni di Armeni sono l'obiettivo di una colossale deportazione che il governo dell'Impero Ottomano ha in animo di effettuare per risolvere definitivamente l'annosa questione con quel popolo. Un quarto del quale riesce a fuggire; la maggioranza, invece, viene "trasferita" in Siria e in Mesopotamia, luoghi che circa un milione di Armeni non riuscirà a raggiungere, terminato da sevizie e da malattie. Il fronte austro-italiano è invece teatro di un'escalation che dalle centosettantamila unità, che gli scontri iniziali tra i due eserciti spingono verso le zone interne dei rispettivi paesi, arriverà al mezzo milione di fuggiaschi coinvolti nella tragica rotta di Caporetto. Risultato: cinque milioni di civili, di "non combattenti" lasciano le loro case, e il cuore della loro esistenza, grazie ad una guerra che ha interessato complessivamente cinquanta milioni di soldati. Le ragioni dell'accelerazione dei fenomeni migratori sono da individuare nel mutamento della filosofia bellica strettamente correlato al conflitto in discorso. A differenza del passato, quando una singola battaglia era in grado di risolvere una guerra, in quella del 1914-18 si affermano nelle menti degli strateghi la tecnica dello sfondamento prima, e quella del logoramento poi. Il comando concentra le forze in un preciso settore del fronte, spreme l'artiglieria fino all'ultima risorsa, manda all'assalto la fanteria facendo uccidere migliaia di soldati. Col risultato di non sfondare alcunché.
Si passa quindi alla seconda tecnica: sottoporre il nemico a continui getti di fuoco e aggressioni umane, sì da logorarne la capacità di resistere. La carneficina di Verdun ha insegnato che azioni di questo tipo logorano chi le mette in atto. Ma lasciando da parte le 
Un rifugio per profughi improvvisato dall'esercito
italiano nei pressi di Pordenone
considerazioni strategiche, va sottolineato che l'impiego prolungato degli eserciti nelle zone di guerra costringe inevitabilmente chi quelle zone abita a lasciarle in balìa di chi si fronteggia. Che, inoltre, lo fa utilizzando un arsenale ben più distruttivo di quelli in uso nelle guerre combattute sino alla fine dell'Ottocento.
Cannoni molto più potenti, granate, mitragliatrici, carri armati, bombardamenti aerei: le armi della Grande Guerra non uccidono più soltanto chi sta sul campo di battaglia, ma anche le persone che abitano nelle sue adiacenze. Che, per salvarsi la vita, abbracciano la tremenda condizione di profughi. La vicenda dei quali "si risolse in una storia di iniquità sociali e, in conseguenza del loro innesto innaturale in un contesto straniero, anche in una vicenda di disparità etniche culturali e linguistiche - scrive Pavan -.
I profughi vissero sospesi in una continua incertezza tra passato e futuro, assillati con continuamente dall'ansia, dalla speranza e dal pensiero costantemente rivolto per un verso al periodo prebellico e per un altro all'ignoto che solo la fine della guerra avrebbe svelato. I profughi - prosegue l'autore - dovettero adattarsi alle esigenze imposte dalla "nuova vita", furono costretti perciò ad ogni genere di privazioni. La loro vita era dominata dalla pazienza e dal coraggio, dalla coesistenza in condizioni di vita ardue, da una lotta che ebbe per unico obiettivo la mera sopravvivenza".
Così, interi paesi vengono privati - prima ancora che delle loro bellezze architettoniche e artistiche - dei loro cittadini, e cioè della loro anima. A Gorizia nel 1910 abitano trentamila persone; nel 1916, un decimo di esse attende l'arrivo delle truppe italiane, e l'anno successivo un centinaio di civili rimane nelle loro case mentre giunge in città l'esercito austro-tedesco. A Trieste, che sempre nel '10 conta duecentotrentamila abitanti, la guerra dimezza la popolazione.
Fredde cifre, che però fanno luce su quel che la Grande Guerra ha significato per chi abitava nei pressi della frontiera orientale tra Italia e Impero asburgico. La loro fuga è dapprincipio disordinata: si cerca rifugio presso parenti, amici, semplici conoscenti; si fa di tutto, in particolare, per non allontanarsi dalla propria casa, dai poderi, dalle proprietà che si è dovuti lasciare su ordine delle autorità militari.
Il loro esodo si rivela però di intralcio alla truppe dirette al fronte: i fienili, per esempio, che devono essere lasciati a disposizione dell'esercito, sono invece occupati da civili in fuga. Questo e altri numerosi inconvenienti determinano la decisione dei comandi militari di spostare i fuggiaschi all'interno e del territorio dell'Impero e di quello italiano. C'è chi non fa troppi chilometri, fermandosi in Carniola, in Stiria e in Carinzia. Ma c'è anche chi è costretto a salire su un treno ed è mandato a costruirsi una nuova vita in regioni fisicamente, e soprattutto spiritualmente, lontane da quelle natie.
Migliaia di austriaci di confine e di sloveni si ritrovano catapultati in Boemia, in Moravia, a Vienna, in Ungheria; migliaia di giuliani devono ripartire daccapo a Torino, Livorno, Firenze, Napoli, addirittura a Ventotene, l'isola pontina che durante il Ventennio ospiterà illustri dissidenti e perseguitati politici. Tuttavia si cercano soluzioni diverse, che il governo austriaco trova costruendo le cosiddette "città di legno", primo esempio nella storia di quello che siamo soliti chiamare "campo profughi". Agglomerati di baracche sorgono un po' dovunque arrivino civili provenienti da zone di guerra, affinché questi vi possano trovare un minimo riparo. Minimo davvero: vi si patisce la fame e la propensione ad ammalarsi sale a livelli esponenziali, decimando indifferentemente migliaia di adulti e bambini.
"Perciò la gente accettava molto malvolentieri di esservi mandata - racconta l'autore - e, se era costretta a viverci, nascondeva i propri cari ai medici, perché non si fidava di essi. Il ricordo di questi duri tempi e delle morti così frequenti nei campi profughi è tuttora vivo 
Tolmino (provincia di Gorizia) dopo
la dodicesima battaglia dell'Isonzo
nella tradizione orale di tutti i paesi lungo il confine italo-sloveno dai quali i profughi provenivano". La Grande Guerra, inoltre, ha partorito un embrione di quegli orribili fenomeni che, pochi decenni più tardi, passeranno alla storia con il nome di lager e di gulag. Si ha notizia, infatti, che gli invisi al potere politico di Vienna, definiti "sospettati politici", siano stati destinati a due "campi profughi" scelti, quello di austriaco di Katzenau e quello ungherese di Tapiosuly.
In quest'ultimo, in particolare, sono stati rinchiusi alcuni italiani irredentisti, membri della società segreta Giovane Fiume. Cosa vi sia accaduto e come essi siano stati trattati, tuttavia, non è dato sapere; certo, è facile immaginarlo. Non c'è bisogno di immaginazione, invece, nel leggere le testimonianze che - come s'è anticipato - Pavan ha raccolto da ex profughi. Sono racconti toccanti, che costituiscono il cuore del suo lavoro e che con la forza devastante del racconto spiegano cosa abbia significato abbandonare tutto per scappare dalla guerra. Maria Leban, classe 1910, di Gabrje, narra dell'arrivo di un uomo che fa squillare una tromba e intima la fuga a lei a ai suoi familiari: "Noi non ci siamo portati via niente, siamo partiti così come eravamo vestiti.
La prima notte da profughi l'abbiamo passata nel bosco: poi siamo arrivati in un paese su nella montagna, sopra Tolmino (…). Vi siamo rimasti un mese e anche di più, finché abbiamo dovuto lasciare anche quel posto e siamo andati a prendere il treno a Podbrdo, camminando a piedi attraverso la montagna". E sempre a Tolmino è nata, nel 1907, Amalia Kanalec, che ricorda la madre ammalata di tifo: "(…) venne dapprima portata all'ospedale di Gorizia, poi, siccome anche lì c'era il pericolo perché era vicino al fronte, venne trasportata in un ospedale della Cecoslovacchia, non so in che città. Rimase via per un anno e mezzo e noi non sapevamo nulla di nostra madre, non sapevamo nemmeno dove fosse quest'ospedale".
Il passaggio dei tedeschi, ancora a Tolmino, è fissato indelebile nella memoria di Ivan Leban, classe 1906: "La nostra casa era completamente rovinata, non potevamo neanche entrarci dentro; c'era solo una trave al suo posto. I soldati avevano portato via e bruciato tutto, quindi mio padre ha dovuto trovare il legname per ricostruire tutto di nuovo. Dapprima preparavamo una stanza e appena quella era finita vi andavamo dentro, e così abbiamo fatto con tutta la casa, finché abbiamo potuto chiamare tutto il resto della famiglia". Emozionanti fotografie di una faccia dimenticata, s'è detto, del poliedro Grande Guerra. Che, in quanto evento bellico, avrebbe dovuto essere una breve parentesi, un'eccezione tra le normali regole della vita quotidiana.
Un'eccezione che, tuttavia, è durata tre anni e ha coinvolto le popolazioni civili come mai era accaduto prima. I contadini innanzitutto, che hanno rappresentato il novanta percento dei caduti in battaglia. Sradicati dai loro campi e mandati al fronte, hanno lasciato a casa le mogli ad occuparsi non più soltanto dei figli ma anche degli anziani e dei terreni, da mandare avanti con il duro lavoro fisico. E poi gli operai, mobilitati a pieno ritmo nell'industria bellica, sottoposti a orari di fabbrica insostenibili e privi, in ragione dello stato di emergenza, di ogni tutela sindacale. L'intera società europea, insomma, è immersa in una guerra pervasiva e totale, che raggiunge anche coloro che non assistono in prima persona al passaggio delle colonne di soldati dirette al fronte. Ma chi li ha visti passare, in molti casi, ha come dovuto seguirli in un viaggio talvolta senza fine, in battaglie sui generis contro la fame e l'ostilità di genti straniere. Una guerra da combattere lontano da casa, per tentare a tutti i costi di farvi ritorno.

Recensione pubblicata sul n. 51 - gennaio 2001 della rivista online

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