martedì 6 gennaio 2015

Maggio 1915, fronte italiano - Inizio della prima guerra mondiale: la primavera ci sorride bellissima...

di Camillo Pavan

«Oggi 30 Aprile m’incaricai d’andare a portare la cena al mio padre … Arrivata a casale scorgo ai dosetti una moltitudine d’uomini che lavorra a farre trincèé … uomini sconosciuti che tirano fili di ferro con pungenti fino su alla rupe …
Poveri noi, di quanta campagna ci privano!! non si può più tenere bestie non c’è più fieno, non c’è più pascoli …
La primavera ci sorride bellissima siamo al 16 di Maggio e la campagna vien avanti a vista d’occhio anche i gelsi hanno vantaggiato per lo meno di 15 giorni dagli anni scorsi promettono una quantità di foglia: ma per chi? .. nessuno parla di bacchi da seta… »1.

In questa primavera “bellissima” del 1915, lungo i seicento chilometri del confine italo austriaco dallo Stelvio al mare, era ormai finito il tempo di pensare ai lavori dei campi!
Dopo dieci mesi di incertezze, trattative e mercanteggiamenti fra i governi, stava per scatenarsi la tempesta.
Domenica 23 maggio 1915 alle 15,30 l’ambasciatore d’Italia a Vienna, Gualtiero Giuseppe duca d’Avarna, consegnava al ministro degli esteri austriaco barone Rajecz Stephan von Buriàn «la dichiarazione in base alla quale l’Italia si considerava in stato di guerra contro l’Austria-Ungheria a partire dalle ore zero del giorno successivo»2.
Quella domenica era festa grande, festa di Pentecoste, e i parroci di tutte le chiese lungo il confine avvertirono dal pulpito che ormai la guerra era imminente, che quel confine fra poco sarebbe diventato il fronte3.
Chi poteva andarsene abbandonò il paese; gli altri aspettarono gli ordini dei militari, che non si fecero attendere.


Da C. Pavan,  Caporetto: storia, testimonianze, itinerari, 1997, pp. 26-40

domenica 4 gennaio 2015

Sulle origini del radicchio rosso di Treviso e la "leggenda di Van Den Borre"

Camillo Pavan, 2013 - Sull'origine del radicchio rosso di Treviso. La leggenda di Van den Borre e la scoperta di Tiziano Tempesta - Con un ritratto di Alberto Albanese Jr. autore della poesia Un fià de la me tera. 





Copertina dell'opuscolo di Camillo Pavan
sull'origine e la storia del radicchio rosso di Treviso
La tecnica dell'imbianchimento-forzatura del radicchio rosso tardivo di Treviso, 
documentata dagli anni '60 dell'Ottocento, 
si è progressivamente affinata 
grazie 
allo spirito di osservazione e alla capacità di sperimentazione dei contadini locali, 
(con il contributo di valenti agronomi).

L'ipotesi che a "inventare" il radicchio nella 
sua forma più pregiata sia stato il belga Francesco Van den Borre, giunto a Treviso verso il 1860, 
è in realtà un'invenzione dello scrittore 
Giuseppe Maffioli. 
Per sostenere la sua tesi, Maffioli ha modificato un testo originale di Aldo, figlio di Francesco Van den Borre, dando origine a un falso storico tuttora acriticamente riproposto 
 - ahimè - anche da Wikipedia. (1)


ebook 1,04

* * *

 NOTA (1) -  Riporto, a titolo di cronaca, quanto scrive riguardo all'origine del radicchio l'enciclopedia online le cui affermazioni ormai fanno testo "a prescindere" data la facilità con cui sono accessibili e l'indubbia autorevolezza che, in tanti anni di redazione collettiva, Wikipedia si è conquistata:

« Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

La coltivazione del Radicchio Rosso di Treviso è frutto di una tradizione che affonda nei secoli. […]. Ma il processo di produzione si sarebbe affinato solo nella seconda metà del XIX secolo. Sarebbe stato il vivaista Francesco Van Den Borre, giunto dal Belgio nel 1870 per realizzare un giardino patrizio, a portare nella zona del Trevigiano la tecnica di imbiachimento [sic] già in uso per le cicorie belga [sic]...»



                                                                                                                          

sulla storia del radicchio 

                                                                                                                          





                                                                                                                          

Vai al libro 
con la
storia documentata 
del radicchio rosso di Treviso
(fonti d'archivio e fonti orali)



giovedì 1 gennaio 2015

Storia del radicchio rosso tardivo di Treviso

Storia del radicchio rosso tardivo di Treviso

Camillo Pavan, Raici. Storia, realtà e prospettive del radicchio rosso di treviso. Con le ricette dello chef Gian Carlo Pasin per un menù a base di radicchio, 1992  ebook  € 7,07


"Raici", termine del dialetto trevigiano arcaico 
sopravvissuto all'influsso del veneziano che l'ha addolcito in "radici". 
 È il plurale di radicchio, quello rosso, 
ovunque conosciuto come il prodotto simbolo della terra di Treviso.


1984: raccolta manuale del radicchio
rosso tardivo di Treviso
nei campi di Sant'Angelo. (Fam. Dotto)



Radio Treviso 103 intervista l'autore (27.11.92) 




Un fià de la me tera. Una poesia e il suo autore, Alberto Albanese Jr.
(Articolo, 2008 -   Video, 2010)

Sull'origine del radicchio rosso. 
La leggenda di Van den Borre e l'intuizione di Tiziano Tempesta
(Articolo, 2013)

martedì 30 dicembre 2014

venerdì 26 dicembre 2014

Il clero friulano e veneto durante l'invasione austro-tedesca del 1917 - (Ultimo anno della Grande Guerra/Prima guerra mondiale)

Ritirata di Caporetto, 1917
Dal libro IN FUGA DAI TEDESCHI

Il parroco di Fontane di Villorba al vescovo di Treviso 
[Mons. Andrea Giacinto Longhin] 


Fontane 13 Nov. 1917
Eccell. R.ma
     Con il cuore straziato La annunzio che la chiesa nuova fù requisita ad uso magazzino, che sarà d'essa...
     Sono quì con la mia povera sorella ripiena non di paura ma di terrore, giacché anche a Fontane si svolgerà il combattimento, già tutto è in pronto.
     I registri dell'Archivio ed ogni altra cosa della chiesa è tutto esposto alla rapina degli invasori (…) .
(Archivio Curia TV, b. 51, fasc. Fontane)


Ritirata di Caporetto, 1917
Inizio del capitolo dedicato al comportamento del clero
friulano e veneto nei giorni della ritirata di Caporetto e della
invasione austro-tedesca. (In fuga dai Tedeschi, pp. 138.39)
Arrivano gli invasori (Pag. 139)


«Dicono fenomeno inesplicabile: ma è castigo di Dio: torna in campo sotto altra forma l’angelo sterminatore (...)» 1.
Con questa citazione biblica il 30 ottobre 1917 mons. [Luigi] Pellizzo, friulano di Faedis e vescovo di Padova, descriveva in una lettera al papa il ciclone che da qualche giorno stava flagellando la sua terra e che stava per abbattersi sul resto del Friuli e del Veneto 2.
Mentre le autorità militari cercavano di salvare il salvabile e quelle politiche nazionali, superata la crisi di governo 3, faticavano a prendere coscienza della situazione, Pellizzo aveva ben chiaro cosa stesse succedendo, grazie alla capillare rete di parroci della sua vasta diocesi4, ai buoni rapporti con le alte sfere militari, alla sua provenienza geografica. Il quadro che ne traeva era a tinte fosche: gli italiani — in piena crisi — non si sarebbero fermati che sul Po (forse...), Brescia e Milano erano in pericolo 5.
“È il soffio della divina vendetta 6” per il comportamento dell’esercito italiano in genere e per quello degli ufficiali in particolare, che “converrebbe avessero meno mense, meno donne, meno odio ed avversione al prete”7.
La causa del disastro, dunque, per il vescovo patavino (e per il clero in genere) era chiara.
Ma come comportarsi, con gli invasori alle porte? Partire o restare?

Parola d'ordine: restare.

Tanto la classe politica locale, nel suo complesso, si volatilizzò, tanto il clero — pur con singoli casi di abbandono della propria sede, primo fra tutti il vescovo di Udine, [Antonio Anastasio] Rossi — restò fedele alla direttiva che dal Vaticano giungeva alla base; tremenda nella sua semplicità: rimanere al proprio posto. “... È volere dell’augusto pontefice che, anche nel caso di una invasione, tutti gli ecclesiastici, vescovi e sacerdoti, rimangano al loro posto, per compiere con la dovuta abnegazione il proprio dovere ed infondere agli altri la calma tanto necessaria in sì dolorose circostanze” 8.
Restare al proprio posto, assieme ai parrocchiani; perché se loro fossero stati costretti dagli eventi ad abbandonare il paese, anche il clero avrebbe dovuto seguirli nella “dura sorte”.
Parola d’ordine, peraltro, fatta propria dalla chiesa cattolica fin dall'inizio del conflitto. “È dovere di ogni sacerdote stare sempre accanto ai propri fedeli”, scriveva nel 1915 al clero il vescovo di Gorizia, [Francesco Borgia] Sedej, nell'imminenza dell’attacco italiano 9. [...]

segue

mercoledì 24 dicembre 2014

Trasporto fluviale, navigazione interna. 1969: in viaggio sul Sile con la "Carovana dei Barcari"

Cronaca di due viaggi in barcone sul Sile. Il primo risale al 1969, quando  ero un aspirante giornalista.
Mai avrei pensato in quell'occasione che, quasi vent'anni più tardi durante la preparazione del libro sul Sile, avrei ripercorso la via d'acqua fra Treviso e Venezia su un burcio per trasporto merci assieme all'ultimo barcaro ancora in attività. 


Trasporto fluviale, navigazione interna:
1969, barcari del Sile.
Articolo di Camillo Pavan


La ricalibratura del Sile farà sparire 
le tradizionali carovane dei «barcari» 

Vanno a poco più di 10 chilometri all’ora, in un’epoca caratterizzata dal mito della velocità. Sono riuniti in «carovana», un nome strano che fa pensare quasi ad una confraternita segreta. Sono in pochi, una trentina: i «barcari del Sile». A Casale sul Sile vivono le famiglie di più antica tradizione: gli Sponchia, gli Stefanato, i Continetto che da secoli si tramandano il mestiere di padre in figlio. A Casale c’è anche la sede della loro «carovana» coordinata da G. Carlo Sponchia, giovane 22enne entusiasta del proprio lavoro il quale ci spiega le difficoltà di vincere la concorrenza dei grossi armatori veneziani e come ora siano riusciti ad assicurarsi i trasporti per conto del mangimificio del consorzio agrario di Casale e delle numerose fornaci della zona, tutte prospicienti il Sile.
Siamo saliti su uno dei loro barconi: quello di Antonio Sponchia, il padre di Giancarlo. Assieme a Sponchia a bordo delle loro barche, partono anche Giovanni Continetto e Giovanni Rosso. Giovanni Continetto, 58 anni, lavora sul Sile da quando ne aveva 11 ed è stato fino a sei mesi fa il presidente della carovana. Giovanni Rosso è il più giovane, ma anche lui ha iniziato a lavorare nelle barche fin da bambino.  A differenza di Continetto non proviene però da una famiglia di barcari. Prima di partire Rosso ci fa presente la necessità di aumentare i prezzi del trasporto: «Ormai è aumentato il costo di ogni merce, afferma, ma noi continuiamo a trasportare materiale allo stesso prezzo di 10 anni fa». Poi scende in cabina per avviare il motore. È mezzogiorno, è l’ora del «via». La navigazione sul Sile fino a Portegrandi è infatti regolata da un preciso orario, si può scendere verso il mare solo dalle 4 alle 8 e dalle 12 alle 16: le altre ore sono riservate alla risalita. E il motivo è facilmente intuibile dato l’alto numero di curve e la modesta larghezza del Sile.     
Saliamo sul Giancarlo S. - Antonio Sponchia, il proprietario, ha 51 anni ed un fisico ancora vigoroso, asciutto, da atleta. È l’ultimo di una famiglia dalle secolari tradizioni di barcari. Quand’era giovane lavorava assieme ad altri 8 fratelli e ad una decina di cugini. Poi venne la guerra e gli anni che la seguirono furono anni di fame. Lavoro non ce n’era. Le barche rimanevano ferme per mesi. In pochi resistettero. La maggior parte se ne andò all’estero o a Marghera in cerca di un po’ di pane. Lui rimase, e superata la crisi, si comprò un barcone proprio, non molto grande. 65 tonnellate, ma sufficiente a tirare avanti la famiglia.  In viaggio assieme ad Antonio Sponchia c’è uno dei suoi figli, Rino: è il più piccolo, ma già tiene il timone con la sicurezza di un adulto. È in vacanza: altri suoi amici sono al mare o in montagna, lui guida una barca da 650 quintali, a 11 anni.
Il primo paese che incontriamo è Quarto d’Altino. Proseguiamo costeggiando la strada per Jesolo. Corriamo a 10-12 chilometri all’ora. «È una velocità discreta, dice Antonio Sponchia, in quattro ore saremo a Porto Marghera. Una volta non ci impiegavamo mai meno di un giorno. Ovviamente non c’era ancora il motore. Le barche venivano trainate da diverse paia di buoi fino a Casale e poi da cavalli fino a Portegrandi. Giunti in laguna si doveva iniziare la navigazione con le vele. Non sempre c’era il vento sufficiente. A volte c’era la nebbia: allora ci si fermava, anche per una settimana, in attesa di una schiarita». 
Intanto sulla statale le auto sfrecciano veloci, sorpassano, hanno fretta di godere fino all’ultimo momento le proprie vacanze. Sul Sile invece non c’è fretta. Anche il paesaggio invita alla calma, con i suoi canneti, i pioppi, le acque che scorrono lente, susseguirsi di curve sinuose. Solo il ronzio soffocato del motore della barca ci ricorda che siamo nell’era delle macchine. Per il resto alla vista del convoglio di barche che scorre lentamente, si ha l’illusione di vivere in un’epoca lontana. «Qui nessuno viene a darci ordini, non c’è da timbrare il “cartellino”. Dobbiamo fare il viaggio e basta. Per questo sono contento del mio mestiere. Per questo mi piacerebbe lasciare la barca a mio figlio». All’una e mezza siamo alle chiuse di Portegrandi. Ci vuole quasi mezz’ora perché passino le barche. In effetti l’impianto di Portegrandi è decisamente superato con le sue saracinesche da aprire a mano.
Approfittiamo della sosta per fare conoscenza con Vittorio Stefanato, «il gigante del Sile» che è in attesa del suo turno di passaggio. Sessant’anni, kg. 120 di peso Vittorio Stefanato è l’ultimo capo di una famiglia interamente composta da barcari. I suoi tre figli Bruno, Renzo e Leo (tutti pezzi da 90, è il caso di dirlo, data la loro complessione fisica gigantesca) lavorano infatti assieme al padre. Come ai vecchi tempi, prima che il miraggio della città rubasse al Sile tutti i suoi giovani. Stefanato impreca contro le grosse motobarche degli armatori veneziani. Fanno concorrenza alle sue barche di piccolo cabotaggio, dice.
Attraversata la fertile terra di bonifica che si trova alle spalle di Portegrandi, si giunge in laguna. Si passa in mezzo a sandoli di pescatori; si costeggia Torcello, Burano e Murano. All’orizzonte emergono dalla foschia Venezia e i suoi campanili. I turisti che affollano i motoscafi ci guardano curiosi, scattano fotografie: anche i barconi fanno parte del paesaggio lagunare. Ben presto però abbandoniamo la rotta per Venezia. Imbocchiamo il canale di San Giuliano. Qui l’acqua è già nera: la inquinazione è il biglietto da visita di Marghera. Si entra nel canale dei petroli navigando su un liquido giallastro che una volta era acqua ed ora è un misto di nafta, olii, acidi e rifiuti di vario genere. Si ritorna alla realtà; nella civiltà industriale non c’è posto per il sentimento. I campanili di Venezia sono sostituiti dalle ciminiere degli stabilimenti. La foschia della laguna cede il posto ai gas di scarico. I barcari non sono più i padroni del Sile. Le loro barche scivolano tra rimorchiatori e motonavi. Ormeggiano al molo B di fianco allo scafo di una gigantesca nave russa. Il ritorno verrà fatto l’indomani. I barcari usciranno dal porto furtivamente, come vi sono entrati. Sono gli ultimi rappresentanti di un’epoca che non conosceva orari di navigazione o turni di lavoro. Fra poco ci sarà la «ricalibratura» del Sile. Tutti ne parlano e sarà senz’altro utile all’economia della zona. Ma per le loro piccole barche non ci sarà più posto.
Camillo Pavan
Il Gazzettino, edizione di Treviso, 21 agosto 1969

PS - In un giornale il titolo non lo sceglie il collaboratore, specie se alle prime armi...

domenica 21 dicembre 2014

Trasporto fluviale, navigazione interna. Sul fiume Sile, 1987: in viaggio con l'ultimo barcaro


Trasporto fluviale, navigazione fluviale - interna.
L'ultimo viaggio sul Sile del barcaro Giovanni Ranzato
con il barcone TINO - una comacina - carico di legname,
dal porto fluviale di Silea diretto a Venezia 

Venerdì 23 gennaio 1987 è una giornata limpida. Un tiepido sole quasi primaverile riscalda l’aria, anche se sprazzi di neve colorano di bianco le rive del fiume ricordando che l’inverno è ancora in agguato. Per il barcaro Binbo Venessian la brutta stagione è ormai terminata. Dopo circa un mese e mezzo di inattività oggi finalmente ritorna a navigare con la sua comacina carica di settecento quintali di legname. Destinazione Venezia: il più classico dei percorsi di un barcone del Sile. 
Presso la segheria-deposito di legname adiacente al porto di Silea, in mattinata Binbo ha completato le operazioni di stivaggio iniziate già la sera precedente. Duecento ottanta quintali di legno di pero sono stati sistemati per primi nel ventre della barca. Sopra di essi sono stati posti assi e grosse tavole di rovere di varia dimensione. Una cinquantina di pali di acacia lunghi dai dodici ai quindici metri coprono la catasta che s’innalza per oltre due metri sopra coperta, tenuta ferma da quattro robusti tronchi, pure di acacia, fissati saldamente a ciascuno dei due lati della stiva.

Trasporto fluviale, navigazione fluviale - interna.
In attesa della partenza dal porto di Silea. Da sinistra:
Giovanni Ranzato (Binbo Venessian) - l'ultimo barcaro 
a navigare sul Sile con un barcone da trasporto merci tradizionale - 
l’aiutante Bruno Pin (Bachìn) e Camillo Pavan.
In alto a destra, alcuni burci nel cimitero dei barconi.

Aspettando il turno di discesa (sul Sile si può navigare quattro ore in un verso e quattro ore nell’altro, la Tino è ormeggiata alla banchina di Silea. E’ l’unica imbarcazione presente nel molo, e i suoi vivaci colori si specchiano sull’acqua immobile del fiume insieme con la gigantesca sagoma dei silos di cereali della ditta Pagnan.
Quando la campana della chiesa di Silea suona mezzogiorno, come ad un segnale da lungo atteso, Binbo mette in moto il Fiat 52 cv del suo barcone.  Lentamente la Tino si stacca dalla banchina ed inizia a navigare.
Dopo poche decine di metri passa davanti alla vecchia osteria dei barcari “da Nèa”, dove un gruppetto di avventori e lo stesso proprietario Anselmo Nèa Caldato, si affacciano per assistere al suo passaggio. Lo scambio di battute fra spettatori e barcaro è rapido e pungente. Per un attimo sembra di essere tornati ai tempi in cui più intensa ferveva la navigazione e nei pressi dei porti del fiume la vita pulsava frenetica.
L’illusione dura poco, il tempo di lasciarci alle spalle l’osteria. La Tino prosegue in perfetta solitudine la sua corsa, lenta e maestosa, al centro del fiume, illuminata dal sole. Dietro a lei, come un cagnolino al guinzaglio, il piccolo battello di soccorso.
Binbo è nel suo ambiente. I suoi gesti sono decisi ma rilassati, e pur con l’occhio sempre vigile a controllare la rotta, può ora permettersi di pensare ad un rapido spuntino. Tira fuori da una borsa sotto la cabina di guida due pezzi di pane e formaggio. Uno è per lui e uno per il suo accompagnatore Bruno Pin detto Bachin, un ex fornaciaio di Lughignano. Consuma con calma, gustandolo appieno, il frugale pranzo. Questa a xe vita, commenta col volto che sprizza felicità.
In mezzo al fiume, al comando della sua barca, Binbo si sente il vero re del Sile.


Navigazione fluviale - interna: burcio (barcone trasporto merci) in navigazione sul Sile, 1987
Il barcaro Giovanni Ranzato al timone della sua Tino,
in navigazione sul Sile con un carico di legname,
poco dopo la partenza dal porto di Silea.